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Cultura / Idee / Riforme istituzionali

PD: Il partito senza identità

Perché il Partito democratico non è il partito delle riforme

Il dibattito pubblico degli ultimi due mesi si è concentrato morbosamente sulle tensioni all’interno del Pd e sulla conseguente scissione della sua sinistra interna, poi costituitasi in Dp – sigla evocativa per i nostalgici del massimalismo nostrano. La scissione della minoranza dem era inevitabile per l’impostazione eccessivamente personalistica della leadership renziana e per la sicumera mostrata verso le correnti più di sinistra. Tuttavia, a differenza della celebre scissione di Livorno del 1921, tra massimalisti e socialisti riformisti, questa scissione non si è consumata su programmi politici e piattaforme programmatiche, ma è stata una frattura apertasi a causa della personalità di Renzi. Perché? Lo psicodramma Piddino può essere spiegato guardando alla carenza di identità politica del Partito democratico, sulla quale l’ex Presidente del Consiglio ha potuto innestare, tramite le sue abilità comunicative, una leadership fortemente personale.

Infatti il Pd, a quasi dieci anni dalla sua nascita, si è dimostrato un partito privo di identità, evidenziando il fallimento dell’improbabile fusione tra il postcomunismo e il cattolicesimo democratico di sinistra. La mancata confluenza delle due culture in un comune orizzonte politico è stata descritta più volte da osservatori di sinistra come Massimo Cacciari; e ha raggiunto la sua acme con la recente scissione. A ben vedere, però, questa discrasia era già emersa con le divergenti segreterie di Veltroni e Bersani. L’organizzazione veltroniana del PD, infatti, si era concretizzata in una concezione abbastanza leaderistica del partito, in una terza via blairiana indefinita, oscillante tra un moderato liberismo economico e il tradizionale assistenzialismo (post)comunista; e in un approccio comunicativo emotivo. Al contrario, la segreteria di Bersani – eletto segretario dopo la rovinosa sconfitta di Veltroni alle politiche del 2008 –, ha riportato il Pd verso un approccio più di sinistra. Si è parlato di "socialdemocratizzazione" del Pd: Bersani ha promosso un partito strutturalmente più pesante, meno personalistico e di natura collegiale, molto attento all’equità in campo sociale ed economico.

In sintesi, tra le due segreterie si è assistito ad un netto riposizionamento del Partito democratico: da un partito più leggero e leaderistico a vocazione maggioritaria, si è passati ad un partito pesante di sinistra, pensato come il perno di una coalizione. Alla luce di queste incertezze politico-culturali, Renzi è riuscito a conquistare un partito privo di una chiara identità, rendendolo il proprio partito (il cosiddetto PdR), allontanandone così i dissidenti. Questo processo, intrapreso dopo la sconfitta alle primarie del centrosinistra del 2012, ha assunto il nome di rottamazione e ha portato Renzi alla guida dell’esecutivo, dopo il ridimensionamento di gran parte dell’establishment democratico.

L’identità del Pd è dunque instabile e indefinita, perché contiene al suo interno tradizioni politico-culturali diverse e probabilmente inconciliabili. Dalla genesi storica di questo partito si possono approfondire le ragioni per le quali il Pd non può essere il cosiddetto "partito delle riforme". Il Partito democratico nasce infatti dalla fusione tra la Margherita, partito nato dalla dissoluzione del Ppi, a sua volta originatosi dallo scioglimento della Dc; e dai Ds, evoluzione del Pds, a sua volta trasformazione del Pci. Da questo guazzabuglio di nomi e ideologie nasce un partito che vorrebbe essere socialdemocratico e riformista ma che in realtà presenta delle tradizioni storico-politiche sostanzialmente antitetiche. Queste non essendo convergenti e conciliabili non hanno potuto "sciogliersi" in unico e chiaro progetto riformista. L’incompatibilità di queste due culture è testimoniata dalla cinquantennale conflittualità tra cattolici e comunisti, attenuatasi solamente per il breve triennio dei governi di solidarietà nazionale (1976-1979). Gli eredi di Dc e Pci, insomma, hanno provato a creare un partito in cui sarebbero dovute confluire due culture che si erano aspramente contrapposte durante tutta la Prima Repubblica.

