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Cultura / Esteri

La difficile costruzione di un’identità europea

I processi politici e istituzionali che hanno portato alla creazione della Comunità Europea prima, e dell'Unione europea più tardi, sono stati concepiti come progetti di natura elitaria portati avanti da ministri e capi di stato sostenuti da un'armata di funzionari altamente qualificati in un angolo remoto dell'Europa: prima il Lussemburgo e poi Bruxelles. L'Unione europea è stata concepita per rimanere quanto più distante è possibile dai propri cittadini e protetta da qual si voglia forma d'interferenza popolare.
Le ragioni di questa scelta non sono difficili da identificare: l'Europa ha sofferto molto durante un lungo periodo di attiva partecipazione popolare e di politici populisti. I due principali esempi sono stati il fascismo (di stampo Italo-Iberico) e il Nazional-Socialismo. Questi, insieme and altre forme di autoritarismo (semi-populista), sono stati responsabili di guerre, della morte o sofferenza di decine di milioni di persone durante la prima metà del ventesimo secolo. L'Unione europea è stata concepita all'inizio come una complessa ragnatela di obblighi legali e politici intesi a legare politici e governi al tavolo dei negoziati, tenendoli quanto più lontano possibile da carri armati e fregate. Il principale collante, che è stato utilizzato per garantire un supporto popolare al progetto d'integrazione Europea, è stata l'idea di un'integrazione volta a garantire, prima di tutto, la pace in Europa. Con l'affievolirsi dei ricordi della seconda guerra mondiale e l'espansione del mercato comune, un secondo argomento si aggiunse all'arsenale di argomentazioni per giustificare l'Europea unita: la Comunità divenne co-autore del miracolo economico degli anni 60, 70 e 80. Tre generazioni di Europei hanno visto un regolare aumento della propria ricchezza e miglioramento dei propri standard di vita anno dopo anno. Il collasso del muro di Berlino e del blocco ex-Sovietico hanno determinato la “raison d'etre” dell'Unione europea negli anni 90 durante i quali la principale preoccupazione dell'Europa è stata la stabilizzazione del Centro/Est Europa, specialmente a seguito del totale collasso occorso in Yugoslavia.
Purtroppo, oggi, il consenso popolare che ha supportato il processo d'integrazione Europea fin dal dopoguerra si va rapidamente sgretolando. Nell'Europa occidentale (EU15) per le nuove generazioni, il ricordo della prima metà del ventesimo secolo è fortemente affievolito e la pace in Europa è data per scontato. Al contempo, il costante miglioramento degli standard di vita si è arrestato e le nuove generazioni si sentono più povere dei propri genitori. La situazione non è particolarmente più rosea per i segmenti più anziani della popolazione che devono confrontarsi con la necessità di rivalutare la sostenibilità dei sistemi pensionistici, con i danni all'occupazione generati dalla globalizzazione e con l'erosione dell'omogeneità culturale delle società in cui sono cresciuti in seguito all'immigrazione (necessitata anche dalla bassa crescita della popolazione).
Nei nuovi paesi membri la riforma dei sistemi di sicurezza sociale e la transizione economica verso un sistema capitalistico ha generato grandi cambiamenti e una riallocazione delle risorse e della ricchezza, soprattutto dalle aree rurali a quelle urbane. I differenziali di costo del lavoro tra nuovi e vecchi paesi membri hanno generato una massiccia emigrazione e un 'brain-drain' considerevole di lavoratori, altamente qualificati e non, che sono migrati in massa verso i paesi di EU 15. Benché i fondi strutturali e gli investimenti in infrastrutture abbiano generato benefici non indifferenti, la necessaria stabilizzazione macro-economica a seguito della transizione ha generato un grosso numero di perdenti che vedono le istituzioni europee come gli artefici dello smantellamento industriale in tante parti dell'Europa dell'Est oltre che garanti di un espansionismo considerato predatorio da parte degli EU 15 che si sono – secondo alcuni - impossessati dei principali assets produttivi in questi paesi.
In questo contesto, la narrativa su cui si basa il progetto d'integrazione Europea deve essere radicalmente riconsiderata. In particolare, l'Unione europea deve proporsi in maniera ancora più aggressiva come garante dei diritti del cittadino e come contrappeso allo strapotere dei grossi interessi economici, soprattutto in quegli ambiti in cui gli interventi a livello nazionale risultano poco efficaci (e.g. abolizione del roaming, diritti dei passeggeri aerei, contenimento dell'immigrazione clandestina) o in cui è necessaria una vera e propria mobilitazione globale (protezione ambientale/cambiamento climatico, etc.).
