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Esteri / Idee

Perché non dico #ForzaEuropa

Oskar Schindler è passato alla storia per aver salvato migliaia di ebrei dal genocidio nazista. Chi ha visto il capolavoro di Spielberg che lo ha reso celebre, però, sa anche che la sua non è la storia dell’eroe canonico, ortodosso, senza macchie e senza ombre. Anzi: prima di salvare quelle vite, Schindler iniziò la sua attività imprenditoriale approfittando del divieto di commercio imposto agli ebrei, proseguendo nella sua attività con l'esplicito obiettivo di arricchirsi alle loro spalle. E per farlo strinse rapporti coi vertici delle SS, corruppe ufficiali e burocrati, vendette merci di contrabbando. Soprattutto, rimase membro del partito nazista fino alla fine della guerra.

Fu più eroico Schindler o chi si oppose esplicitamente al nazismo, salvando la dignità, ma unendosi al triste destino di tutti coloro che Schindler non riuscì e non poté salvare? Una risposta 'giusta', ovviamente, non c'è. Ma io, col senno di poi, dico Schindler. E la ragione per cui penso, ma non dico, 'Forza Europa' è essenzialmente questa. È una ragione di metodo, non di merito: condivido in larghissima parte le ragioni di chi difende l'Europa, perfino - anzi soprattutto - quelle meno popolari (penso alla direttiva Bolkestein o ai famigerati parametri di Maastricht). Ma oggi come allora ci troviamo in un contesto di egemonia culturale: allora l'antisemitismo, oggi l'antieuropeismo. E credo che il più grande favore che si possa fare a chi detiene un'egemonia culturale sia accettarla e riconoscerla come tale, pur combattendola nel farlo.

In altre parole: è probabilmente vero che oggi essere con o contro l'Unione Europea marca una differenza politica molto più netta di quella tra destra e sinistra, ma sottolinearlo è il favore più grande che si possa fare a chi sulla distruzione dell'Europa specula conquistando voti e consensi. Lo è perché pone un'idea irresponsabile al centro dell'agenda e dei dibattiti, dandole ancora maggiore visibilità e senso di esistere. Del resto, non credo sia poi così coraggioso accettare sfide pericolose, se il pericolo della sconfitta ricade soprattutto sugli altri. Da ultimo ce lo dovrebbe avere insegnato Matteo Renzi, lo scorso 4 dicembre: di questi tempi trasformare un tema politico in uno scontro diretto tra 'buoni' e 'cattivi' non è una buona idea. E non lo è, ma anzi è divisivo e perciò pericoloso perché - ahinoi! - i cattivi e la loro presunta panacea populista vincono assai spesso.

Dire 'Forza Europa', oggi, significa dichiararsi pronti al martirio politico in nome dell'Unione Europea. Cioè proprio ciò di cui l'antieuropeismo ha bisogno e si nutre: presunti nemici che riconoscano nella loro battaglia un tema cruciale, così implicitamente riconoscendo la legittimità delle loro ragioni. Se l'obiettivo non è l'autocompiacimento della propria purezza, ma la salvezza del salvabile dell'Europa unita e aperta, la strategia migliore è un’altra: quella di Schindler. Che non significa, si badi bene, rinunciare ai propri valori, ma cercare di conquistare una nuova e diversa egemonia culturale, con ogni mezzo e anche a costo di sporcarsi le mani.

Le persone cercano dalla politica soluzioni ai propri problemi. L’antieuropeismo è, prima di tutto, una diagnosi errata della causa e della natura di quei problemi. Ma rispondere con l’orgoglio europeista, agli occhi dell’elettore, equivale a negarne l’esistenza. E invece quei problemi esistono. Dire ‘Forza Europa’, oggi, ha perciò il difetto di non offrire soluzioni diverse ai problemi delle persone, ma di limitarsi a negare la diagnosi dell’antieuropeismo. Il che, capirete bene, è ben poco attrattivo agli occhi di chi vota, e quei problemi li sente sulla pelle tutti i giorni.

E quindi? E quindi, invece di provare a salvare l'Europa invocando il torto profondo di chi la vuole distruggere, sarebbe meglio cercare di farlo parlando di quelle che riteniamo essere le reali cause di quei problemi. Cioè delle cose di cui - Europa o no - prima o poi ci dovremo occupare, e di cui chi vuole distruggerla, al contrario, non vuole occuparsi perché non ha lo straccio di un'idea: di autonomia scolastica, di concorrenza nei servizi pubblici, di come ridurre le tasse tagliando la spesa, di digitalizzazione della PA, di federalismo, di sussidiarietà, di abbattimento del debito pubblico, di come riformare il welfare e il mercato del lavoro. Questa, a mio modo di vedere, è la strategia più efficace che abbiamo per combattere la guerra contro l’antieuropeismo. Con una precisazione: preferirei sbagliarmi e vincerla, questa guerra, che avere ragione e perderla.

(articolo pubblicato originariamente su Strade)

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