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Idee

Piazza Affari no, ma una Camera dell’Arte? Why not?

Premessa (e non saltatemi piè pari solo perché sono una premessa): qui ci si riferisce solo e soltanto agli artisti nati dagli anni Sessanta/Settanta del secolo scorso in poi. Perché? Perché lo so benissimo che nelle aste l’Italian sale va a gonfie vele, ma qui non si parla dei vari Fontana, Burri, Pascali, Manzoni e Fioroni e Festa (quindi si parla di un altro campionato, di un altro campo da gioco, di un altro sport).

I quadri costano. Perché? Può essere utile il confronto con gli andamenti di Borsa?

Nel senso: se i quadri fossero in tutto e per tutto simili ai titoli azionari e gli operatori dell’arte fossero in tutto e per tutto simili agli operatori di Borsa, allora il mercato (dell’arte) avrebbe una logica stringente e questo spiegherebbe perché per comprare un quadro di Samorì mi tocca vendere la macchina e forse non basta neanche quella.

Ma la risposta alla domanda iniziale è: NI’. Gli andamenti dei prezzi dei quadri sono come le fluttuazioni di Borsa? Sì ma anche no.

Scrive il bravissimo Stefano Cingolani sul Foglio  che i titoli di importanti società quotate sulla piazza di Milano dall’agosto 2007 a oggi sono andati incontro con gran fervore a uno strepitoso segno +,  che in alcuni casi è arrivato al 500 (cinquecento) per cento rispetto a dieci anni prima, vedi Brembo (sistemi frenanti, + 578%) e Recordati (farmaci, + 526 %). A seguire Campari (+ 200) e a “scendere” (si fa per dire) Terna (elettricità), Luxottica (Leonardo Del Vecchio, quello degli occhiali), Exor (la cassaforte di casa Agnelli), Azimut (risparmio gestito. E chi bazzica il mondo dell’arte milanese sa che nella sede in Porta Venezia ci fanno anche le mostre), Fiat Chrysler, PirelliSnam e Banca Mediolanum (e anche qui ci fanno le mostre).¹

Tutte aziende grandi e grosse, rispetto alle quali le piccole, che si accontentano di fare lavatrici e libri, arrancano: nulla di nuovo sotto il sole, gli utili reinvestiti di Tremonti non sono bastati e non basteranno mai a reggere la concorrenza dei grandi e grossi.

Ma di là dal fatto che questa è una ragione in più per smetterla di illudersi di scriver libri (tira più una lezione di stile che un carro dei suddetti), la cosa veramente significativa è che la ragione del successo in Borsa sta (anche) nella capacità di gestire il proprio potere contrattuale coi grand commis istituzionali (il mercato non è una “cosa” che se ne sta nel suo mondo, ma un insieme di rapporti di operatori economici che dipendono dalla politica economica di un governo).

Nulla di sporco, le aziende grandi e grosse tessono da sempre rapporti istituzionali (le piccole no, forse nemmeno col sindachino del paese) ed è per questo che i loro interlocutori  hanno orecchie per ascoltare e occhi per guardare: alcuni stanno a guardare e basta (come è giusto che sia), altri allungano la manina (come è sbagliato che sia), ad ogni modo lo stato di grazia dell’economia di un’impresa fa brillare di luce riflessa lo stato di grazia dell’economia di una nazione.

Poi c’è Gordon Gekko, c’è la bravura, la professione, il pensare a sé, ma anche il più anarchico dei raider finanziari ha un ruolo sociale.

Bene, tutto questo per rispondere alla domanda se il mercato dell’arte si possa paragonare a quello di Borsa. E la risposta è NI’.

Sì perché è un po’ una legge di natura che se un prodotto vale ed è richiesto, allora il suo valore aumenta, mentre se va male i suoi possessori si affrettano a darlo via (titoli azionari ↔ opere d’arte).

No perché, per la stessa legge di natura, anche quando un valore aumenta brutalmente (vedi le bolle speculative), c’è sempre un regolatore esterno. E poi ci sono le leggi (in questo caso non di natura). Cosa che invece qui a me pare che manchi.

