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Idee

Politiche giovanili: il buon senso e la retorica

Avvicinandosi rapidamente le elezioni politiche, tutti i partiti hanno cominciato a lanciare slogan, più o meno accattivanti, sulle politiche a favore dei giovani. La gran parte di queste proposte, tuttavia, contrasta vistosamente con un principio che più di altri dovrebbe ispirare l’azione politica, ossia il buon senso. Possiamo verificare facilmente questa affermazione sotto due punti di vista, differenti ma tra loro comunque legati. Da un lato, manca totalmente il buon senso sotto il profilo della visione di lungo periodo, dell’idea di Italia che vogliamo per il futuro.

Si parla tanto di giovani ma non si è ancora affrontato seriamente il drammatico problema della decrescita demografica. Un Paese che non fa figli è un Paese che va lentamente verso l’auto-dissolvimento. Investire sui giovani richiederebbe di adottare politiche che rendano meno oneroso per le giovani coppie “metter su famiglia” e avere dei figli. Da questo punto di vista, appare francamente folle la schizofrenia della politica, che per un verso lamenta il calo delle nascite (100mila neonati in meno dal 2008 al 2016, secondo l’Istat), e dall’altro dimezza l’importo del bonus bebè.

Assenza di visione di lungo periodo vuol dire anche continuare a svilire il ruolo della scuola e dell’università, che devono tornare a essere palestre di formazione ma anche di selezione. Il vero significato del diritto all’istruzione sta nel diritto per tutti all’accesso agli studi, ma ciò non esclude la necessità di rigore, impegno, disciplina. Non a caso, l’art. 34 della Costituzione garantisce il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi ai “capaci e meritevoli”. Ridurre gli anni di studio, eliminare gli esami finali, annacquare gli insegnamenti in nome di una visione “moderna” dell’educazione sta impoverendo le nuove generazioni dal punto di vista formativo-culturale, riducendo la competitività dell’intero sistema Paese.

Per non parlare di tutto ciò che riguarda la nuova “morale del politicamente corretto, che sta lentamente modificando la nostra stessa percezione della realtà, a volte in frontale collisione con i principi basilari di buon senso. Pensiamo alla modifica dell’identità storico-culturale della Nazione per effetto di scelte, anche a livello politico, che si presentano come progressiste e antidiscriminatorie, ma che si tramutano in impedimenti oggettivi per le nuove generazioni a conoscere le radici della nostra cultura e confrontarci con le altre Nazioni fieri della nostra identità: la strisciante eliminazione della parola “Natale” dalle recite scolastiche e dalle vetrine dei negozi ne è un esempio lampante. Il fenomeno è purtroppo globale, se solo pensiamo all’abbattimento delle statue di Cristoforo Colombo negli Stati Uniti o alla censura di alcune fiabe perché non “gender friendly”.

Dall’altro lato, il buon senso risulta un illustre sconosciuto sotto il profilo delle ricette economiche avanzate dai diversi partiti.
Non si può ragionevolmente pensare che siano a favore dei giovani tutte quelle proposte che fanno ricorso alla spesa in deficit per giustificarne la copertura. Ogni aumento di spesa, a fronte anche del gravissimo debito pubblico italiano, significa pensare esclusivamente al presente e non al futuro, zavorrando le nuove generazioni di maggiori debiti e sottraendo loro risorse preziose in avvenire.

Stupisce ed anzi allarma, in questo senso, che i due alfieri del giovanilismo in salsa italica, il segretario del PD e il “capo politico” del M5S, siano pienamente concordi sul punto: per far ripartire il Paese occorre aumentare la spesa in deficit. Così come allarma il continuo, sfiancante dibattito che regolarmente, per diversi mesi ogni fine d’anno, in sede di sessione di bilancio, si incentra sulla riforma delle pensioni. Meno i giovani fanno figli, meno ci saranno in futuro lavoratori in grado di pagare le pensioni agli anziani. Le poche risorse a disposizione andrebbero confluite sulla creazione di posti di lavoro, e quindi sulla riduzione delle tasse per le imprese e sulla semplificazione degli oneri burocratici.

Al di là di un giovanilismo di maniera, che non fa altro che derubricare la questione delle nuove generazioni a un problema anagrafico, servirebbe avere chiara l’idea che stare dalla parte dei giovani significa assumere decisioni nette e radicali, anche impopolari, sul fronte delle politiche demografiche, del contenimento della spesa, della riduzione delle tasse, del miglioramento dell’offerta scolastica e universitaria.
I giovani che hanno a cuore il proprio futuro sapranno individuare, nel segreto dell’urna, il partito che si presenterà come difensore del buon senso.

A cura di Giovanni Savoia, Avvocato e Dottore di ricerca in Diritto costituzionale presso l’Università Cattolica del S. Cuore di Milano

 

 

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