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Idee / Sanità

Verso un nuovo modello di sanità

Nel 2015, il settore dell’assistenza sanitaria ha mobilitato complessivamente 149 miliardi di risorse in termini di spesa corrente, 115 miliardi finanziati dal Sistema Sanitario Nazionale (SSN), 34 miliardi  di consumi sanitari privati. Con tali cifre l’assistenza sanitaria rappresenta il settimo settore dell’economia nazionale per prodotto lordo, e se contiamo che ben il 70% delle risorse del fondo sanitario nazionale viene trasferito a economie terze come corrispettivo per beni o servizi, o per l’erogazione di assistenza per conto del SSN, ne deriva che la spesa sanitaria pubblica è un formidabile strumento di politica industriale, in grado di impattare direttamente su settori ad alto livello di tecnologia. In altre parole, il SSN potrebbe costituire un sofisticato volano di sviluppo economico, sociale ed istituzionale. Invece i numeri parlano chiaro, e ci dimostrano che dal 2009, l’incidenza della spesa corrente del SSN su PIL è assestata stabilmente al 7%, con una riduzione,  sul totale della spesa pubblica, dal 14,9% al 14% tra 2010 e 2014 (dati ISTAT, 2015). Allo stesso modo l’incidenza della spesa sanitaria sul totale della spesa per la protezione sociale, si è ridotta dal 26,2% (2008) al 23,5% (2014). Così il tasso di crescita reale della spesa del SSN è negativo (–1,4%) nel periodo 2010-2014, mentre la spesa sanitaria privata per il 2015 è stata rivalutata statisticamente a 34,5 Mld, pari al 2,1% del PIL, con una variazione in crescita del +2,9%, il 50% circa di tale spesa essendo di tipo out of pocket, cioè non intermediata da fondi o assicurazioni, ma pagata dai cittadini con esborsi diretti, proprio in un momento storico in cui aumenta la quota di coloro che dichiarano di non potersi permettere le cure.

Questo quadro è il risultato della politica degli ultimi anni, che ha posto l’enfasi sul controllo della spesa, ottenuta mediante tagli lineari (ai posti letto, al personale, al numero di Aziende sanitarie), invece di ripensare il sistema creando servizi che siano finalizzati ai bisogni, che tengano in considerazione il reddito effettivo dell’intero nucleo familiare, nonché l’efficacia (quanti e quali bisogni sono effettivamente coperti) ed equità sociale e inter-regionale dell’erogazione dei servizi. Una riforma di questo tipo è indispensabile, se è vero, come emerge dai dati ISTAT, che il 38% della popolazione dichiara almeno una patologia cronica (ISTAT, 2016) e il 5% di italiani non è autosufficiente, con un trend in peggioramento alla luce dell’invecchiamento della popolazione. Sono problemi che l’attuale sistema, in caso di invarianza, non è in grado di affrontare. Occorre l’attivazione di processi di gestione delle patologie croniche, di integrazione tra servizi sanitari e socio-sanitari, di gestione della transizione  tra setting assistenziali differenti. Occorre una riforma della sanità che sia in grado di creare un sistema organico e adeguato di tutela della salute e in particolare della non autosufficienza e del long-term care, e occorre che questo sia equamente distribuito su tutto il territorio nazionale, abolendo le differenze attuali tra regioni del nord e del sud che hanno fatto sì che la mobilità inter-regionale (in gran parte lungo la direttrice sud-nord) sia cresciuta del 1,5%.

Una riforma di questo tipo richiede una classe politica seria, che sia in grado di analizzare i problemi e proporre soluzioni concrete, che non ceda al richiamo delle sirene del facile consenso ottenuto  cavalcando le paure più nascoste e la rabbia delle persone, ma si ponga come obiettivo la salute intesa come bene primario da tutelare per ogni  individuo, a partire da seri programmi di prevenzione.

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