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Economia e Fisco / Idee

Sul taglio dell’Irap per imprese e professionisti

La recente crisi ha riportato alla ribalta il tema della tassazione delle imprese e, conseguentemente, è stata ipotizzata l’abolizione dell’Irap o una sua riduzione.
È noto che l’Imposta Regionale sulle Attività Produttive, introdotta nel 1997 come tributo regionale per il finanziamento della spesa sanitaria, si basa sull’esercizio abituale di un’attività diretta alla produzione o allo scambio di beni e alla prestazione di servizi. I soggetti passivi dell’imposta sono imprenditori individuali, società, enti commerciali e non commerciali, esercenti arti e professioni, Amministrazioni pubbliche, enti e società non residenti per la parte del valore aggiunto prodotta sul territorio nazionale.

La sua base imponibile originaria era costituita (ora non più come si dirà innanzi) dal valore aggiunto netto (reddito netto + costo del lavoro + interessi passivi + componenti straordinari) prodotto nel territorio italiano. Contestualmente all’introduzione dell’Irap vennero aboliti i contributi sanitari, la tassa sulla salute, l’imposta patrimoniale sulle imprese, la tassa di concessione governativa sulla partita Iva, l’Ilor, l’Iciap.
Inizialmente, gran parte del gettito dell’Irap, unitamente all’Addizionale Regionale Irpef, era vincolato al finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Successivamente tale vincolo di destinazione venne abolito.
Attualmente, il gettito Irap copre quasi il 40% della spesa sanitaria nazionale stimata in poco meno di 100 mld di euro. La restante parte, ovvero il 60%, è finanziata con l'addizionale Irpef regionale, il pagamento dei ticket sanitari e la compartecipazione delle Regioni all'Iva. A livello territoriale vi sono sostanziali differenze: nel Sud il tasso di copertura della spesa sanitaria garantito dal gettito Irap è modesto, al Centro Nord, invece, è più elevato.
Imposta, quindi, frammentata per zone nella contribuzione alla spesa sanitaria.

Nei recenti anni sono stati attuati, con buona pace per la stabilità normativa, numerosi e complicati interventi sui presupposti per la determinazione della base imponibile, alcuni dettati dalla necessità di ridurne il peso fiscale, altri come conseguenza della mutata struttura del conto economico aziendale. Un breve elenco è il seguente:

  • l’introduzione di specifiche soglie di deducibilità per talune categorie di lavoratori;
  • la previsione di deducibilità dall’Ires/Irpef della quota Irap riferita al costo del lavoro e agli interessi passivi;
  • la deducibilità Irap del costo del personale assunto a tempo indeterminato per un importo annuale non superiore a € 15.000 per ciascun dipendente;
  • fino ad arrivare l’integrale deduzione del costo dei lavoratori dipendenti assunti con contratto a tempo indeterminato con decorrenza dal 1° gennaio 2015.
  • inclusione nella base imponibile di componenti straordinari inizialmente esclusi (dovuti all’eliminazione dal conto economico dell’area straordinaria (a seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 139/2015 è stato recepito il contenuto della Direttiva n. 2013/34/UE)

Nel contempo, a decorrere dal 2008, le regole relative al regime di deducibilità degli interessi passivi, sia per i soggetti Irpef, sia per quelli Ires, hanno subito una radicale trasformazione, dapprima con la L. n. 244/07 e poi con il successivo D.L. n.112/08 introducendone, anche per quest’imposta, la limitata/esclusione della loro deducibilità (deducibili fino al 30% del ROL).
Alla luce di tutto quanto precede vi è da chiedersi in primis sotto il profilo tributario, ancor prima di osservarne il reale contributo sostanziale alle spese dello Stato, se l’Irap sia ancora un’imposta compatibile con altri tributi giacché dapprima concepita con determinati presupposti, e poi snaturata a tal punto da avvicinarsi progressivamente nel presupposto tributario all’altra imposta “Ires/Irpef” che già grava su imprese e professionisti.

