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Idee

Ridurre la spesa per ridurre le tasse

Bisogna proporre un discorso serio per una riduzione delle tasse in Italia. Questo discorso non può che partire dal legame che una politica fiscale espansiva ha con la crescita del Pil, la riduzione di uno stock ingente di debito, e il contenimento della parte improduttiva della spesa pubblica italiana.

Per fare sì che imprese, investitori e consumatori percepiscano come permanente il taglio delle tasse, è necessario dare connotati di stabilità e progressività alla politica fiscale espansiva, senza ridurre i servizi essenziali del ns welfare come la sanità e i diritti acquisiti come le pensioni che minerebbero la fiducia di un ceto medio uscito provato dalla crisi finanziaria del 2008, che ha di fatto innescato una lotta al ribasso tra nuovi poveri con meno diritti e meno opportunità per tutti (anche quest’anno 160k persone, molte delle quali qualificate, hanno lasciato il Paese per svolgere lavori non qualificati all’estero).

Citerei tra tutti i fattori che hanno impoverito il ceto medio anziano e giovane durante la crisi: 1) il tema degli esodati e la tragica toppa APE in cui mi indebito per percepire una pensione inferiore del 6-7% a quella alla quale avrei avuto diritto nel regime pre-Riforma Fornero; 2) la mancata indicizzazione delle pensioni e l’aumento delle minime a livelli decenti; 3) la disoccupazione a livello 11.5%  con picchi del 40% nella fascia 25-35anni; 4) il risparmio tradito dalle recenti crisi bancarie e finanziarie.

Venendo dunque alla proposta, presupponiamo di rispettare il pareggio di bilancio previsto da Costituzione (in termini di avanzo primario; sugli interessi passivi possiamo beneficiare ancora dello scudo Draghi - che ci permette di emettere debito a 50anni al 2.85% - e dei tassi negativi, prima che si re-impenni lo spread riflettendo il reale stato dei nostri numeri e della nostra economia).

Se si tagliasse ad esempio come suggerito da vari esponenti della cd spending review la spesa pubblica improduttiva nella cifra di un 3% annuo (limitiamo l’intervento in modo da avere un impatto neutro anche sul lato dei consensi elettorali), si risparmierebbero ca 25bn all’anno (una manovra di bilancio come controvalore), che potrebbero essere destinati come segue: 15 bn a sgravi fiscali a imprese e persone fisiche in modo da avere una tassazione max del 35% a regime (vs il 46% attuale) con neutralità per società e persone fisiche (manterrei comunque aliquote progressive per equità, compresa una No-tax area a 12k annui);  e con 10 bn a riduzione sistematica del debito, in aggiunta alla politica di privatizzazione (quanto possiamo ricavare ancora dalla vendita di quote in ENI,Enel, Poste, CDP, FS, Reti tlc/elettriche/trasporti..) che già il governo sta mettendo in pratica e restano comunque come settori strategici per il Paese.

Credo che questa manovra neutra su deficit in quanto coperta da tagli di spesa, porterebbe risorse, attraverso la leva fiscale, nell’economia reale che rilancerebbero la fiducia di consumatori e imprese senza ridurre i servizi di base del nostro stato sociale e soprattutto senza gravare ancora sul ceto medio. Finirebbe anche la sfiducia internazionale dei mercati (spread, banche su sofferenze/ricapitalizzazioni) sulla nostra capacità di mettere in pratica riforme vere.

Folle invece sarebbe parlare di patrimoniali dopo 8 anni di crisi che hanno eroso 10 punti percentuali di Pil cumulato e ridotto la produzione industriale del 25% a livello degli anni 80, e creato 9mn di nuovi poveri tra esodati, giovani disoccupati, pensionati con minima. È altresi provata anche la totale inefficacia su consumi e investimenti di interventi temporanei quali sono stati i famosi 80euro, i vari bonus temporanei, oppure gli sgravi contributivi ad aziende a fronte di assunzioni che hanno trasformato il mercato di lavoro in instabile e opportunistico per le aziende (il cd jobs act si sta dimostrando inefficace).

Gli interventi sui super ammortamenti (Industria 4.0), mi sembrano invece corretti, come lo sono e lo erano del resto la Sabatini, la vecchia DIT per patrimonializzare le nostre PMI ed evitare un uso malsano della leva finanziaria e del credito bancario e gli incentivi fiscali alle ristrutturazioni, ma esiste un “ma” rappresentato da una crisi di sfiducia generale sull’investire nel Paese.

Snellire dunque lo Stato e il suo apparato burocratico attraverso una cura dimagrante su spesa improduttiva (costi) e debito pubblico (stock), secondo una politica economica coerente anche con i valori di un centro-destra illuminato, mi sembra forse l’unica via percorribile per ricostruire il Paese e riprendere ad investire. Tutto questo si realizzerebbe: senza toccare lo stato sociale; senza prestarci a critiche da parte dell’Europa che ci darebbe flessibilità maggiore (austerity senza riforme e fiscal compact hanno aggravato pesantemente la crisi dei paesi mediterranei che non si sono riformati come Italia, Portogallo e Grecia); e contando maggiormente poi sulle nostre capacità di fare sistema attraverso i distretti industriali e i settori leggeri quali ad es il food, il turismo e la moda/lusso/italian lifestyle (magari registrando anche il marchio Made in Italy come suggerito da molti imprenditori).

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