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Idee

L’insostenibile leggerezza dell’essere maschi e fimmine

Dite la verità, se solo fino a qualche anno fa vi avessero parlato di uomini femministi avreste pensato a una variante moderna dei femminielli, oppure vi sareste chiesti da quale bizzarria massmediatica fossero saltati fuori.

Quello dei “femministi”  è solo uno dei tanti esempi dello slittamento, semantico ma non solo, della società verso il dogmatismo politicamente corretto, che con la scusa di difendere presunte minoranze ne ammazza di vere.

Una di esse è il merlo maschio, specie in via di estinzione di cui grazie ad Alberto Angela  conserviamo il ricordo (scherzo, è grazie al celebre lungometraggio dell’indimenticato regista dal nome ridondante Pasquale Festa Campanile).

Nei Settanta le possibilità del maschio alfa erano incarnate da Lando Buzzanca,  adesso invece le applicazioni della tecnica ci danno Vinny Ohh, il venti-e-qualcosenne che ha speso cinquantamila euro per trasformarsi in un’entità senza sesso piallandosi fino a sembrare una creatura aliena.

E se una volta c’era il profumo per l’uomo che non deve chiedere mai”, ora le domande ce le facciamo eccome e ci chiediamo dove sia finito quest’uomo.

Interrogativo che potrebbe essere il sottotitolo immaginifico sulla copertina del pamphlet di Emanuele Ricucci: Torniamo uomini. Contro chi ci vuole schiavi: come tornare sovrani di noi stessi.

In realtà il j’accuse contro l’eroticamente corretto è solo una delle innumerevoli spie che nel libello di Ricucci rappresentano la condizione dell’uomo massa, pirandellianamente tutti e nessuno, con una dose di autocoscienza che s’è fatta  miserabile rispetto al famigerato consumismo degli anni Ottanta, quando almeno Zuckerberg era solo un bimbo e i nazi-liberal di Berkeley manco erano nati.

Non solo il sesso e i moderni, ma l’Europa a mille velocità, i social a difesa delle minoranze ma che capitalizzano i post dell’Isisil Dio dei cristiani ridotto a folklore metafisicol’incontro-scontro con culture altre. In pochissime parole: la nebulizzazione dell’identità operata dall’attitudine oggi in voga, il politically corrett.

Che no, non è sinonimo di rutto libero, come vogliono far credere i guardiani della moralità alla Michele Serra per difendere se stessi e la loro eccezione culturale dai burini, ma una nuova ideologia che vuole l’uomo nuovo, anzi l’essere umano nuovo, cioè neutro, asettico, congelato  e asessuato.

E’ il nuovo pensiero dominante, che come tutti i grandi sistemi crede di perseguire una cosa buona –libertà, uguaglianza et cetera – ma in realtà prefigura, ancora e sempre, una schiavitù.

Ma Emanuele Ricucci, con attitudine (malgré lui!) sartriana, ci dice che le idee sono astratte e prima di loro ci sono gli uomini in carne e ossa, i quali uomini però sono scomparsi insieme a Dio.

Oggi Diogene il Cinico, il matto che viveva in una botte e cercava l’uomo con un lanternino, quest’uomo non lo troverebbe nemmeno con una fanaleria per concerti, shakerato com’è nella melma della mediocrazia e della polizia del pensiero

Vogliamo fare una scommessa? Se in Svezia oltre a produrre le Volvo continueranno imperterriti con l’edu-castrazione di genere finalizzata alla produzione di bambini neutri (insegnanti di asilo che anziché rivolgersi agli infanti coi pronomi maschile e femminile utilizzano un semiconosciuto sostituto linguistico neutro, aboliscono i termini “mamma” e “papà” con il generico “genitori” e abituano i marmocchi alla mescolanza di vestiti e giochi, al punto che ad oggi pare siano aumentati i casi di bambini e bambine che decidono che no, non si sentono per niente a loro agio nel corpo maschile o femminile che la natura gli ha dato), mentre là fanno gli psico/poliziotti a presidio democratico delle sensibilità fru fru, qui da noi il merlo maschio non tramonterà mai e insieme alla fimmina continuerà a fare il paracarro di genere.

