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Idee

Un fondo per la non autosufficienza

Secondo dati ISTAT e CENSIS del 2014, nel 2010 il 21,4% della popolazione italiana è composta da ultrasessantacinquenni: ben 12.639.829, di cui 2.713.406 non sono autosufficienti. Solo 1.323.856 di questi ultimi (meno del 50% dei soggetti bisognosi) sono in carico ai Servizi Sociali (il 20% circa) o ai Servizi Socio Sanitari (il 28% circa). Più di metà dei nostri anziani non autosufficienti, fragili e bisognosi di cura e di assistenza, non sono neppure intercettati dal nostro sistema di welfare. Ed è pertanto verosimile pensare a una pesante ricaduta della loro assistenza sulle famiglie di appartenenza, se presenti, o a inevitabili ricoveri impropri in ospedale, come regolarmente succede nel mese di agosto, a un costo di 10 volte superiore rispetto a quello di un’idonea struttura specializzata .

Nel 2010 la situazione era questa, ma l’Italia invecchia velocemente e nel 2015 il numero di anziani non autosufficienti è salito a 2.999.420; nel 2020 salirà a 3.267.421 e nel 2025 a 3.569.210. La vita media cresce ma un crescente numero di anziani è affetto da malattie croniche o vive in condizioni psicofisiche invalidanti, aggravando il fenomeno della non autosufficienza, che cresce intorno  ai 65 anni e si impenna intorno agli 80. Dei 3,5 milioni di anziani non autosufficienti previsti nel 2025 una consistente quota richiederà interventi sanitari e assistenziali cumulativi.

Il nostro Paese affronta la grave sfida con preoccupante ritardo: i Servizi Sociali dei Comuni hanno sviluppato reti di interventi e servizi territoriali e domiciliari per disabili e anziani ma intercettano con difficoltà le domande di assistenza in aumento. L’unica certezza è l’indennità di accompagnamento, ma si tratta di una misura rigida e inadeguata a fronteggiare bisogni assistenziali complessi e diversificati: non tiene conto dei diversi gradi di dipendenza e delle diverse tipologie di intervento necessarie a fronteggiare bisogni assistenziali complessi né considera diverse condizioni familiari ed ambientali. Nel 2016 tale indennità ammontava a euro 512,34 mensili, fissi per tutti. Il risultato è che lungi dal fornire risposte differenziate ed esaurienti tale sussidio comporta che gli anziani non autosufficienti, come i disabili, pesino sempre più sulle famiglie, con importanti ricadute a livello sociale.

L’inadeguatezza deriva dal fatto che si continua a considerare ordinaria una situazione che tale non è più. Il rischio della non autosufficienza non è più occasionale e fortuito ma diventa condizione attesa e prevedibile, che non può più essere affidata ai magri bilanci comunali né a generiche indennità non garantite, tutte risorse che comunque non soddisfano il bisogno. Occorre una soluzione straordinaria ed innovativa.

Tutti i Paesi economicamente avanzati dell’Unione Europea hanno scelto da tempo un’altra strada: l’assicurazione obbligatoria. Questa è dal 1995 la soluzione tedesca, che ha costituito un quarto pilastro nel settore del welfare (che si aggiunge a sanità, previdenza e assicurazione contro gli infortuni sul lavoro), alimentato da un prelievo dell’1,9% sulle retribuzioni, ove non solo le imprese ma anche i lavoratori hanno contribuito rinunciando a 2 giorni di ferie l’anno. Il fondo garantisce le prestazioni sociosanitarie necessarie, privilegiando il sostegno alla domiciliarità, avvalendosi di servizi professionali, ma anche della cerchia familiare, ove presente. Sono previsti 4 livelli di gravità cui corrispondono interventi differenziati il cui costo varia dai 450 ai 1918 euro al mese, e il diritto alle prestazioni è frutto di valutazioni mediche, senza fare riferimento al reddito.

Cosa aspetta l’Italia a seguire l’esempio? Certo, l’obiettivo è ambizioso: recenti stime di istituti di ricerca e del Ministero della Salute individuano in una cifra di poco superiore ai 19 miliardi di euro l’ammontare della spesa necessaria. Sarebbe pertanto sicuramente necessario ridefinire le risorse disponibili con gradualità, per fasi successive: partendo da una fase di avvio per poi fissare i termini definitivi del finanziamento. L’esempio tedesco, tuttavia, spinge a provarci e insegna che un’intesa fra gli attori del sistema è l’unica strada percorribile per farlo.

I benefici sarebbero enormi. Primo: l’esistenza del fondo comporterebbe finalmente una regolamentazione efficace del fenomeno spesso irregolare e sommerso delle badanti, come è avvenuto nei Paese europei che l’hanno sperimentato. Secondo: si registrerebbero benefici indiretti sul mondo del lavoro, e in particolare per quanto riguarda l’occupazione femminile, sulla quale in genere grava il carico assistenziale. Terzo: gli enti previdenziali potrebbero godere nell’immediato di maggiori entrate per la significativa emersione del lavoro irregolare: l’occupazione e la regolarizzazione di oltre 400.000 badanti familiari potrebbe comportare circa 1,5 miliardi di euro di contribuzione aggiuntiva previdenziale ed assicurativa, nonché entrate fiscali conseguenti. Quarto: si realizzerebbe finalmente la riattivazione dell’edilizia sanitaria intelligente ed innovativa utile per la realizzazione di  circa 300.000 posti letto mancanti in strutture residenziali per anziani non assistibili al domicilio. Il fondo sarebbe pertanto anche una grande occasione di sviluppo e di lavoro professionalizzato, con enormi risparmi nella Sanità, afflitta in modo irrimediabile da ricoveri impropri di anziani fragili negli ospedali di tutta la penisola.

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