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Idee / In primo piano

Perché serve un centro destra liberale e popolare

Siamo alla fine di un’epoca. La crisi del 2008, e la lunga stagnazione che ne segue, ha messo in crisi l’idea che un mondo globale, integrandosi, avrebbe dato vantaggio a tutti. Era un’idea che puntava sul ruolo propulsivo della finanza e ha fatto il successo della sinistra di Bill Clinton e di Tony Blair. Portava con sé diritti individuali per tutti, ingerenza umanitaria, individualismo senza limiti, legalismo iper-invadente, la convinzione che tutte le culture sono ugualmente buone. Diritti, multiculturalismo, Stato e spesa pubblica.

Questa visione ideologica non ha retto l’impatto con la realtà del mondo globale e della rivoluzione digitale. Gli straordinari flussi migratori, l’impoverimento dei ceti medi, la mancanza di prospettive di futuro, il radicalismo religioso violento e assassino, le trasformazioni delle nostre città che accrescono le sofferenze delle aree più deboli della popolazione generando scontro sociale, odio e chiusura in se stessi, il drammatico trend demografico che ci proietta in un futuro d’invecchiamento e di profonda trasformazione della composizione sociale dei nostri Paesi: quando questi problemi si sono resi evidenti la politica occidentale, con il suo mainstream ideologico e politically correct , si è trovata spiazzata. Una catastrofe culturale.

Le élite di sinistra hanno iniziato a parlare di populismo, la destra ha reagito dannando la globalizzazione e l’innovazione tecnologica. Gli Usa hanno avviato il disimpegno nei grandi scenari internazionali, favorendo l’abbattimento dei regimi in molti Paesi arabi senza avere una strategia capace di affermare una nuova stabilità, l’Europa non è stata in grado di ridefinire il suo ruolo, non ha avuto la capacità di uscire dal proprio egoismo nazionale per divenire soggetto attivo nella stabilizzazione del Nordafrica e Medio Oriente. L’ambiguità e l’ipocrisia sono diventati la cifra della politica occidentale. Al dramma dell’immigrazione hanno risposto con l’accoglienza e l’opportunità, al terrorismo hanno risposto con il solito doppio standard e il senso di colpa, alla povertà hanno risposto con un impotente assistenzialismo e con la ridefinizione degli indicatori statistici.

La nuova epoca richiede un grande ripensamento. È quello che stiamo promuovendo: senza ipocrisie, con il linguaggio della verità. Dobbiamo rinvigorire le categorie e i valori cari alla cultura «conservatrice». Liberale e popolare, la chiamiamo noi. Dobbiamo tornare a rispettare e conoscere le nostre radici culturali per affrontare in modo chiaro e schietto la grande questione del confronto tra culture e religioni. Per evitare la sottomissione dobbiamo rafforzare i nostri valori di democrazia e legalità, di Stato laico e liberale. Per ritrovare una visione di crescita e benessere dobbiamo rinvigorire i nostri valori del lavoro, dei nostri doveri verso la famiglia e il Paese. Dobbiamo ritrovare il valore delle comunità, delle associazioni, delle rappresentanze che svolgono funzioni indispensabili per la nostra società.

E la politica deve dare una visione. Deve essere consapevole della funzione a essa assegnata, e deve soprattutto tornare ad essere capita dal popolo, un popolo che va ascoltato e verso il quale deve ristabilire un nuovo rapporto di fiducia. È la grande occasione della cultura liberale popolare: una politica che torni a essere composta da persone integre, che credono nel loro Paese e che abbiano il coraggio di affrontare i nodi storici della nostra economia. Una politica nuova che dica la verità e lavori per il nostro futuro, smantellando il peso di uno Stato che non serve, capovolgendo il rapporto tra Stato impostore e cittadino suddito. Che creda negli italiani, nel loro lavoro, nella loro capacità di creare sviluppo e benessere. Che preservi i loro risparmi e tuteli coloro che sono in difficoltà. Questa è la nostra identità, questo è il Paese che vogliamo costruire.

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