Certo, le esperienze uliviste in cui i postcomunisti e i cattolici avevano convissuto non erano state del tutto fallimentari – si pensi al primo governo Prodi, e all’ingresso nell’euro – tuttavia, anche in quel frangente la discordia aveva prevalso, e il Professore aveva dovuto cedere il passo all’esecutivo guidato da D’Alema, e al secondo governo Amato. Dunque, anche tra il 1996 e il 2001, la discordia tra postcomunisti e cattolici l’aveva fatta da padrone. Il fallimento dell’esperienza ulivista e del Pd, però, ha radici ancor più profonde che si innestano nella prima metà degli anni Novanta, durante la crisi della Repubblica dei Partiti. In questa fase le identità politiche si erano notevolmente modificate, e con la discesa in campo di Berlusconi avevano subito un certo rinnovamento. In particolar modo, con il crollo del muro Berlino, i comunisti – sconfitti dalla Storia e dal libero mercato – erano stati definitivamente privati del loro tradizionale armamentario ideologico marxista-leninista. Dopo aver rifiutato per opportunismo – leggasi slavina giudiziaria che si stava abbattendo sul Psi e sul Psdi – la cultura riformistica socialdemocratica, si erano rifugiati nel moralismo. L’ex Pci, infatti, non era riuscito a costruire una piattaforma ideologica sulla quale sviluppare un progetto politico solido, e si era arrocato nella cosiddetta "diversità comunista", declinata in senso politico e moralistico.

In effetti, già dopo la morte di Berlinguer il Partito comunista aveva perso parte del proprio elettorato e aveva sostanzialmente congelato la spinta propulsiva degli anni Settanta. Il Pci non solo aveva perso la sfida della modernizzazione con il Psi craxiano, ma aveva anche provato a costruire le proprie fortune sulla questione morale, espediente pensato per mascherare l’assenza di una linea politica definita. Questo tentativo aveva pagato durante il biennio 1992-1993, ma era risultato perdente alle elezioni politiche del 1994, quando la gioiosa macchina di Occhetto subiva una sonora sconfitta ad opera di Berlusconi. Il Pds, infatti, si era presentato all’appuntamento elettorale del 1994 con il solo valore dell’antiberlusconismo declinato moralisticamente, privo di qualsiasi progetto politico in grado di arginare la novità berlusconiana. In particolare dalla svolta della Bolognina (1989) fino alle elezioni del 1994, il neonato partito non era riuscito a rinnovare la propria proposta politica; e all’inizio del 1994 si era definito solamente in senso negativo, cioè solo in base all’antiberlusconismo. Insomma, il vuoto culturale e programmatico dei postcomunisti era stato colmato semplicemente con la sistematica demonizzazione di Berlusconi.

Non è casuale che nessuno dei postcomunisti sia riuscito a vincere le elezioni contro Berlusconi; e che l’unico ad aver superato il Cavaliere sia stato Prodi, un cattolico di formazione democristiana. Tuttavia l’esperienza del primo governo Prodi è stata bruscamente interrotta a causa del colpo di mano operato da D’Alema nel 1998. La difficile convivenza tra Prodi e il gruppo dirigente pidiessino e il Prc guidato da Bertinotti, è un’ulteriore conferma della tesi sopraesposta. Il Pd, per le ragioni storiche evidenziate, non è potuto e non potrà mai essere il partito delle riforme in grado di modernizzare il Paese. E il risultato referendario del 4 dicembre, interpretabile in svariati modi, ne è la conferma più lampante.

 

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Foto del profilo di Martino Loiacono
Laureato in lettere moderne, con un debole per la Storia contemporanea e per la politica. Liberale.

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