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Quegli eroici imprenditori italiani alla conquista dei mercati globali

A tenere a galla l’economia italiana è un universo di imprenditori eroici che invece di lagnarsi della mancanza di domanda si sono rimboccati le maniche, hanno stretto i denti e di fronte al collasso dell’economia italiana di stampo tardo jugoslavo hanno aggredito i mercati globalizzati. Il loro successo ha portato la bilancia dei pagamenti italiani a livelli record, ridicolizzando le scemenze diffuse dai sovranisti secondo cui la competitività si guadagna solo con le svalutazioni del cambio.

In altri termini la domanda l’hanno inseguita, l’hanno soddisfatta con prodotti di qualità, l’hanno strappata alla concorrenza. A lamentarsi della mancanza di domanda sono spesso imprenditori incapaci, inefficienti, convinti di avere ricevuto per diritto divino una rendita di posizione, oppure quelli che inseguono le commesse pubbliche con il capitalismo di relazione. Insomma quegli inetti in attesa che i contratti caschino loro in bocca e i clienti si facciano convincere dalla brochure ridicola scritta in inglese renziano.

Purtroppo questa visione del mondo distorta e malata non è un caso, basta guardare anche solo all’esperienza dei mesi scorsi. Per uno Stato gestito da incapaci, è imperativo comprare consenso sottraendo risorse a chi è in grado di produrre. Pertanto la burocrazia per quanto farraginosa deve essere brutale con i piccoli senza rappresentanze politiche e tenera con boiardi e cacicchi che gestiscono il voto parassitario.

Guarda caso quando serve tenere in vita imprese zombie che costituiscono la greppia per mandrie di clientele, i soldi come per miracolo si trovano sempre. Monte dei Paschi di Siena, Alitalia, Atac, Sorgenia non vengono mai abbandonate dai politici e dai governi. Al contrario mai una volta che si trovino risorse per consentire la crescita delle imprese ben gestite, per le aziende innovative che affrontano e scalano i mercati internazionali. A queste il governo riserva esclusivamente il metodo Equitalia, che, come dice il nome, ripartisce equamente i profitti: 90% allo Stato e il resto alle banche.

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