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Un pensiero razionale e popolare per ridare qualità alla politica e ricostruire l’Italia

Nel corso dell’ultima Direzione Nazionale di Energie PER l’Italia, che si è svolta a Roma il 14 giugno, il segretario  del partito Stefano Parisi ha esposto le ragioni della contrarietà di EPI al governo Conte e al “contratto” giallo-verde. Una opposizione nel merito dei singoli provvedimenti che saranno adottati dal nuovo esecutivo. Parisi ha quindi tracciato le linee programmatiche del partito chiedendo ai responsabili regionali di rafforzare la presenza di EPI a livello locale, per dare voce a quella rappresentanza liberale e popolare che oggi in Italia appare frammentata e minoritaria. Occorre rilanciare un pensiero politico critico, razionale ed europeista, ricostruire una cultura dei doveri alternativa alla ideologia dei diritti, senza tradire la nostra tradizionale collocazione atlantica e i valori della tradizione giudaico-cristiana.

Matteo Salvini ha commesso un errore alleandosi con i grillini e portandoli alla guida del Paese. Il programma 5 Stelle è l’antitesi dei valori in cui crediamo. È un programma statalista, giustizialista, che insegue una politica economica in deficit illudendo gli italiani con il mito della democrazia diretta. Se il 4 marzo con il libero voto gli italiani hanno espresso una richiesta di cambiamento, noi vogliamo proteggerli difendendo le fondamenta del nostro Stato di diritto minacciate dalla ideologia 5 Stelle. Per noi significa garantire le libertà, il principio di sussidiarietà e rispettare la divisione dei poteri base della Costituzione repubblicana. Significa non scaricare sulle prossime generazioni il peso enorme del debito pubblico e smetterla di incrementarlo; tagliare la spesa pubblica; capire che dobbiamo lavorare tutti e di più per garantire la tenuta del sistema pensionistico; avere un’idea di sviluppo del nostro Paese fondata sugli investimenti; riformare fisco e burocrazia oggi così opprimenti.

La giustizia è un banco di prova per costruire l’alternativa a 5 Stelle, una forza politica teleguidata da pezzi della magistratura che puntano da anni a subordinare a sé la politica. I grillini non hanno alcuna intenzione di riformare il sistema giudiziario evitando gli abusi della carcerazione preventiva, non metteranno un freno al regime delle intercettazioni, vogliono annullare la prescrizione e inserire degli agenti provocatori nella pubblica amministrazione per contrastare la corruzione. Spie tra i colleghi sul posto di lavoro: un modello di delazione che richiama alla mente la lugubre dittatura della Germania comunista.

Se si guarda ai numeri in parlamento il governo Conte potrebbe durare cinque anni ma le contraddizioni in seno alla maggioranza che lo compone potrebbero esplodere presto, anticipando il ritorno alle urne. Ci sono dei fattori che aiutano a comprendere quale sarà la durata di questo esecutivo. La volontà di Salvini di capitalizzare il consenso ottenuto dalla Lega il 4 marzo e nel corso degli appuntamenti elettorali successivi potrebbe rivelarsi una spinta a staccare prima del tempo la spina all’ esecutivo. La discussione sulla prossima manovra finanziaria sarà una cartina al tornasole sulla durata del governo: più forte sarà l’impostazione antieuropea della legge di bilancio, più vorrà dire che si guarda al voto anticipato. Una situazione instabile e delicata, condizionata ulteriormente in modo negativo dalla fine del “Quantitative Easing”, cioè dalla politica di acquisto dei titoli da parte della BCE, e dal rialzo dei tassi di interesse in Europa e negli Stati Uniti. Questo insieme di fattori rischiano di far fare un nuovo salto in avanti allo spread, alimentando ancora una volta la percezione diffusa a livello internazionale su un eventuale default dell’Italia.

