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Idee

Parisi: propongo a Zingaretti un accordo per affrontare sanità e rifiuti

Stefano Parisi, capogruppo coalizione di centrodestra in Consiglio regionale, oggi l’anatra sarà meno zoppa?

«Diciamo che Zingaretti era partito esaltando il “modello Lazio” per candidarsi alla guida del Pd. Ma la verità è che tutto si consuma nel passaggio nel centrosinistra di due consiglieri eletti nel centrodestra, a cui vengono date due presidenze. Se questo è il modello da portare su scala nazionale, auguri! Prima di tutto perché questo metodo è quello di cui la sinistra ha sempre accusato i governi del centrodestra».

E in secondo luogo?

«Non si parla minimamente di contenuti. Noi abbiamo offerto un accordo a Zingaretti e oggi ci riproverò: sui temi più importanti, sanità, rifiuti, autonomie territoriali, infrastrutture, urbanistica, commercio e Roma Capitale. Concordiamo politiche comuni, ci si siede e si lavora. Se c’è l’intesa si fanno atti concreti. Ma come si fa a non capire che il Lazio versa in una situazione gravissima, Zingaretti non può governare eludendo i problemi. Se pensa di non occuparsi del Lazio e fare la campagna per il Pd, auguri, ma spero che non esporti questo modello a livello nazionale».

Però ha i numeri.

«Sono entrati in maggioranza questi due consiglieri che sono stati eletti coi voti del centrodestra per politiche opposte. È che ci sono due modi di affrontare il fatto che non si ha la maggioranza: o comprandoti consiglieri o mettendo sul tavolo le questioni più critiche e, quindi, arrivando ad una condivisione di politiche che siano di discontinuità rispetto a quello che lui ha fatto in cinque anni. Penso ai rifiuti: probabilmente Roma esploderà entro settembre, Zingaretti è disposto a cambiare la sua politica e, con coraggio, chiudere il ciclo entro 12 mesi? È disposto a cambiare sulla sanità? A fare un accordo sulla Roma-Latina? Questa è politica di respiro: affrontare e risolvere i problemi. Se invece si riduce a procurarsi i numeri sfuggendo al confronto sui temi, ne prendo atto. Noi di inviti ne abbiamo fatti molti, a lui e alla maggioranza, e loro li hanno sempre rifiutati, hanno preferito i corridoi».

Quindi non ha grosse speranze per oggi.

«La speranza è ultima a morire, certo. Sicuramente dentro alla maggioranza c’è un dibattito intenso, non tutti gradiscono gli accordi sottobanco, vogliono un patto politico. Zingaretti ha tentato di interpretare la linea del Pd che voleva il patto con il M5S, poi è andato a sbattere perché si è accorto che i 5 stelle non li compri con due poltroncine, vogliono una politica. Li ha inseguiti sui vitalizi, sui rider, ha bloccato opere pubbliche, poi, quando i temi sono diventatiti Tav e vaccini, ha capito che il patto politicamente non regge. Ha commesso un errore: per quattro mesi ha rincorsso una maggioranza e ora fa inversione a U, sempre eludendo i problemi».

Ma la sua linea serve a tagliare fuori i grillini?

«Penso che loro siano un pericolo per il Paese. Ma il tema è un altro: Zingaretti deve capire che ha vinto elezioni per un pelo, senza i voti di destra a Pirozzi avrebbe perso. E un politico responsabile prende atto di aver vinto per il rotto della cuffia, e si rivolge alla coalizione seconda arrivata e dice “facciamo una mediazione”».

Vuole governare con il Pd?

«Ma no, non vogliamo entrare nel governo. Però ci sono dei nodi come rifiuti, sanità, trasporti e infrastrutture: su questi nodi ci sediamo e facciamo politiche comuni, dando risposte sia all’elettorato di centrosinistra sia a quello di centrodestra, in modo tale da governare bene e in tranquillità. È un accordo di Consiglio. Ma lui ha preferito un’operazione politica con i 5 Stelle, ed è fallita. Poi il sotterfugio. Così però si fa del male alla nostra regione».

E sui transfughi? È un segnale, non crede?

«Di sicuro è un tema che riguarda l’interno centrodestra, oggi nel rapporto con la Lega che ormai è una calamita. Qui nel Lazio però è stato l’esatto opposto: due del centrodestra passano a sinistra, è singolare. Accade se si crede poco nei valori e si è molto attratti dal potere. È di fatto un segnale della debolezza del credo politico in chi si candida. Ed è la cosa che allontana le persone dalla politica, purtroppo».

(Tratto da Corriere della Sera, intervista di Andrea Arzilli)

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