Detto altrimenti, atteso che nella formulazione originaria l’Irap:

  1. prevedeva la totale indeducibilità della voce lavoro (a differenza dell’imposta Ires/Irpef) ed ora, invece, tale voce è pressoché totalmente deducibile (escluse talune casistiche) come per l’Ires/Irpef;
  2. prevedeva la totale indeducibilità, a differenza dell’imposta Ires/Irpef, degli interessi passivi ed ora, invece, anche per tale seconda imposta la deducibilità è diventata limitata e talune volte esclusa come per l’Irap;
  3. prevedeva la totale indeducibilità, a differenza dell’imposta Ires/Irpef, della voci allocate nell’area straordinaria del conto economico ed ora, invece, a seguito della soppressione di tale area le medesime voci sono ugualmente rilevanti sia per l’Irap e sia per l’Ires/Irpef (con esclusione di rare casistiche);

è lecito ora chiedersi, a fortiori, su quali principi costituzionali possa ancora fondarsi tale imposta, pericolosamente vicina nei presupposti “all’altra imposta” Ires/Irpef tassando, per l’effetto, due volte la medesima (o quasi) fattispecie astratta al cui concreto verificarsi si riallacciano gli effetti voluti dal legislatore?
In tale situazione non sarebbe, quindi, più coerente (guadagnandone anche il controllo ed il contenzioso) eliminare la prima rimodulando, se del caso, l’aliquota della seconda ?

Alcuni sostengono che tagliare oltre 30 mld di gettito Irap costituirebbe una seria minaccia alla stabilità del Welfare pubblico. Tale affermazione non coglie nel segno allorché il problema non è tanto nel taglio del gettito ma sulla reale necessità di tale gettito.
In primo luogo, si consideri, che una cifra simile (circa 30 mld di Euro) a quella delle entrate Irap viene devoluta dallo Stato per sussidi alle imprese, dalla quale solo le briciole è assegnata al settore privato (che invece contribuisce per i due terzi al gettito Irap), lasciando la quasi totalità della stessa alle aziende pubbliche, di trasporto locale, infrastrutture e difesa. In altre parole, si toglie alle aziende private la possibilità di investire in beni strumentali e tecnologia, capitale umano, ricerca e sviluppo per elargire soldi a pioggia alle aziende pubbliche.
In secondo luogo, si osservi che una razionalizzazione della spesa destinata alla sanità pubblica ha ancora ampi margini di manovra poiché è evidente che parte dei soldi destinati in tale settore sono spesi male.  Il criterio dovrebbe consistere nel perseguire il “Migliore in ogni settore di spesa ovvero il territorio che fornisce migliori servizi sanitari e spende meno.
In terzo luogo, altre risorse si potrebbero trovare andando a tagliare in modo serio e non lineare la pubblica amministrazione, riorganizzando la stessa con una efficiente digitalizzazione orizzontale e con i conseguenti tagli del suo personale.
In quarto luogo, è noto che, piuttosto che tagliare l’Irap, si è preferito in tempi recenti abbattere l’aliquota Ires che dal 2017 scenderà dal 27,5% al 24% con un risparmio per le imprese  di poco superiore ai 4 mld di Euro. Si stima, tuttavia, che il risparmio fiscale riguarderà (solo) circa il 15% delle stesse (per lo più le grandi imprese) sicché qualora, in alternativa, si fosse messo mano al taglio dell’Irap, in particolar  modo per le attività senza dipendenti, la sforbiciata nel suo complesso sarebbe stata più equilibrata.

Infine, mal si comprende come per “gli 80 Euro in busta” i denari sono stati trovati preferendo elargire “a valle” per (solo) coloro che il lavoro ce l’hanno piuttosto che tagliare l’Irap alle imprese e ai professionisti conseguendo “a monte” maggiore competitività e spinta alla produzione e, in ultima analisi, più occupazione. Per non dire, inoltre, che ad un lieve aumento del salario in busta consegue sì un verosimile aumento dei consumi, ma quest’ultimi altrettanto verosimilmente sono destinati in parte ad acquisti di matrice estera e favoriscono, con evidente dispersione del beneficio, la produzione dei competitor fuori frontiera.

In conclusione, l’Irap è un’imposta che ha perso i presupposti iniziali (già opinabili), avvicinando quest’ultimi con seri dubbi di costituzionalità all’altra imposta Ires/Irpef che già grava sulle imprese; le risorse per eliminarla definitivamente sono rinvenibili almeno tanto quanto sono state rinvenute per altri interventi peraltro poco efficaci ed equilibrati. Con il che ciò che veramente si dovrebbe ricercare non sono i denari per far fronte alla sua eliminazione, possibile ed urgente, ma la seria volontà politica di incentivare la concorrenza, il merito e la capacità industriale italiana, evitando che gli efficienti paghino per mantenere in vita gli inefficienti come fin d’ora accaduto.

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