Il modo in cui l'Unione europea comunica le proprie attività deve anche cambiare. Al momento l'Unione ha l'abitudine a non instaurare un dibattito diretto con il cittadino e attinge principalmente a canali di comunicazione formale. E' necessario un cambiamento radicale dello stile di comunicazione dell'Europa che deve divenire più vicina al cittadino e cominciare a comunicare (processo a doppio senso) e non solo a informare. Bisognerà rafforzare fortemente l'utilizzo dei nuovi media (vedi EXPO 2015) e aumentare il focus della comunicazione verso i giovani oltre che intervenire sulla trasparenza delle istituzioni Europee (il sistema al momento è troppo complicato, vedi sezione sulle Riforme Istituzionali).
Esiste un'identità Europea? Che cosa si può fare per rafforzarla?
La popolarità dell'Unione europea tra i propri cittadini è fortemente diminuita negli ultimi vent'anni. È stato ripetutamente sostenuto che l'Unione europea manca di un 'demos', i.e. non esiste una immagine chiara di chi sia 'il popolo'. Questo ha generato un problema di legittimità che l'unione ha trovato molto difficile risolvere. Nel risolvere problemi di legittimità, o nel creare un demos, la costruzione di identità è cruciale. Sembra comunque che la stessa idea d'identità Europea rimanga problematica per l'Unione. È vero che esistono delle differenze culturali nei popoli europei, costituite dalle tre radici latina, germanica e slava, ma queste sono ramificazioni della cultura “occidentale”, frutto dell’origine giudeo-cristiana e delle migrazioni indoeuropee, nonché dell’Illuminismo e dei sistemi democratici. La teoria della democrazia presuppone l'esistenza di un 'demos' e di un ordinamento politico.
Il problema dell'Unione europea è la difficoltà nella definizione del 'demos' – è difficile identificare 'il popolo'. Il fatto che l'Unione europea deve confrontarsi con vari 'popoli' e non con un solo 'popolo' (demoi, piuttosto che demos) complica notevolmente la situazione, vista la stretta relazione tra 'demos' e 'nazione'.
Solo le nazioni possono avere stati, dunque l'Unione europea fatica a costituirsi come stato e a trovare una propria legittimità democratica. Questo spiega in parte il grande sforzo fatto dall'Unione per sviluppare un concetto di cittadinanza e d'identità Europea.
Svariati tentativi sono stati fatti per sviluppare un'identità 'Europea' tramite esercizi di creazione costituzionale (la costituzione Europea è stata però respinta) e di sviluppo di diritti legati alla cittadinanza. L'Unione ha adottato una serie di simboli per facilitare l'identificazione dei cittadini con l'Unione. La maggior parte di questi simboli sono simili a quelli adottati dagli stati membri, l'Unione ha dunque adottato le tradizionali tecniche di costruzione della nazione per superare i propri problemi di legittimità. L'unione continua però a mancare di unicità. Questo per varie ragioni. La costruzione istituzionale e la creazione costituzionale non possono da sole fornire legittimità democratica, le pratiche sociali e la contestazione devono essere incluse. Queste possono articolarsi solamente in una sfera pubblica, ma per 'avere' una sfera pubblica, bisogna che esista un senso di identificazione collettiva.
E' sostenuto che una cultura 'Europea' esiste e che questa abbia origine nelle tradizioni del vicino Oriente, dell'antica Grecia, dell'Impero Romano e del Cristianesimo. Considerato che la cultura si basa sulle norme i.e. usi, costumi, atteggiamenti, convinzioni, valori, credi è fondamentale che l'Unione faccia leva sul patrimonio culturale, storico e religioso comune per generare o riscoprire un senso di identità Europea.
In questo contesto risulta particolarmente deleteria la decisione di abbandonare il riferimento alle radici Cristiane contenuto nella proposta originale di costituzione Europea che andrebbe ripristinato al più presto.
I cambiamenti societari verificatisi negli ultimi trent'anni, con un aumento dell'immigrazione e conseguente riduzione del livello di omogeneità culturale, linguistica e religiosa delle società Europee (soprattutto EU 15) hanno comportato un irrigidimento culturale che ha consentito e fomentato l'emergenza di nuovi nazionalismi e regionalismi come reazione alla globalizzazione e ai diktat del
multi-culturalismo (vedi Brexit).
In questo contesto, l'Unione dovrebbe cercare di prendere l'iniziativa, vis à vis i governi degli stati membri, facendosi difensore dell'identità culturale del continente Europeo ed enfatizzando non soltanto la necessità, per esempio, di accogliere i rifugiati ma anche quella di supportare e stabilizzare i loro paesi di origine (vedi sezione immigrazione) al fine di ridurre i flussi migratori. Ancora più importante è la visione che l'Unione deve sviluppare per assicurarsi che immigrati e rifugiati siano veramente assorbiti e integrati nelle società che li accolgono.

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