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Idee

PER l’Italia: difendere l’interesse nazionale in Europa

Pubblichiamo la seconda puntata del nostro programma elettorale e di governo #PERlitalia. Discuteremo presto del programma in due grandi eventi organizzati il prossimo 25 e 26 novembre alla Reggia di Portici, a Napoli, e il 2 e 3 dicembre al Teatro Franco Parenti di Milano. Due appuntamenti decisivi per la vita del nostro movimento. Oggi parliamo di Italia, Europa e sovranità nazionale. Aspettiamo di sapere cosa ne pensate e condividiamo il programma di EPI sui social, Facebook e Twitter.

L’Italia del ventunesimo secolo non sembra consapevole della sua importanza. Siamo l’undicesima potenza economica mondiale, al centro del più importante fenomeno migratorio della storia dell’umanità, padre fondatore di un’Unione europea che deve rinascere per non morire; eppure, nei grandi tavoli della politica estera ci siamo ritagliati un ruolo sussidiario e marginale. Da troppi anni i nostri governi sembrano convinti che apparire significhi anche possedere uno status internazionale riconosciuto, ignorando tuttavia che l’elemento fondante dell’altrui riconoscimento del proprio rango di grande Paese è prima di tutto la capacità di elaborare posizioni nazionali articolate e riconoscibili, e poi la capacità di farsi ascoltare dagli alleati, esprimendo proposte originali e concrete.

In un mondo sempre più sfaccettato e multiforme, l’Italia deve ritrovare un ruolo stabile e ambizioso. E per un Paese come il nostro, reso meno solido dalla crisi economico-finanziaria, esposto geopoliticamente ai rischi derivanti dalle aree di crisi, privo di una forte struttura istituzionale e amministrativa, ciò significa innanzitutto poter contare su un quadro solido di alleanze, nelle quali dobbiamo però essere capaci di esprimere una ben più forte identità nazionale. Significa, perciò, chiarire senza compromessi e indecisioni che noi siamo dalla parte dell’Occidente e del suo sistema di organizzazioni multilaterali, a cominciare dall'Alleanza Atlantica, dall'Unione Europea e dal G7. Questo non esclude, naturalmente, occasionali e anche ripetute convergenze di interessi con altri Paesi (con la Russia, ma anche con la Cina e gli altri grandi emergenti), purché sia chiara la scelta di fondo. La Russia è un partner importante: il suo peso e i suoi interessi non possano essere ignorati e le opportunità di collaborazione economica sono per noi evidenti. Il dialogo va perciò mantenuto aperto e la collaborazione pragmatica perseguita, non al punto tuttavia di sovvertire il nostro sistema valoriale e le nostre alleanze.

Di conseguenza, la scelta europea è irreversibile e l’adesione alla moneta unica ne è una componente imprescindibile. Dobbiamo restare in Europa e dobbiamo farlo non necessariamente per amore, ma certamente per convinzione: perché l’Europa rappresenta la dimensione minima per tutelare gli interessi nazionali di ciascuno dei suoi Paesi membri, e non il contrario. Non ci sono alternative nel mondo globale, in cui gli Stati Uniti stanno ridefinendo la loro leadership mondiale, la Russia attua una politica di potenza tra mille ambiguità, la Cina incalza i concorrenti con travolgente innovazione tecnologica, dinamismo commerciale e onnipresenza globale. Più che una volontà politica, l’Europa è oggi una necessità storica. In una fase critica della globalizzazione, infatti, molti dei problemi del Paese non possono trovare soluzione a livello statale, non solo in conseguenza dell’avvenuta cessione verso l’altro di molte funzioni, come è avvenuto in Europa, ma anche in virtù della sempre maggiore interdipendenza tra economie che caratterizza lo spazio giuridico globale, alla quale si associa la nascita e lo sviluppo di forze produttive e finanziarie che operano oltre i confini degli Stati nazionali. Problemi di portata tale che i singoli Stati, da soli, non hanno alcuna speranza di risolvere.

In Europa, quindi, dobbiamo starci e con autorevolezza. Consci che l'Europa non è un club per educande, ma un ring dove volano colpi bassi e spregiudicati. Dove tutti tirano acqua al proprio mulino senza guardare in faccia a nessuno. E così per noi, ma con una differenza fondamentale rispetto al passato: una volta, sia pure a fatica e a fasi alterne, l’Italia aveva una classe dirigente in grado di individuarne e difenderne gli interessi. Da troppo tempo invece prevalgono improvvisazione, scarsa competenza, discontinuità. Per questo dobbiamo fare uno sforzo doppio, per entrare da protagonisti nel nucleo duro della prossima fase di integrazione europea, vincendo coi fatti e i comportamenti le comprensibili resistenze di quanti in Europa ritengono l’Italia troppo fragile.

La premessa alla nostra ambizione di protagonista del processo di integrazione europea, però, è liberarsi dall'illusione che l'Europa possa farsi carico dei nostri problemi di inefficienza istituzionale e di disordine amministrativo. L'Italia deve fare la sua parte in termini di riforme strutturali per incrementare la nostra competitività di sistema, di decisa riduzione del debito, di efficienza di una pubblica amministrazione che è la meno produttiva in Europa dopo quella greca. E deve farlo non perché ce lo chiede l’Europa, ma perché ce lo chiedono i nostri figli. Detto questo, è altrettanto evidente che neanche le attuali politiche europee sono state in grado di perseguire le soluzioni necessarie ai problemi globali che stiamo affrontando. Il loro fallimento è sotto gli occhi di tutti e si manifesta quotidianamente, passando da una crisi di accoglienza dei migranti all’altra, dall’incapacità di adottare politiche di difesa comuni al governo titubante della Brexit.

Oggi l’Unione europea è un sistema poco democratico, inefficiente e costoso, che continua a generare sfiducia tra i suoi cittadini. L’Europa, noi europei dobbiamo fare autocritica. È normale: sbagliando si impara. Ma per imparare bisogna innanzitutto riconoscere gli errori commessi. Non si può reagire alla crisi dell’Europa reclamando acriticamente “più Europa” e pretendendo di imporre a tutti le stesse regole, in una logica di omogeneità forzata. L’unica soluzione è invertire la rotta: promuovendo più autonomia, più sussidiarietà e più competizione fiscale tra gli Stati membri, per incentivare finanze pubbliche virtuose e attraenti per cittadini e imprese. Se l’Europa vuole riprendere un percorso comune di crescita e sviluppo - e come abbiamo visto è il mondo a imporci di farlo - è necessario che i Paesi membri siano posti al più presto nella condizione di poter ridiscutere i trattati europei. Per adottare davvero, una volta per tutte, politiche di difesa e di immigrazione comuni e condivise, che prevedano l’istituzione di un esercito europeo e di un ufficio europeo del diritto d’asilo. Fuori da questi ambiti - e da alcune altre funzioni per cui politiche comuni sono indispensabili, tra cui ovviamente la politica monetaria - l’Unione europea deve tendere a un modello federale, che avvicini le scelte politiche quanto più possibile ai cittadini, e che lasci tendenzialmente liberi gli Stati membri di scegliere se adottare o meno le diverse proposte di armonizzazione, in una logica di sussidiarietà

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