Ne parliamo col diretto interessato:

COPERTINA-NUOVA-TORNIAMO-UOMINI

“Per capire quando inizia la rovina, bisogna rendersi conto di quel preciso momento in cui si smette di dare il giusto nome alle cose, di chiamarle col loro nome”, scrivi all’inizio di un capitolo che è tutto un programma (“L’uomo surgelato”). Caro Emanuele, quando è iniziata secondo te questa logopedia del politicamente corretto?

In ogni regime c’è una correttezza distorta e orribile. Come ridere delirando, trasudando una composta follia, gocciando freddo dalla fronte, con la paura addosso, come di fronte a Kim Jong Un, in una foto celebrativa, di Stato.

Per il resto, direi di recente, e qui da noi, con la radicalizzazione delle sinistre al potere, le stesse che, montanellianamente, amano così tanto i poveri che ogni volta che vanno al governo li aumentano di numero. Poveri di denari, poveri di spirito, poveri di identità e ruolo.

Cessato il berlusconismo, per quanto ormai destra e sinistra siano solo un lontano ricordo, e con la frantumazione continua della cosiddetta “area destra”, come nucleo di pensiero, come comunità di uomini e di idee, sempre troppo distratta a coltivare piccoli orti spontanei, che puntualmente ricacciano ortiche, i cosiddetti “progressisti” hanno avuto campo libero per l’attuazione della loro visione politica, sociale ed economica globalizzata, standardizzata, laddove uomo è mezzo, e non fine, generando egemonia culturale imperante. Ci sono battaglie striscianti, come quella semantica, che per la loro natura qualitativa, percepita nel senso comune come “colta” e lontana, non riescono a penetrare nella quotidiana indignazione popolare. Una battaglia che stiamo perdendo. Una delle tante scioltesi nella psicosi collettiva che sta conducendo all’autoannullamento.

Gli intellettuali non li ha mai ascoltati nessuno e oggi sono un retaggio della preistoria come i dinosauri: li hanno sostituiti Diego Fusaro e Roberto Saviano. Insieme a loro sono spariti anche i partiti. Secondo te la Politica con la P maiuscola, intesa come cultura e militanza, secondo te può fare qualcosa?

M&M’s: Mafia e Marx. A rotazione, in loop; causa di tutto, dallo stipendio, alla crisi. Gli esercizi di stile di Saviano & Fusaro (M&M’s) se non adeguatamente contestualizzati, filtrati, spiegati, motivati, giustificati, rimangono esercizi di stile, che, nonostante la pensino al contrario, allontanano le masse dalla curiosità del pensiero e del pensatore, ne destrutturano la figura. Perciò, allo stato attuale, no. La militanza s’è persa nelle piazze virtuali. Un fiotto di onanismo che fa sentire la coscienza pulita agli internauti indignati, li spompa e rasserena i governanti che non li vedono più imbestialiti a bloccare le strade.

La capacità di sviluppare cultura (quindi di attivare un processo che coinvolga gli elettori, i cittadini, quel che rimane dei militanti, ogni attore sociale) s’è persa nella volontà dei partiti di essere sempre più takeaway.

Io Partito, vado a scovare cosa duole ai cittadini, e replico, in 140 caratteri, cosa farei per loro. Continuamente, ancora ed ancora. Domanda e offerta, afflizione e materialismo. La volontà di distruzione arriva prima di quella di una costruzione, di cui poi ci si lamenta e ricomincia il giro. Tant’è che gli italiani non avevano bisogno di un Duce, né, ora, di un leader: ma di una scusa. Frammenti di quotidianità che difficilmente sono uniti da una visione, da un filo culturale; se prendessimo un cittadino a caso, molto raramente saprebbe raccontarci il programma politico della Lega Nord, di Fratelli d’Italia o di Sinistra Italiana, ma saprebbe benissimo cosa Salvini, Meloni e Fassina hanno twittato o facebookkato (attenzione ad usare questi termini: il Devoto Oli potrebbe inserirli nel nuovo dizionario italiano…) qualche secondo prima.