Nel mondo dell’arte contemporanea delle gallerie-private-che-promuovono-specialmente-la produzione-di-artisti-giovani-o-“giovani”-ma-non-necessariamente-di-prima-mano è dunque giusto e normale che il valore dell’opera di un artista bravo, che fa mostre importanti, è seguito seriamente ed è inserito in collezioni degne, cresca in proporzione negli anni: chi semina raccoglie.

Ma in Italia quelle aziende speciali che sono le gallerie d’arte difettano totalmente (e non per cola loro) di quel referente che le aziende “classiche” invece hanno: il legislatore, diciamo.

Nel mercato dell’arte (quello di cui stiamo trattando qui) mancano poi due cose: una vigilanza e alcune norme, non necessariamente scritte, che disciplinino un settore aleatorio e senza regole in cui nessuno, fra i grandi e grossi e i medi e piccoli, potrebbe sognarsi di entrare in una fantomatica Piazza Affari dell’Arte.

Eppure, gli farebbe un così gran bene entrare in questa piazza. Farebbe bene ai galleristi, agli artisti e a noi servi della gleba che non siamo né gli uni né gli altri.

In realtà ne mancano tre di cose e, last but not least, la terza non è la meno importante: un’associazione nazionale che coordini e promuova il settore replicando in tutto e per tutto le funzioni della Camera della Moda per il settore del lusso.

Tu chiamala Camera dell’Arte se vuoi. Del resto ne avevo già parlato qui.

Dice: «c’è già l’Associazione delle Gallerie».

Ma io, se fossi un gallerista, non m’iscriverei mai a questo club, dal momento che per risolvere questioni di natura fiscale e autenticazione preferirei rivolgermi al mio commercialista e a un carabiniere.

Viceversa mi registrerei di gran carriera alla Camera dell’Arte: potrei contare su una associazione che (mia opinione del tutto fantasiosa) organizzerebbe mostre di grande importanza, in Italia ma specialmente in the place to be, cioè Milano (MiArt, Grand Art, MIA e gli eventi a latere come il Salone del Mobile).

Organizzerebbe, perché no?, spettacoli televisivi e magari, why not?, si occuperebbe anche della formazione dei galleristi italiani.

E insomma gallerista, cosa vuoi di più dalla vita, un Tucano?

Pubblicato originariamente su: laversionedibeluffi.wordpress.com

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Foto del profilo di ebeluffi
Attualmente: Coordinatore del gruppo di lavoro_Cultura di Energie PER l'Italia. Curatore di ottanta mostre (aggiornamento dicembre 2016) in gallerie private e autore delle relative pubblicazioni, fra cui una monografia Skira. Articolista de Il Giornale OFF, inserto culturale de Il Giornale (web e cartaceo). Pregresso: Collaboratore di Exibart, Artribune, Espoarte, ArtsLife. Editore di una rivista d’arte, già cartacea e ora online (kritikaonline.com), attualmente conservata al Centre Pompidou e presentata a diverse fiere internazionali d'arte contemporanea. Archivista presso Fondazione Biblioteca di via Senato. Articolista del settimanale Il Domenicale(2005/2006). Promotore editoriale presso Mursia e svariate agenzie di comunicazione -Armando Testa, Saatchi and Saatchi, Loewe Pirella, Leo Burnett et cetera (2007). Assistente personale del gallerista Massimo Carasi (The Flat Massimo Carasi, Milano) e dell'artista Anna Valeria Borsari (Fondazione Ar.Ri.Vi - Archivio Ricerche Visive, Milano). Publiredazionali in agenzia di pubblicità specializzata nel settore librario e bibliotecario (Argentovivo srl, Milano). Archivista presso Biblioteca d'Arte del Castello Sforzesco di Milano (2004) e Ciessevi, Centro Servizi per il Volontariato della provincia di Milano (2003). Laureato in Filosofia, vivo e lavoro a Milano.

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