Responsive Ad Area

Condividi

Idee / Sicurezza

I migranti che non vogliamo: arrivano o andiamo a prenderli?

Noi siamo i compratori di migranti ad alto costo economico e sociale; noi siamo i responsabili dell’aumento dei morti. Ecco perchè

di Claudio Bertolotti - da L'Indro del 29 giugno

Della questione emergenza migranti ne scrivo da anni; nel 2016 ne parlavo su "L'Indro - L'approfondimento quotidiano indipendente", anticipando lo scenario di crisi che oggi si impone in tutta la sua gravità.

Il 2016 è l’anno del record assoluto di migranti giunti in Italia e già potevamo prevedere che il 2017  sarebbe stato peggio, e così per gli anni successivi, dal momento che nei prossimi 30 anni è previsto che i flussi migratori spingeranno oltre 250milioni di persone a lasciare i propri luoghi di origine. Secondo i dati forniti ieri dal Ministero degli Interni, sono 76.873 i migranti sbarcati dall’inizio del 2017 sulle coste italiane, con un aumento del 13,43% rispetto allo stesso periodo del 2016. I  porti maggiormente interessati dagli sbarchi: il primo per numero di arrivi, con 13.000, è Augusta. Seguono: Catania (9.620), Pozzallo (7.161), Palermo (5.799), Reggio Calabria (5.606), Vibo Valentia (5.229), Lampedusa (5.168), Trapani (4.742).

Ciò che sta accadendo è che, a livello sociale e ambientale, la regressione demografica occidentale si contrappone all’aumento demografico africano; un fenomeno aggravato dallo squilibrio strutturale (divario tra Paesi ricchi e poveri) su cui influiscono i cambiamenti climatici che, impattando su ambiente e sviluppo, aumentano le instabilità politico-sociali. Ne derivano l’aumento della richiesta di cibo, di terre coltivabili, di condizioni di vita migliori, e di quei flussi migratori di massa di cui abbiamo iniziato a percepire l’entità e i pericoli.

L’Italia, insieme alla cosiddetta ‘rotta balcanica’, si trova nell’area di passaggio privilegiata. Italia che deve farsi carico del salvataggio delle vite in mare e dell’accoglienza.

Ma la domanda è proprio questa: si tratta davvero di salvataggi di persone che rimangono bloccate in mezzo al mare nel tentativo di raggiungere l’Europa? O piuttosto è gente disperata che, al pari di un servizio taxi su chiamata, andiamo a prendere a poche miglia dalle coste nordafricane, alimentando così un mercato di esseri umani di cui siamo corresponsabili? E non uso ovviamente il termine ‘traversata’ poiché nessuno di questi migranti viene fatto salpare dalle coste del nord-Africa per giungere sulle coste italiane autonomamente; si tratta più semplicemente di una fermata in mezzo al mare, nell’attesa che arrivi il servizio trasporti europeo a recuperarli e a portarli in Italia.

Ma per rispondere a questa semplice domanda, è sufficiente guardare alle barche che vengono utilizzate per comprendere che tutto ciò che sta accadendo è ben lontano da quel che si vuol far credere all’opinione pubblica affinché sia disposta ad ingoiare il boccone amaro, nel nome del dovere morale all’accoglienza, alla solidarietà, all’altruismo.
Le barche utilizzate sono dei rottami, non in grado di reggere la forza dell’alto mare  -o gommoni economici molto fragili prodotti in Cina e acquistati in Turchia-, inoltre, la quantità di carburante di cui sono dotate è appena sufficiente a percorrere alcune miglia dalle coste del nord-Africa; e ancora, i cosiddetti ‘scafisti’, che altro non sono che disperati a cui i veri ‘trafficanti’, mettono in mano un timone in cambio di uno sconto sul prezzo del biglietto, hanno in dotazione un telefono satellitare con un solo numero in memoria: quello della sala operativa in Italia a cui chiamare non appena il motore si spegne, cioè a poca distanza dal punto di partenza.

Possiamo, allora, parlare di migranti che tentano di attraversare il Mediterraneo o, piuttosto, di un’organizzazione che mette le barche in mare -e su di esse masse di individui sacrificabili la cui vita è insignificante- sapendo che gli italiani (e gli europei) andranno a prenderli? È questo il punto fondamentale, quella gente è in mare solo ed esclusivamente perché vi è la certezza  -da parte delle organizzazioni criminali-  che qualcuno andrà a prenderli. È questo il meccanismo da bloccare, rompere senza indugio, altrimenti questo business concentrerà sempre maggiore ricchezza nelle casse di quei trafficanti di morte che si dice di voler combattere.

