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Idee

Per un federalismo fiscale competitivo

La pressione fiscale è insostenibile, la proliferazione legislativa in campo tributario è tale da essersi trasformata in vera e propria schiavitù, è sentita la necessità di passare dall'incivile sistema di tassazione condizionato da annuali Leggi Finanziarie ad una situazione di certezza del diritto anche in campo tributario, come avviene in campo civile, penale, amministrativo, con una legislazione fissa e non soggetta agli umori ed alle ideologie del governo di turno. Lo Stato non può autodeterminarsi le esigenze di bilancio statale e poi rincorrere i contribuenti per realizzare il gettito necessario a coprire le spese.

L'evasione fiscale è evocata da quarant'anni da chi vuole utilizzarla come strumento finalizzato all'aumento della tassazione… di chi già paga. Noi crediamo che l'evasione vada combattuta, ma non crediamo alle regolari e reiterate campagne di “lotta all'evasione”. Ogni anno si sentono cifre superiori alle precedenti in termini di numero di evasori e di redditi sottratti alla tassazione. Le cifre sono discutibili e non verificabili. Spesso degli importi mirabolanti che si sentono dire essere stati recuperati a tassazione, solo una piccola parte verrà poi incassata dal Fisco.

L'evasione è il mostro, il nemico di cui l'ideologia ha bisogno per reggersi senza idee e senza proposte, oppure non è che una scusa per poter gestire più danaro pubblico possibile ai fini di incrementare il proprio potere politico, qualunque schieramento sia al governo.

Per arginare la pressione fiscale e l'oppressione legislativa tributaria che affligge il Paese, va invertito il criterio con cui viene gestita la politica fiscale, al fine di condizionare e regolare, come avviene in tutte le aziende e le famiglie ben gestite, il fabbisogno dello Stato alle reali possibilità di spesa (alla reale capacità contributiva del cittadino) e non viceversa.

Sperare di uscire da questa situazione grazie alla resipiscenza dei nostri governanti, di qualsiasi colore essi siano, è illusorio. Uno Stato che limiti se stesso è pura utopia.

Dunque, per uscire da questa situazione una sola è la strada: federalismo fiscale, così come inserito nel programma del governo.

Ma, attenzione, per essere efficace deve trattarsi di “vero” federalismo fiscale, che non è certo l'attribuzione aggiuntiva di facoltà impositiva agli enti locali, né la semplice decentralizzazione organizzativa dello Stato nazionale in campo tributario, con l'attribuzione del controllo del contribuente all'Ente locale in cambio di una percentuale del reddito raccolto. E, neppure, è vero federalismo fiscale l'ottenimento dell'equivalenza fiscale, cioè di quel principio che prevede la coincidenza di chi paga le imposte con chi ne gode (su internet, alla voce federalismo fiscale, si legge proprio questo!).

Il vero federalismo fiscale che auspichiamo, e che cambierebbe radicalmente il sistema, è quello che si fonda sul trasferimento della potestà impositiva a livello locale. Trasferimento totale, intendiamo, a livello di imposizione diretta. Allo Stato verrebbe tolta la potestà impositiva, almeno per le imposte dirette (l'Iva non potrebbe che essere uniforme su tutto il territorio, pur essendo parte dell'introito fiscale locale) e le risorse ad esso necessarie gli verrebbero trasferite, in misura fissa e predeterminata, dalle entità locali a cui tale facoltà impositiva verrebbe trasferita.

Se le imposte dirette ed alcune tasse fossero di competenza regionale, per esempio, (meglio ancora se fosse attribuita facoltà impositiva ai Comuni) con obbligo di trasferimento di una aliquota fissa (supponiamo, solo per capirci, il 50%) dei frutti della tassazione allo Stato ed obbligo di parità di bilancio, si otterrebbero risultati estremamente positivi.

La concorrenza fiscale manterrebbe basso il livello di fiscalità e renderebbe più efficienti le strutture pubbliche secondo dinamiche verosimilmente analoghe a quelle della concorrenza tra aziende.

La possibilità di spostamento del contribuente da Comune a Comune o da regione a regione alla ricerca del minor livello di tassazione con il miglior livello di servizi e infrastrutture, costringerebbe i politici locali a fare il possibile per non perdere i loro migliori contribuenti/finanziatori.

Di più, un ordine istituzionale competitivo spronerebbe i politici a cercare di attrarre, con tassazioni più favorevoli, nuovi contribuenti da altre regioni/comuni.

Nessun attentato all'unità della nazione, nessuna incrinatura nella difesa dell'identità nazionale, nessuno Stato nello Stato, nessun potere legislativo a Comuni o a Regioni che incrini l'unitarietà dello Stato. Lo Stato manterrebbe inalterate le proprie funzioni istituzionali che, seppure ridimensionate dalla riduzione della possibilità di spesa e dal decentramento amministrativo, resterebbero comunque finanziate attraverso l'attribuzione della quota fissa (nell’esempio, il 50%) del gettito di ciascun ente locale, garantendo così allo stesso anche la facoltà di adempiere alla funzione di solidarietà nei confronti delle zone/regioni più povere.

E, neppure, alcuna riduzione del potere statale, nessun trasferimento dell'autorità dello Stato ad entità istituzionali subordinate: sarebbe infatti sempre lo Stato che determinerebbe l'aliquota di contribuzione obbligatoria di ciascun ente locale sul totale delle entrate fiscali degli stessi (la misura fissa e predeterminata di cui dicevamo sopra), sarebbe sempre lo Stato, con tutela costituzionale, che deciderebbe sulle competenze e sulle attribuzioni delle istituzioni subordinate. Dunque nessun allarme che si fondi su irrealistiche delegittimazioni dell'autorità nazionale.

Solo per fare un'ipotesi di scuola, sosteniamo che questa riforma di federalismo fiscale competitivo sarebbe efficace persino nel caso in cui lo Stato si attribuisse per legge un'aliquota del 90% o più del gettito fiscale degli enti locali (sarebbe il fallimento dello Stato stesso perché ogni ente titolato a prelevare ai cittadini risorse che verrebbero devolute per la quasi totalità allo Stato, manderebbe esenti dalla tassazione i contribuenti): in ogni caso risulterebbe invertito il sistema di finanziamento della spesa pubblica costringendo le autorità competenti a spendere nel limite delle disponibilità e non viceversa. Una vera rivoluzione.

Alla riduzione della pressione fiscale, oggi sentita come emergenza prioritaria, non si arriverà con appelli, petizioni, inviti alla ragionevolezza, e neppure con manifestazioni di piazza o minacce di ribellioni, ma solo attraverso la realizzazione di un progetto di un “VERO” FEDERALISMO FISCALE, quello cosiddetto COMPETITIVO.

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