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PER l’Italia: il lavoro del futuro

Discuteremo presto il nostro programma di governo PER l'Italia in due grandi eventi organizzati il prossimo 25 e 26 novembre alla Reggia di Portici, a Napoli, e il 2 e 3 dicembre al Teatro Franco Parenti di Milano. Due appuntamenti decisivi per la vita del nostro movimento. Oggi parliamo di lavoro. Aspettiamo di sapere cosa ne pensate e vi chiediamo di condividere il programma di EPI sui social, Facebook e Twitter

Sono quasi cinquant'anni che il dibattito italiano sul lavoro ruota intorno al tema dello Statuto dei lavoratori, ma nel frattempo il mondo del lavoro è cambiato. Sono cambiati i lavoratori, il loro modo di lavorare, le loro esigenze di vita. È cambiato tutto, nel mondo del lavoro, e nel frattempo l’Italia è diventato il peggior Paese europeo per il divario salari-produttività. In Germania, grazie all’accordo tra Stato, sindacati e imprese, è successo l’esatto opposto e quel rapporto è diventato il primo fattore di maggiore competitività dei tedeschi. La produttività del lavoro, in Italia, è cresciuta del 5% negli ultimi vent’anni: una crescita ridicola, se paragonata con quella francese (+24%), tedesca (+27%), o del G7 in media (+31%). Anche se la politica non ne parla, il deficit di produttività è una delle più grandi emergenze economiche che l’Italia deve affrontare. E da questo punto di vista la rigida contrattazione nazionale, uguale da Bolzano ad Agrigento, ha scontentato tutti: le imprese efficienti perché incapaci di utilizzare il lavoro come moltiplicatore di produttività a causa della rigidità degli schemi nazionali, inibite a crescere; le imprese in crisi perché zavorrate dagli obblighi previsti nel CCNL, condannate a fallire.

Per questo motivo è arrivato il momento di dire con coraggio che lo Statuto dei lavoratori ha fatto la sua storia, e che oggi, più che un sistema di tutele, è ormai diventato un ostacolo allo sviluppo dell'innovazione nel lavoro e nell'impresa. Questo significa rinunciare alle tutele? Al contrario. La silenziosa ma costante crescita della contrattazione di prossimità è la prova che un’altra strada è perseguibile, l’unica capace di adattarsi alle singole situazioni imprenditoriali, garantendo le soluzioni che servono non al “sistema”, ma all’impresa specifica. La nostra proposta è di sancire nel codice civile il principio del potere di delega del contratto più “prossimo” non solo rispetto a quello sovraordinato (aziendale su nazionale, ad esempio), ma anche rispetto alle leggi che non interferiscono con diritti costituzionali o di uguale gerarchia. Il che significa, di fatto, introdurre quello “Statuto dei lavori” di cui parlava Marco Biagi quasi vent'anni fa. Ossia un insieme di tutele minime per tutti i lavoratori, che siano capillari ma allo stesso tempo ampie. Tutele sulle quali possono poi innestarsi regole e usi differenti a seconda della professione svolta, delle sue esigenze e necessità. E questo perché nell'epoca della complessità saper riconoscere la differenza è il più grande valore; la tentazione di racchiudere tutto in un grande calderone è invece un vantaggio per pochi (e sempre meno) lavoratori, e un ostacolo per molti.

Per altro verso, nessuna misura per il mercato del lavoro sarà mai efficace finché lo Stato continuerà a prelevare il 50% dello stipendio di ciascun lavoratore privato. In un momento nel quale vanno di moda insostenibili proposte di “reddito di cittadinanza”, che in Italia avrebbero il sicuro effetto di demotivare e “parcheggiare” i lavoratori più deboli e, contemporaneamente, di alimentare un florido mercato del lavoro nero dei sussidiati più abili, bisogna tornare a premiare chi lavora e, soprattutto, chi crea lavoro. Abbandonare la logica “passiva” delle politiche del lavoro vuole dire smettere di aiutare aziende decotte per salvare occupazione. Il lavoro non è un giacimento di petrolio che va razionato e che finisce: va creato. Perciò, i soldi pubblici devono casomai premiare chi ha possibilità di creare occupazione, ingrandirsi, potenziarsi sui mercati internazionali. Come? Abbassando in modo strutturale il costo del lavoro, mediante una forte decontribuzione concessa in modalità premiale a chi assume. Più si assume, più scende la quota di contributi da versare, e quindi l’aliquota. Un premio al lavoro, alternativo a qualsiasi misura di sostegno al reddito assistenzialista e agli incentivi “spot” finalizzati solo alle statistiche di breve periodo.

