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Idee

Perché occorre restituire all’Italia l’orgoglio in se stessa

di Giovanni Savoia*

Per un movimento come Energie PER l’Italia, che si candida a costituire il motore liberale e popolare di un nuovo centrodestra italiano, l’impresa può apparire assai ardua. Il nostro Paese, purtroppo, non ha mai avuto un forte partito di tradizione liberal-conservatrice, come ce n’erano e ce ne sono in altri Stati europei. Non lo è stato il piccolo ed elitario Partito liberale; non lo è stato il M.S.I., a lungo su posizioni nostalgiche ed estromesso dal cosiddetto arco costituzionale; non lo è stata neppure la Democrazia cristiana, che comprendeva in sé vasti settori e apparati aventi posizioni assai più vicine a quella che, genericamente, definiamo “sinistra”. Questo è un dato di fatto per il passato, ma costituisce anche un significativo problema per il futuro.
Nonostante tutti i funerali delle categorie ideologiche di “destra” e “sinistra” che periodicamente vengono celebrati, una democrazia che funzioni non può prescindere dal confronto tra un movimento liberal-conservatore e un movimento progressista. È così sin dai tempi antichi e basta rileggersi le splendide pagine di Constant o Tocqueville per averne un fulgido esempio.

È dunque necessario offrire all’Italia una formazione larga e radicata, che abbia chiari i principi e valori cui intende richiamarsi. Non avere punti di riferimento significa ridursi a inseguire la massa invece di orientarla; significa mutare opinione a seconda del variare degli umori popolari; significa alzare sempre più i toni dello scontro dialettico per nascondere le proprie evidenti carenze di pensiero.
Non è un caso che il Movimento 5 Stelle – il vero avversario oggi presente in Italia per uno schieramento di centrodestra – abbia un programma assai generico, contraddittorio e teso a blandire le posizioni più disparate dell’elettorato: dalla politica estera all’immigrazione, dall’economia all’ambiente, dalla scuola ai vaccini, il movimento di Grillo sceglie volutamente di non assumere posizioni nette, in maniera tale da poter “pescare voti” sia a destra che a sinistra.
Per evitare questo rischio, una formazione politica liberale e popolare dovrebbe assumere come parole d’ordine le seguenti: “tradizione” e “innovazione”. Non c’è movimento liberale, conservatore o comunque di centrodestra, in cui tali due espressioni – all’apparenza ossimoriche – non coesistano in un connubio fondamentale per le sfide della post-modernità.

Tradizione significa essere orgogliosi della propria storia, avere chiare le proprie radici culturali, non rinnegare come troppo spesso accade il proprio passato. Tutto questo si riassume nel concetto di Nazione.
Siamo il Paese di grandi artisti, pensatori, letterati, giuristi, scienziati: questa è la Nazione italiana, quella plasmata da Dante, da Petrarca, celebrata dal d’Annunzio e resa Stato da Cavour. E siamo una Nazione radicata nell’Europa e nell’Occidente cristiani.
Insieme al Fascismo abbiamo erroneamente archiviato tutto ciò che ci richiami l’idea di Nazione. La sinistra italiana ha gravi colpe in questa rimozione storica e culturale, ma la Nazione è sempre stata orfana di un partito, di un movimento che la difendesse, che si ponesse come baluardo contro gli assalti al senso di comunità.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: di fronte alle sfide epocali della contemporaneità, dalla crisi economica alla mancanza di lavoro, dalle spinte migratorie ai progressi tecnologici, ci sentiamo smarriti, confusi, arrabbiati. Siamo in balìa degli eventi, come “nave sanza nocchiere in gran tempesta”. Ci rifugiamo nei diritti individuali, che spesso costituiscono solo la giuridicizzazione di nostri desideri, ma che rischiano di rompere il senso di comunità.
Ecco a cosa serve la tradizione: a ricordarci sempre chi siamo, qual è il nostro passato e quali i binari su cui deve scorrere il treno del nostro futuro.

Ma la tradizione, da sola, rischia di ridursi a passatismo. Ecco perché deve sposarsi necessariamente con l’innovazione.
In un mondo in continua evoluzione, in cui i cambiamenti della scienza e della tecnologia hanno assunto ritmi impressionanti, in cui la globalizzazione ha spezzato barriere e aperto confini, l’Italia non può rimanere ferma. Deve innovarsi profondamente, riformando se stessa, la propria legislazione e la propria burocrazia, se vuole restare a lungo tra i grandi Paesi del mondo.
Fisco, lavoro, giustizia, scuola, università, cultura: sono molti i settori in cui si impone un intervento profondo e radicale, che liberi energie e ridia spazio alla voglia di fare degli italiani, anche a costo di sacrificare posizioni consolidate, di scontentare qualcuno, di toccare dogmi e tabù del modello assistenzialistico del secolo scorso.

Di tutto questo un centrodestra che ambisca a essere protagonista, e non solo un terzo classificato, dovrebbe tenere conto.

 

*Avvocato e Dottore di ricerca in Diritto costituzionale presso l’Università Cattolica del S. Cuore di Milano

 

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