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Idee / Programma

PER l’Italia: la sicurezza delle nostre città

Discuteremo presto il nostro programma di governo PER l'Italia in due grandi eventi organizzati il prossimo 25 e 26 novembre alla Reggia di Portici, a Napoli, e il 2 e 3 dicembre al Teatro Franco Parenti di Milano. Due appuntamenti decisivi per la vita del nostro movimento. Oggi parliamo di sicurezza. Aspettiamo di sapere cosa ne pensate e vi chiediamo di condividere il programma di EPI sui social, Facebook e Twitter.

La prima forma di libertà di una persona e di una società è la sua sicurezza. Non possiamo dirci veramente liberi, se non ci sentiamo sicuri. E oggi noi italiani, troppo spesso, non ci sentiamo sicuri. La colpa non è certo delle nostre forze di polizia, tra le migliori al mondo. La colpa è delle difficoltà operative, dei tagli al bilancio e dei relativi blocchi dei turnover, uniti a un'applicazione sul campo delle norme penali più concentrata sulla tutela del reo che sulla tutela della sicurezza. La colpa è della mancanza cronica di una vera e propria certezza della pena, che genera nella società una certezza uguale e contraria: quella che un malvivente, anche se acciuffato e posto innanzi alle proprie responsabilità, per quanto gravi possano essere, la farà sempre e comunque franca. Il conseguente sentimento di impotenza e di mancanza di una vera e propria tutela personale, che la stragrande maggioranza dei cittadini onesti prova oggi sulla propria pelle, contribuisce a generare la convinzione che la legalità e il rispetto delle regole siano valori diventati ormai inutili e privi di uno scopo.

Oggi più che mai dobbiamo ripristinare il senso di protezione nel cittadino, riorganizzando e adattando gli strumenti che abbiamo a disposizione. Il riconoscimento della “società del rischio”, nella quale è sempre più difficile godere appieno della vita sociale, obbliga tutti noi a un cambio di approccio concettuale, che dia spazio all'utilizzo di strumenti difensivi di prossimità, integrativi e innovativi. Ciò significa, innanzitutto, sinergia d'intervento tra le diverse forze dell'ordine, che consenta di effettuare interventi risolutori mirati. Significa accorpamento territoriale di più unità di comando, commissariati e caserme, al fine di creare impianti unici e maggiormente efficienti nel controllo del territorio. Significa partecipazione dei cittadini, delle aziende di vigilanza privata e delle attività del terzo settore per la tutela di obiettivi sensibili. Significa investimenti in soluzioni tecnologiche di ultima generazione per la vigilanza e la sorveglianza del territorio, tramite crime mapping e analisi dei big data.

Un capitolo a parte, poi, riguarda la minaccia di attentati. Che l’Italia sia un obiettivo per attacchi terroristici lo confermano i rapporti dell’intelligence, le statistiche, gli interventi di magistratura e organi investigativi. Ed è un pericolo, quello del terrorismo islamico, alimentato dall’espansione del radicalismo, anche in Europa, complici il silenzio e il supporto di alcune organizzazioni e associazioni islamiche di carattere politico, tra le quali alcune legate al movimento fondamentalista dei “Fratelli Musulmani”, emanazione di un islamismo politico al quale i governi di centrosinistra hanno completamente abdicato, concedendo legittimazioni, spazi pubblici e ruoli istituzionali. Per questo, oggi più che mai, lo Stato deve dimostrarsi in grado di garantire la sicurezza individuale, collettiva e della proprietà dei suoi cittadini. Le tre linee strategiche fondamentali per farlo sono la prevenzione attiva, la repressione, e la de-radicalizzazione.

La prevenzione attiva riguarda, innanzitutto, l’istituzione di un organismo nazionale per il monitoraggio e la prevenzione del radicalismo religioso e di un registro dei ministri di culto, gestito dal Ministero dell’Interno, che diventi conditio sine qua non per rivestire tale ruolo, e cui si accompagni un programma formativo ministeriale vincolante. A questa deve accompagnarsi una legge che regolamenti, a livello nazionale, i requisiti per la realizzazione e per l’utilizzo degli edifici di culto, prevedendo la chiusura di quelli non autorizzati e il divieto di finanziamenti esteri da soggetti non riconosciuti dallo Stato italiano. Infine, la prevenzione attiva si concretizza in un processo di assimilazione degli immigrati regolari, mediante la relazione Stato-individuo su base nazionale e non confessionale, con contestuale messa al bando di organizzazioni e gruppi radicali incompatibili con i principi costituzionali, con l'ordinamento giuridico e con la tutela della sicurezza pubblica. È un punto su cui dobbiamo essere chiari: la stragrande maggioranza dei musulmani è perfettamente integrata nel nostro tessuto sociale, nel rispetto del costume e nelle regole della nostra democrazia. La loro voce, però, è sovrastata quella di una minoranza che predica, in forma più o meno esplicita, l’islamismo politico. Il nostro compito è dare voce e rappresentanza alla maggioranza silenziosa, e nel contempo isolare chi predica il rifiuto dei nostri valori.

Un secondo pilastro della nostra azione di lotta alla minaccia terroristica è la repressione dei fenomeni di rischio. Ciò implica, innanzitutto, un deciso aumento degli investimenti nell’intelligence anti-terrorismo, operativa e tecnologica, nonché nella specializzazione a livello di magistratura, polizia, e servizi sociali. Inoltre, devono essere rivisti gli strumenti normativi che consentano l’applicazione efficace delle procedure di indagine giudiziaria, riconoscimento, reclusione, espulsione e rimpatrio, per evitare che il garantismo finisca per diventare l’alibi della mancata prevenzione. Inoltre, la propaganda religiosa radicale di matrice jihadista deve essere contrastata duramente, con la revoca della cittadinanza e, nei casi più gravi, con l’espulsione.

Infine, crediamo che una strategia anti-terrorismo e di lotta alla radicalizzazione possa essere efficace solo se tutti i soggetti interessati sono coinvolti attivamente nel processo preventivo. Per questo motivo la strategia politica da noi individuata si basa su azioni che dalle “istituzioni di prossimità” (amministrazioni locali, sindaci, assessori) arrivi sino ai vertici delle istituzioni nazionali, in un rapporto circolare, coordinato e non rigidamente gerarchico. Ciò riguarda, a maggior ragione, l’attività di de-radicalizzazione, che dalle istituzioni dello Stato centrale deve includere specifici programmi per i sistemi penitenziari, il ruolo dei ministri di culto attraverso programmi di formazione e aggiornamento gestiti dal MIUR e dal Ministero dell’Interno, nonché l’intercettazione del disagio sociale attraverso il coinvolgimento di enti locali e servizi sociali, in una logica di sussidiarietà.

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