Ma al di là del buonismo da strapazzo e del dito puntato da chi osserva pigro davanti al televisore nel tinello o nelle piacevoli conversazioni da salotto, c’è da inorridire di fronte alle tragedie quotidiane in cui a pagare con la vita sono migliaia di disperati.
Il problema è che quelle persone muoiono proprio perché siamo noi ad alimentare cinicamente il vomitevole mercato di esseri umani. E più ne muoiono  -ammesso che la notizia venga ripresa e amplificata dai media- più siamo disposti a mandare mezzi di soccorso per ‘salvarli’, ma facciamo finta di non sapere che a ogni salvataggio corrisponde un maggiore invio da parte dei trafficanti di imbarcazioni più cariche di disperati, più vecchie, più disastrate e con minore quantitativo di carburante.

Noi, dunque, siamo i responsabili dell’aumento dei morti, una responsabilità che accresce al pari dell’irresponsabilità che alimenta questo circolo vizioso.

Un circolo vizioso che è però alla base del business dei migranti che genera un’economia di 5/6 miliardi di euro anno di cui beneficiano organizzazioni criminali, e che alimenta una sempre più crescente e preoccupante percezione di insicurezza all’interno delle fasce sociali più deboli e marginali da cui traggono beneficio sia i partiti di opposizione, sia quelli progressisti. I primi sfruttando la rabbia e il disagio sociale, i secondi facendo pateticamente leva su un presunto quanto irritante concetto di ‘dovere morale’.
Tutto questo è il risultato di una politica di gestione dei flussi migratori fallimentare, gestita con pressapochismo, che non può che portare al collasso del sistema anche perché strutturata per affrontare una condizione di emergenza quando il fenomeno è di natura strutturale: sappiamo quanti sono, quanti ne arriveranno, attraverso quali rotte e per quanto tempo. Dunque perché continuare a parlare di emergenza se non per far presa sulla coscienza dell’opinione pubblica e sulle sue paure?

Diciamocelo, con tutta onestà. I migranti non li vogliamo, o almeno non vogliamo questi. Però, ci contraddiciamo andando sempre più alla ricerca, ad esempio, di prodotti di buona qualità a un prezzo sempre più basso, come i pomodori della Sicilia o della Puglia dove l’economia legata all’agro-alimentare si alimenta quasi esclusivamente attraverso lo sfruttamento del lavoro in ‘nero’ di quei ‘negri’ che non vogliamo vedere  -e che infatti stanno nascosti all’interno di stalle per animali, in baraccopoli improvvisate- ma che sono gli unici a reggere un settore così importante per l’economia di quella (dopo l’assistenzialismo statale e regionale si intende) e di altre regioni: pagare poco chi lavora nei campi abbassa il prezzo finale…cioè quello che chiediamo noi clienti.

Al bando l’ipocrisia allora, il buonismo da strapazzo, e pure i giudizi dei nostrani radical-chic che con la gauche caviar d’oltralpe hanno in comune la puzza sotto il naso e le invidiabili utopie: i migranti non sono un grande affare per gli italiani e neppure per gli europei, ma sono molto comodi. E al tempo stesso sono un grande business che ci vede complici con le peggiori organizzazioni criminali che vivono e si espandono grazie a quel traffico di esseri umani che ci colloca, involontariamente ma non senza colpa, tra i soci di capitale di una grande organizzazione transnazionale che da noi lucra su un giro di affari miliardario in cui noi mettiamo esclusivamente capitale a perdere.

Sì, noi siamo i compratori di migranti ad alto costo economico e sociale.

Condividi

Foto del profilo di Claudio Bertolotti
Analista strategico, docente di "Analisi d'Area", esperto di Difesa-Sicurezza. Già capo-sezione Contro-Intelligence e Sicurezza della NATO in Afghanistan, si occupa di aree di crisi, interesse strategico nazionale, dialogo interculturale, internazionalizzazione e, in particolare, di flussi migratori, terrorismo, conflittualità e dinamiche sociali del Medioriente e del Nord Africa. Collabora con Università e con importanti think tank e centri istituzionali e privati, italiani e stranieri, in qualità di esperto in Conflict, Security e State Building. Ha sviluppato il seminario di “Cultural awareness” a favore dei contingenti militari in operazioni dal 2009 al 2016, ed ha operato e opera come SME (Subject Matter Expert) per organizzazioni governative e la NATO, in particolare il Centro di Eccellenza NATO “Human intelligence” contribuendo allo sviluppo della linea guida sugli aspetti umani dell’ambiente operativo. Ha scritto oltre 150 tra libri, saggi e articoli in tema di sicurezza e terrorismo. È laureato in Storia contemporanea, specializzato in Sociologia dell’Islam e dottore di ricerca in Sociologia e Scienza Politica, indirizzo Relazioni Internazionali. Infine, da buon Alpino, è appassionato di sci alpinismo.

Scrivi un commento

Diventa il primo a commentare!!

wpDiscuz

Password dimenticata

Registrati