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In primo piano / Lavoro e Welfare

Oggi più che mai serve lo Statuto dei lavori

Sono quasi cinquant'anni che il dibattito italiano sul lavoro ruota intorno al tema dello Statuto dei lavoratori. Quante volte abbiamo sentito discutere di articolo 18? Quante volte siamo stati portati a pensare che le tutele degli anni Settanta fossero le uniche per cui valeva lottare?
Nel frattempo il mondo del lavoro è cambiato. Sono cambiati i lavoratori, il loro modo di lavorare, le loro esigenze di vita. Se nel Novecento industriale poteva esistere un lavoro uguale per tutti, nella grande fabbrica in cui masse di operai entravano in turni uguali tutti i giorni, oggi non è certo più così. Lavori e professioni nuove nascono e muoiono ogni giorno, mentre l'innovazione tecnologica contribuisce a creare scenari nuovi, molto più complessi e variegati, che non sono certo governabili con sistemi uguali per tutti.
È possibile pensare ancora di poter gestire gli orari di lavoro, ad esempio, come se tutte le professioni fossero uguali? È possibile considerare tutti i lavoratori come subordinati, dimenticando tutta la schiera dei lavoratori indipendenti? Si tratta di limiti che hanno contribuito negli anni a consegnarci un Paese che ha il tasso di occupazione tra i più bassi d'Europa, in cui ogni persona lavora per mantenere se stessa e altre due persone.
Per questo motivo è arrivato il momento di dire con coraggio che lo Statuto dei lavoratori ha fatto la sua storia, e che oggi, più che un sistema di tutele, è ormai diventato un ostacolo allo sviluppo dell'innovazione nel lavoro e nell'impresa. Questo significa rinunciare alle tutele? Rendere i lavoratori schiavi dei sentimenti di un mercato globale, come direbbe qualcuno? Al contrario! La nostra proposta è quella di introdurre uno Statuto dei lavori, di cui parlava Marco Biagi quasi vent'anni fa. Ossia un insieme di tutele minime per tutti i lavoratori, che siano capillari ma allo stesso tempo ampie. Tutele sulle quali possono poi innestarsi regole e usi differenti a seconda della professione svolta, delle sue esigenze e necessità. E questo perché nell'epoca della complessità saper riconoscere la differenza è il più grande valore; la tentazione di racchiudere tutto in un grande calderone è invece un vantaggio per pochi (e sempre meno) lavoratori, e un ostacolo per molti.
Liberare il lavoro oggi è quanto mai necessario, soprattutto per le persone che lavorano. E la tecnologia in questo è un grande alleato, se la si lascia libera all'interno di regole chiare. L'alternativa dirigista di tassare i robot e di bloccare l'innovazione non è altro che l'ennesimo goffo tentativo di fermare il progresso: un'operazione folle in un mondo globale e interconnesso.
Costruire insieme lo Statuto dei lavori significa partire da una grande operazione di confronto e dialogo con il mondo del lavoro; ma quello di oggi, non quello del passato. E far sì che tutto il potenziale oggi bloccato da lacci a lacciuoli anacronistici possa esplodere e aiutare la ripresa occupazionale di cui tanto abbiamo bisogno.

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