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Perché l’Europa deve finanziare la ricerca?

La scienza non conosce frontiere e si nutre esclusivamente di eccellenza. L’attività scientifica è rischiosa ed ha bisogno di talenti, i quali a loro volta hanno bisogno di infrastrutture di ricerca di qualità. I progetti di ricerca sono sempre più pluridisciplinari e onerosi, e richiedono la compartecipazione di una grande varietà di attori. Immettere un nuovo farmaco sul mercato, ad esempio, può costare oltre un miliardo di euro, ed alla fine e solo 1 delle 10,000 molecole esaminate per curare una data malattia arriva al traguardo, ma questo solo dopo 10-12 anni di sperimentazione.
Solo l’Europa unita è in grado di generare la massa critica necessaria per competere con gli altri grandi paesi industrializzati sul piano della ricerca e innovazione. Con una dotazione di circa 80 miliardi di euro su sette anni, Il programma “Horizon 2020”, è il principale motore della ricerca e sviluppo in Europa. Nel campo della ricerca possiamo affermare che la costruzione europea è già arrivata a buon punto.
L’accelerazione del progresso tecnologico fa sì che il ciclo di vita dei prodotti e servizi si accorci sempre di più. Essere competitivo oggi non vuol dire più produrre lo stesso prodotto a un prezzo inferiore, ma innovare in continuazione per garantire i margini necessari a progredire nella ricerca e sviluppo. Viene spesso citato il paradosso europeo della scienza, il quale afferma che l’Europa dispone di eccellenti università e ricercatori ma è incapace di trasferire i risultati della ricerca sul mercato. La Commissione sta affrontando il problema con nuove iniziative nel campo dell’innovazione, stimolando la crescita di PMI via la rete European Entreprise Network, promuovendo il trasferimento tecnologico con il TTO-CIRCLE, e lanciando nuovi programmi e strumenti finanziari dedicati alla creazione e crescita di startup innovative. Tuttavia, i finanziamenti europei per l’innovazione restano ancora inadeguati alle reali necessità del continente, e di entità marginale rispetto ai fondi per la ricerca.
La Commissione ha fissato 14 anni fa l’obiettivo per gli Stati Membri di destinare almeno 3% del loro PIL alle attività di ricerca e sviluppo, due terzi dei quali dovrebbero provenire dal settore privato. Anche se si tratta di una percentuale media -in quanto il valore ottimale dipende dal mix industriale caratteristico di ogni paese-, recenti statistiche mostrano che solo tre Stati Membri sono stati capaci di raggiungerlo (Svezia, Austria e Danimarca). Nel 2016 la media europea si situava intorno al 2%, ben al di sotto degli Stati Uniti (2.7%) e del Giappone (3,6%), e siamo già stati superati dalla Cina, i cui investimenti in ricerca sono in forte progressione. L’Italia, con una percentuale del 1.36%, -leggermente in aumento rispetto all’anno precedente malgrado la diminuzione dell’investimento pubblico-, si situa nella coda di queste statistiche. È ovvio che risentiamo il peso del nostro debito pubblico e della crisi economica. Tuttavia gli investimenti in ricerca e innovazione dovrebbero essere contro-ciclici e andrebbero aumentati nelle fasi recessive dell’economia, mentre l’Italia li sta riducendo.
Anche se non vi è una correlazione diretta tra ricerca e innovazione, la storia economica e le statistiche mostrano che i paesi che spendono di più in ricerca sono anche quelli più innovativi dove l’impatto positivo sulla crescita e l’occupazione sono maggiori nel lungo termine.
Dove ci porterà il progresso tecnologico? Cosa deve fare l’Europa?
In un mondo globalizzato, lo sviluppo tecnologico non solo non si può fermare, ma accelera esponenzialmente. II primo personal computer è nato solo 40 anni fa e Google è stato fondato solamente nel 1996. In una generazione siamo passati dai nostri “libri” agli “schermi” dei nostri figli. Grazie al progresso della medicina, la vita media si allunga di tre mesi ogni anno. I prodotti in futuro si trasformeranno in servizi e processi e la realtà si fonderà con il mondo virtuale, aprendo nuovi orizzonti, percezioni e mercati. L’intelligenza artificiale impatterà su tutti gli aspetti della cultura umana e della natura. Il primo compito della politica è quello di gestire il cambiamento nell’interesse collettivo. Le nuove tecnologie hanno forti implicazioni comportamentali, etiche e giuridiche che richiederanno una maggiore regolamentazione al fine di garantire un progresso ordinato. Il progresso tecnologico è un fenomeno globale come sono globali i rischi ad esso associati, vedi ad esempio i recenti cyberattacchi che si sono manifestati simultaneamente in tutto il mondo. Questo aspetto è stato affrontato dal G7 sotto presidenza italiana, anche se in realtà sarebbe dovuto essere stato trattato dalle Nazioni Unite. Come l’Unione europea, anche l’ONU soffre di burocrazia e inerzia nell’adattarsi ai cambiamenti. Non è pensabile prendere decisioni a 193 Stati in modo efficiente ed efficace. Per affrontare sfide globali di oggi, l’ONU dovrebbe riorganizzarsi in macro-regioni, nelle quali l’Europa possa esprimere la voce della regione economicamente più importante del mondo.
