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Idee

I privati e la cultura

La tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico in Italia assumono centrale rilevanza e un ruolo strategico per lo sviluppo del Paese stesso. In questi anni è documentabile la crescita della consapevolezza di buona parte dei cittadini di quanto sia essenziale conservare, conoscere e promuovere i beni culturali, poiché sono fattore di identità nazionale, sviluppo sociale, nonché risorsa economica dello Stato.

L’aspetto centrale cui le politiche culturali devono dare rilevanza è l’intervento della categoria dei soggetti privati nel settore dei beni culturali, stante l’assenza di risorse e l’incapacità del settore pubblico di gestirli al meglio. Questo può avvenire anche attraverso la creazione di strategie di collaborazione tra pubblico e privato che permettano un’efficace conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico italiano.

L’unicità del nostro patrimonio è stata garantita fino ad oggi grazie al valore riconosciuto al concetto di tutela, inserito anche tra i Principi Fondamentali della Repubblica all’art. 9 della Costituzione. Proprio per questo il fine deve sempre essere il bene comune e la pubblica fruizione, ma il sostegno dei soggetti privati è ad oggi un fatto impreteribile. Ad esempio, le nuove forme di compartecipazione istituzional-privatistica, cosiddette di Partenariato Pubblico Privato, come la fondazione di partecipazione o la concessione di lavori o servizi (sponsorizzazione tecnica), possono essere un mezzo per esercitare una cooperazione “innovativa” tra soggetti che, perseguendo scopi essenzialmente opposti, raggiungono in realtà il medesimo fine; infatti l’obiettivo è quello di ridurre le spese correnti per la finanza pubblica, introducendo altresì l’originale componente dell’expertise dell’imprenditore privato.

Purtroppo queste strategie sono difficili da applicare nel nostro Paese a causa di un sistema troppo burocratizzato e di una disciplina giurisprudenziale complessa che non semplifica le pratiche e ostacola l’intervento e l’interesse privato a partecipare. Un esempio è la sponsorizzazione finanziaria avvenuta da parte di Diego Della Valle, il quale ha reso possibile un restauro integrale ed organico di uno dei monumenti più rilevanti e illustri al mondo come il Colosseo e la Fontana di Trevi. Questo non sarebbe stato possibile, se non parzialmente, mediante le sole finanze pubbliche, ma ha visto passare tre anni dalla firma dell’accordo di sponsorizzazione all’inizio dei lavori di restauro a causa di controversie e dispute giudiziali davanti al Tar del Lazio e al Consiglio di Stato.

Se la cultura è una risorsa economica fondamentale per il nostro Paese, essa non può essere lasciata da parte. Ora ha primariamente bisogno del sostegno finanziario dei soggetti privati, la politica deve dunque interessarsi a creare le condizioni affinché questo avvenga. Iniziamo con la semplificazione disciplinare in materia di sponsorizzazione, sia tecnica che finanziaria, legata ai beni e alle attività culturali che renda più veloce e più trasparente l’intervento privato evitando ostacoli legali, ma soprattutto impegnandosi a costituire un efficace sistema di sgravi fiscali che renda appetibile l’investimento per le imprese e per i singoli cittadini.

L’introduzione dell’Art Bonus è stato un piccolo passo, però esso ha lasciato comunque delle criticità. È necessario orientarsi verso una strategia più completa e ampia. Il sistema di agevolazioni fiscali, stabilito per le erogazioni liberali, non incoraggia il donatore perché eccessivamente burocratizzato. La trasparenza e la tracciabilità nell’adoperare le elargizioni di denaro accumulate dalle istituzioni culturali sono insufficienti e in particolare modo è carente il sistema di promozione e sensibilizzazione ad erogare per incentivare le donazioni.

Se guardiamo oltre-confine, più precisamente se entriamo nella realtà del Regno Unito, possiamo prendere spunti interessanti riguardo alla tematica in esame. Sin dagli anni Ottanta il primo governo Thatcher ha avviato diverse politiche che hanno permesso un incremento del finanziamento privato per le attività culturali. A fronte di questi orientamenti politici, lo stesso governo mutò la conformazione ed i componenti degli organi costitutivi delle istituzioni culturali, diminuì l’apporto finanziario pubblico destinato alla cultura e all’arte e sviluppò un sistema di incentivi per definire contratti e accordi di sponsorships tra enti amministrativi e società private. Possiamo dunque osservare che all’interno del sistema inglese i privati hanno assunto un ruolo fondamentale nella partecipazione alla tutela, gestione e valorizzazione culturale dando alle istituzioni pubbliche un ruolo meramente sussidiario.

Questa è una piccola parentesi di una vasta realtà, la quale però mostra come sia possibile cambiare applicando politiche adeguate e come si possano trovare soluzioni per creare un sistema che attivi un Paese attualmente paralizzato dai propri regolamenti e dai propri governi.

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1 Commento su "I privati e la cultura"

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Mauro Concas
Iscritto

Se non sbaglio in Francia è possibile che anche i singoli cittadini possano essere proprietari di beni culturali (es. sito di FIlitosa in Corsica).
Purtroppo qui c’è la mentalità che se il privato metta mano alla cultura poi la riempia di cartelloni pubblicitari o ci speculi sopra, quando non è così, un esempio recente è il sito archeologico scoperto durante la costruzione di un McDonald’s venendo finanziato dallo stesso, costruendo in maniera non invasiva il locale sopra l’antica strada che è visibile anche dall’interno del locale.
Basterebbe fare delle leggi adeguate.

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