Il volto dei leader è la cultura della speranza e tutto si limita a quello. Solo se, con le dovute accortezze moderne, la politica recupera la propria funzione di agenzia sociologica, e quindi di riferimento, di comunità, non di parallelo, ma di centro formativo ed educativo che non risponda solo all’iperattualità, ai mal di pancia quotidiana, ma riesca a fondere una visione, dei valori condivisi, delle idee, in senso lato, su cui poggiare delle iniziative, allora si può sperare in un miglioramento della politica stessa e della società a livello qualitativo.

Hai un po’ il polso della situazione? Da quel che vedi o senti secondo te è all’opera un lavorìo intellettuale di una…”minoranza silenziosa” (qualunque riferimento a La Zanzara è puramente accidentali, maledetti loro!, n.d.r.) che come un fiume carsico corre sotto la superficie del nuovo pensiero unico? E se sì, che prospettive può avere?

C’è sempre una volontà di reazione, almeno da parte dei più svegli, di chi è rimasto lucido, perché incapace di arrendersi, e capace di muoversi tra i pensieri, che ha voglia ancora di ragionare sopra le cose, evitando accuratamente le ondate di pubblica indignazione, o di cadere negli sfogatoi, o meglio ancora le trappole dell’uniformità.

È pieno di minoranze silenziose, di paladini che stanno lucidando la spada prima della nuova grande guerra; di circoli e case editrici, di profeti e buone intenzioni, di articolisti ed editorialisti.

Ed è tutto molto bello, purché però, non ce la si racconti tra di noi (la nuova frontiera del ghetto). L’alternativa di qualità DEVE viaggiare, deve raggiungere il grande canale e deve fornire, appunto, un esempio: etico, ma anche estetico, mettendosi l’uno al servizio dell’altro, senza ostracismi minchioni.

Non basta, quindi, continuare ad imbottire il web di soluzioni, critiche e sogni di gloria. Stampare libri di qualità che veicolino con sé messaggi utili all’impiegato delle Poste di Monza, che facciano riflettere l’architetto di Viterbo o la mamma di Bari, su quale sia la fine che ci aspetta se continuiamo di questo passo. Lo sfoggio di conoscenza verrà da sé. Continuare a fare paginate di giornale o 200 pagine su quante volte si radeva il pube Oswald Spengler è utile e necessario; ma se non adeguatamente filtrato rischia di non servire a niente, specie ad interpretare questo tempo. Il grande dramma è questo: a cosa serve, oggi, l’esercizio di stile? Chi è e com’è, oggi, il nostro lettore, il nostro interlocutore?

Chi vale, vale, e godrà di stima estesa e sincera comunque; chi è soldato dell’accademia, replicante dei maestri, sarà pure stimato ma si spegnerà poco dopo, specie in una società in cui l’interesse verso l’arte e la cultura, in senso lato, è bassissimo, quasi assente, e chi le pratica viene visto come l’amico esclusivo, ben vestito e che profuma di sigaro che vince sempre nelle conversazioni a cena tra amici.

Ognuno col suo piccolo pezzo è utile alla “reazione”; eppure bisogna evitare di raccontarsela tra amici.

Quattordici anni fa uscì un libro di Gianfranco de Turris che conteneva una serie di interviste, molte delle quali fatte nei formidabili anni Settanta, a intellettuali fuori dal coro e ostracizzati dalla cultura dominante. Oggi, nel 2017, se tu scrivessi un libro intitolato “I non conformisti 3.0”, chi sarebbero i tuoi interlocutori?