Tutto ciò, però, può funzionare solo se l’Italia torna a investire sulla formazione. Non servono più a nulla - se anche fossero mai davvero servite a qualcosa - le vecchie politiche attive pensate per interventi solo “in emergenza”, come leva funzionale alla ricollocazione. Il mercato del lavoro di oggi è sempre più discontinuo, mutevole, veloce: occorrono strumenti capaci di accompagnare la persona (e non solo il “dipendente”) in tutte le diverse transizioni: quella dalla formazione al lavoro, quelle tra diverse occupazioni, quella dal lavoro all’inoccupazione. In luogo delle vecchie politiche attive e passive, intese come azioni diverse e separate, operate sempre in emergenza a spese della collettività, si dovrebbe ora passare a politiche “proattive”, ovvero soluzioni di accompagnamento nel mercato del lavoro costanti, rese possibili da un intervento tanto pubblico quanto privato. E lo strumento principale delle politiche proattive è la formazione perpetua. Nell’epoca della connessione perpetua che sta trasformando il mercato del lavoro, anche la formazione non può che essere perpetua, ovvero costante, finalizzata alla occupabilità della persona, al passo coi tempi del mercato e della tecnologia. Per questo è opportuno evolvere il sistema costruito attorno ai fondi professionali, immaginando un diretto intervento economico dello Stato per finanziare la formazione slegata dalle competenze del singolo posto di lavoro, che le imprese non sono incentivare a finanziare, e un maggiore coinvolgimento di queste ultime per le competenze ritenute necessarie. Andranno quindi riformati sia i centri per l’impiego, sulla base delle migliori esperienze europee, sia i fondi interprofessionali, prevedendo un intervento di risorse pubbliche in modalità premiale, cioè condizionato all’attivazione di corrispondenti risorse di aziende e fondi bilaterali, e il diritto della singola persona a percorsi di formazione che lo segua anche in caso di cambio di CCNL. Quello che vogliamo realizzare è un vero e proprio “diritto alla formazione”, che accompagni le persone per tutta la vita lavorativa, in modo flessibile e adeguato al mondo del lavoro che verrà.

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2 Commenti su "PER l’Italia: il lavoro del futuro"

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Roberto Terranova
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Sono ampiamente concorde sulle linee indicate ma con alcuni necessari approfondimenti: -MOBILITA’ LAVORATORI. Nel nostro Paese le cosiddette”politiche attive” per la ricollocazione dei lavoratori sono molto costose e del tutto inefficaci. Occorre incentivare davvero i lavoratori a rapide ricollocazioni. Ampia tutela (retribuzione al 100%) nei primi tre mesi ma rapido declino nei mesi successivi. Forte premialità per il lavoratore che si cancella volontariamente dalle liste di mobilità con assegnazione di un bonus corrispondente a quota rilevante del costo complessivo maturabile. -COLLOCAMENTO LAVORATORI, Gli uffici pubblici di collocamento non hanno assicurato risultati adeguati nonostante infiniti tentativi di riforma. La ricerca di… Leggi di più
Giovanni Corallo
Iscritto

Il difficile sforzo di intercettare gli sviluppi del lavoro del futuro sarà più che mai necessario al fine di aiutare l’universo giovanile ad orientarsi in modo proficuo e gratificante verso un effettivo futuro di lavoro, a cominciare da una seria formazione permanente, ossia da quella che, “hic et nunc”, è definita come “lifelong learning”.

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