Le contraddizioni del governo e del debole premier che lo guida emergeranno molto presto. Cosa accadrà quando, nel corso della discussione sulla manovra, le forze di maggioranza dovranno fare i conti con le giuste posizioni assunte dal ministro dell’economia Tria? No alle politiche in deficit, ha detto Tria, debito sotto controllo, fare gli investimenti infrastrutturali, insomma avere una politica di crescita e di sviluppo per il nostro Paese. Cosa diranno i 5 Stelle che propongono una politica economica in deficit e provvedimenti senza copertura? Come farà Salvini a spiegare agli elettori del Nord che le tasse pagate dalle piccole medie imprese e dal ceto medio serviranno a finanziare il reddito di cittadinanza? Come farà Di Maio a rassicurare gli investitori istituzionali e quelli stranieri sulla certezza del diritto in Italia, se il ministro dell’ambiente ha già congelato quegli investimenti che sono strategici per il Paese come il gasdotto TAP? Che ne sarà delle grandi opere giudicate “inutili” dal ministro dello sviluppo Di Maio

Sulla immigrazione il nuovo governo sembra voler replicare quella politica di rottura dei paradigmi esistenti inaugurata dal presidente americano Donald Trump. Ma il “trumpismo” inteso come una politica estera che getta lo scompiglio nelle relazioni internazionali ha come obiettivo quello di arrivare a una forma di ricomposizione successiva come abbiamo visto nel caso della Corea del Nord. Per adesso invece il nuovo esecutivo italiano litiga con tutti senza trovare una mediazione. Litighiamo con i nostri partner europei. Con i paesi del Nord Africa, quegli stessi paesi con cui abbiamo di recente stretto degli accordi che hanno portato a un rallentamento degli sbarchi e a una parziale stabilizzazione della situazione a Sud della frontiera europea. Se al blocco dei porti e delle navi delle Ong – una buona mossa politica fatta da Salvini che ha dimostrato come con la fermezza si può far uscire l'Italia dall'isolamento in cui era finita in Europa sul fronte dell’immigrazione – non farà seguito una forte azione del nostro governo a Bruxelles per riformare il trattato di Dublino, far realizzare davvero i “ricollocamenti” dei migranti tra i Paesi europei, dotarsi di una Politica estera e di difesa comune che stabilizzi la Libia e il Mediterraneo, allora anche il blocco dei porti sarà stato inutile.

E’ in questo contesto politico nazionale e internazionale che Energie PER l’Italia deve rafforzare la sua rete sui territori, comunicando a tutti i livelli le idee e la visione del partito. L’obiettivo di EPI resta quello di dar vita a un grande processo di ricostruzione dell’Italia. Delle basi del nostro pensiero politico. Del nostro Stato di diritto. Dell’europeismo. Della nostra collocazione atlantica e dei valori della tradizione giudaico-cristiana. Senza l’Europa non faremo passi avanti ma non andremo avanti neppure con questa Europa così debole e divisa per sfere di influenza. Il protagonismo del presidente francese Macron, i socialisti spagnoli arrivati quasi per caso al governo, la Merkel senza una solida maggioranza, gli attriti già emersi nel contesto di una difficile discussione sulla nuova governance della Unione: se il nostro Paese dovesse giocare un ruolo antieuropeo non faremo solo un danno alla Ue ma a noi stessi. Siamo contro questa Europa ma sia ben chiaro che lo siamo da posizioni europeiste.

EPI deve puntare ad attrarre tutto il consenso delle persone non impegnate politicamente o di chi si è allontanato dalle urne, dialogare con gli amministratori locali delusi per la situazione attuale, ma soprattutto dobbiamo chiederci come si è arrivati al voto del 4 marzo, perché i partiti tradizionali non sono riusciti a comprendere la voglia di cambiamento espressa dagli italiani, cos’è accaduto nel nostro Paese negli ultimi decenni. L’ha spiegato bene Angelo Panebianco dalle colonne del Corriere della Sera risalendo al 1992, alla stagione di Mani Pulite, a quel momento sovversivo della nostra vita democratica quando l’onda giustizialista prodotta da una tecnocrazia fatta di magistrati, poteri forti, media accondiscendenti, partiti complici, spazzò via la prima Repubblica. Da allora la politica è rimasta debole e non ha più rialzato la testa.

Per ridare forza e dignità alla politica dobbiamo costruire un pensiero razionale. Come abbiamo fatto nei nostri MegaWatt, l’ultimo a Torino, un’occasione di confronto ideale e programmatico con tante altre persone che condividono le nostre idee. Come abbiamo fatto scrivendo il programma di EPI, dal basso, tramite gruppi di lavoro ricchi di competenze. Come abbiamo fatto nel corso della campagna elettorale nel Lazio comunicando attraverso i media tradizionali ma scommettendo sul digitale, il web, la Rete. La nostra missione resta quella di dare vita a una nuova rappresentanza liberale e popolare che eviti lo sfascio delle istituzioni, riformi il Paese e permetta all’Italia di tornare grande.

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