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Parisi: «Va fermata la deriva di Roma e del Lazio»

Scelta sofferta. Ma ora il candidato del centrodestra per la presidenza della Regione Lazio c'è: Stefano Parisi. Ed eccolo qui.

Per Parisi il pressing di Berlusconi è stato irresistibile?

«Ho avuto la richiesta da parte della Meloni e di Tajani, con Berlusconi non ho ancora parlato, per arrivare a una candidatura unitaria. E la scelta da parte mia non è stata facile».

Ha chiesto e avuto collegi, per Energie per l'Italia, alle elezioni nazionali?

«No. Io ho chiesto soltanto agibilità politica per il nostro movimento, in quanto portatore di idee nuove e di un progetto di lungo periodo. E con senso di responsabilità, ho deciso di accettare la proposta di candidatura nel Lazio e di ritirare le nostre liste alle politiche. L'Italia ha bisogno di un governo stabile, e mi auguro che il centrodestra possa vincere il 4 marzo e dare al Paese l'esecutivo di cui ha bisogno. Lo stesso discorso vale per il Lazio, dove c'è molto lavoro da fare».

Però ci sono due problemi: Pirozzi non si ritira e Zingaretti è favoritissimo. Come si fa?

«Pirozzi è uomo di valore, che ha a cuore il futuro della nostra regione. Spero che non voglia indebolire il fronte del centrodestra».

Se dovesse diventare presidente, da dove comincia?

«Non c'è una sola priorità, ce ne sono tante. Bisogna ricostruire sanità e infrastrutture, lavorare molto sulla sicurezza e portare la gestione dei servizi e dei rifiuti su standard europei. Il Lazio ha grandi potenzialità sia nel campo turistico, sia in quello agro-industriale, sia nel settore delle costruzioni, sia in generale in quello imprenditoriale soffocato dalla pressione fiscale più alta d'Italia, da un livello di infrastrutture inadeguato e da una burocrazia che non permette alle imprese di fare investimenti e di creare occupazione».

Ma se tutto questo Zingaretti non lo ha fatto, perché gode di ottimi sondaggi?

«Perché ancora non aveva uno sfidante vero. Ora ci sono io, insieme all'unità del centrodestra. Lo Zingaretti che si ripresenta alle elezioni insieme a Liberi e Uguali è uno Zingaretti ancora peggiore di quello di prima. Perché questa sua nuova alleanza punta a bloccare lo sviluppo, a sottovalutare il bisogno di sicurezza e ad affrontare con la solita retorica ipocrita il problema dell'immigrazione».

Lei sa che rischia di venire percepito, anche se non lo è, come il milanese paracadutato nel Lazio?

«Io sono romano del Nomentano, ho studiato a Roma, vivo con la mia famiglia a Roma, ho lavorato fino al '97 nella Pubblica Amministrazione qui a Roma. Poi sono stato chiamato da Gabriele Albertini, allora sindaco di Milano, come city manager».

Da romano un po' milanese che cosa pensa di Sala e Gori che vogliono portare tutto nella capitale lombarda, a cominciare dalla Consob?

«Penso che, per invertire questa tendenza assolutamente sbagliata, dobbiamo riportare Roma, che è la Capitale d'Italia, ad essere attrattiva. La morsa del governo regionale di sinistra e della giunta capitolina a 5 stelle ha prodotto una fuga di istituzioni e di imprese, verso Milano, che va arrestata con forza. Io mi candido anche per capovolgere questo depauperamento della Capitale e della sua regione».

Però è innegabile che, al netto degli errori amministrativi, Roma abbia bisogno di più poteri, o no?

«Ma questo non dev'essere un alibi. La cosa peggiore è vedere i politici che, dopo tante promesse elettorali, una volta al governo si lagnano perché non hanno poteri per fare le cose. Non si possono aspettare poteri speciali per Roma, che pure servono eccome, e nel frattempo abbandonare i cittadini della Capitale e dell'intera regione. I quali pagano il triplo delle tasse rispetto al resto d'Italia, sono costretti ad andare a curarsi fuori dal Lazio e patiscono un sistema di trasporti da terzo mondo».

Lei è un moderato. Non pensa che questo sia un handicap in una regione in cui molti elettori di centrodestra tendono a destra?

«Le ricordo che ho fatto il candidato sindaco di Milano, affianco a Salvini che indossava la felpa con su scritto: Stefano Parisi. Sono stato il primo a lanciare Musumeci, che viene dalla destra, come presidente in Sicilia. Per non parlare dell'ottimo rapporto che ho con tutti i partiti dell'alleanza. Credo che chi guida una coalizione debba avere capacità di rappresentare le diverse anime del proprio popolo. Facendo una sintesi di buon governo e non un compromesso di interessi di parte».

Berlusconi però le voleva affidare la ricostruzione di Forza Italia e si sono sollevati tutti contro di lei.

«Ma ho trovato anche sostenitori. E ho in Tajani un interlocutore intelligente e concreto».

 

(Intervista di Mario Ajello, comparsa su Il Messaggero di oggi)

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