Che relazione c’è tra progresso tecnologico e occupazione? È Un problema europeo?
Anche i mestieri cambiano, come d’altronde è accaduto nella storia sin dalla rivoluzione industriale ad oggi. Il timore che la tecnologia sia la principale causa della disoccupazione è sempre esistito sin dai tempi dei luddisti, e viene spesso abbracciato da quei sindacati che difendono lo status quo dei lavoratori. In verità, Il progresso tecnologico distrugge dei mestieri, ma ne crea di nuovi ad un ritmo maggiore, grazie all’incremento di produttività e alle economie realizzate. Secondo Kevin Kelly, il co-fondatore della rivista Wired, la società si sta modificando profondamente, ma non possiamo predire quali saranno i principali mestieri fra trent’anni, salvo immaginare che saranno più creativi e meno ripetitivi di quelli attuali. L’automazione sta sostituendo i lavori ripetitivi con basso contenuto conoscitivo e con applicazioni generalizzate. Le economie più avanzate si dovranno concentrare su mestieri più creativi con servizi personalizzati.
Perché la disoccupazione avanza in molti paesi europei, soprattutto quella giovanile?
Nei paesi dove l’economia cresce e il mercato del lavoro è florido - come negli Stati Uniti, in Germania e Olanda - la disoccupazione ha raggiunto livelli molto bassi, praticamente ai minimi fisiologici. In altri paesi europei dove la disoccupazione è elevata, paradossalmente manca mano d’opera in alcuni settori chiave come il personale sanitario e gli informatici. Il problema è legato alla mancata corrispondenza tra istruzione, formazione e domanda di lavoro. La scuola in Italia privilegia tuttora l’insegnamento di materie umanistiche. L’università produce laureati con poca esperienza pratica e basso profilo internazionale. In Olanda la disoccupazione giovanile è ai minimi, grazie a un coordinamento con le politiche territoriali e tirocini obbligatori nei corsi di studio. Il programma Erasmus sta avendo un impatto molto positivo soprattutto in Italia, seconda dopo la Turchia nel numero di borse di studio assegnate. Nel 2014 quasi 60,000 studenti universitari italiani hanno potuto fare un soggiorno di studio all’estero grazie ad Erasmus. Questo è anche dovuto al processo di Bologna che nel 1999 ha armonizzato la durata e i titoli di studio in Europa. È indubbio che il programma Erasmus è una pietra angolare della costruzione europea: questo dovrà essere potenziato ed il suo modello esteso ad altre aree.
Come combattere la disoccupazione in Europa?
L’accelerazione del progresso tecnologico comporta rapidi cambiamenti nel mercato del lavoro. I giovani di oggi dovranno probabilmente cambiare diversi mestieri nel corso della loro vita. Il lavoro ripetitivo verrà sostituito dall’automazione, mentre il lavoro creativo e innovativo prenderà il sopravvento. Oltre alle competenze di base trasversali - letterali, numerali, digitali e linguistiche – che dovranno essere fornite principalmente dalla scuola, ci sarà sempre più bisogno di formazioni specifiche per ogni tipo di lavoro, che potranno essere acquisite attraverso “formazioni continue”. La Commissione ha lanciato nel giugno 2016 la “Skill Agenda for Europe” che prevede 10 azioni per rendere più visibile le competenze e migliorare il loro riconoscimento a livello locale, nazionale e comunitario e per meglio adeguare l’insegnamento nelle scuole e nelle università al mercato del lavoro. Per far fronte all’invecchiamento della società è inoltre necessario inoltre aumentare l’ occupazione. L’Italia è indietro di dieci punti percentuali rispetto alla media europea a causa, in particolare, della bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

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