Di sempre, José Ortega y Gasset, Ennio Flaiano, Ernst Jünger, Piero Buscaroli, Francesco d’Assisi, Giuseppe Prezzolini, Luigi Pirandello, L.F. Céline. Cavalcherei eternamente, poi, al fianco di Ludovico di Giovanni de’ Medici, alias Giovanni dalle bande nere. Jack Pot.  Nel presente quotidiano, direi Marcello Veneziani, Camillo Langone, Gianfranco de Turris, Fulvio Abbate. Su tutti.

Hai saputo? Un (ormai ex) ingegnere di Google è stato licenziato perché in una mail interna all’azienda aveva sostenuto che le donne sono biologicamente diverse dai maschi. Anche in Italia gli han dato tutti di sessista. Forse perché, come tu scrivi nel libro, “[…]Un pène o una vagina non possono definire chi sei”…

Un pène o una vagina devono definire chi sei. Per biologia, geometria e buon senso. Relativizzare, forse per la noia di vedere gli uomini che funzionano da sempre allo stesso modo, chi sa, è un processo perverso e pericoloso. Cioè divertirsi a spostare i punti di riferimento comunemente accettati, far tremare continuamente le basi. Possiamo relativizzare ciò che ci rende sicuri di noi da qualche secolo.

Possiamo anche relativizzare, se solo avessimo veramente la forza di penetrare nel pubblico pensiero, anche cose care a chi ci sta culturalizzando l’oggettività, tutto.

Come il concetto di tolleranza, di accoglienza, di integrazione, di mescolanza culturale. Tutte questioni viste oggi come assolutamente necessarie per la salvezza dell’umanità, ma che potremmo comunque rendere relative (anch’esse), rispolverando due grandissimi concetti, oggi in pensione sul lago di Como: limite e confine, geografico, spirituale, culturale e linguistico.

Nel libro scrivi sempre “l’uomo”. Ovviamente il termine non indica un genere o l’altro, ma il problema è che la lingua è fatta così, è maschilista come Dio. Ad ogni buon conto, cosa potrebbe fare secondo te la donna che non fosse la volenterosa sostenitrice di questo nuovo pensiero unico politicamente corretto? Te lo chiedo perché le succedanee 3.0 delle beghine sono un gruppo di fuoco consistente, deleterio e piuttosto rabbioso ed Élisabeth Badinter, che avrebbe molto da insegnare alle suddette fanciulle, è tollerata con fastidio dai giornalisti serpenti-senza-sonagli che la definiscono con sprezzo “la femminista miliardaria”…

Rifiutandosi, ad esempio, di diventare il Lemure del Madagascar. In via d’estinzione, irreggimentata a forza nelle quote rosa, negli sconti, nelle accortezze dedicate alla straordinarietà, anziché alla normale normalità (cioè maternità, femminilità, origine, contenimento della vita), con una “lingua” a parte (esempio su tutti, femminicidio; senza citare i deliri boldriniani).

Rifiutandosi di essere un centro d’analisi per tornare semplicemente ad essere il centro di se stessa.

Le donne, più che mai, non devono cedere ai ricatti di questo tempo, alle lusinghe di questo progresso.

Non sovrastrutture, non oggetti di scambio sociologico e politico. Naturali come la tramontana. Punto.

Ricorri spesso alla similitudine del congelamento, dell’essere ibernati, cristallizzati (“[…]Rimasti fermi, gli uomini, come li avevano freddati, come in una grande Pompei. Comprati, corrotti, accontentati, addomesticati. Chi con le braccia alzate, in segno di resa, chi seduto sul divano con le gambe accavallate a seguire in tv il grande sbarco, […]. Ibernati, congelati. Cristallizzati fino al prossimo utilizzo”). E mi viene in mente l’immagine ormai abituale delle candele e dei post it sui luoghi degli attentati e dei turisti con le braccia alzate: perché questo atteggiamento imbelle nei confronti di chi (lo dicevano già all’alba dell’11 settembre e stiamo parlando di sedici anni fa, quando Laura Boldrini era solo una collaboratrice di una ong) “ama la morte come noi amiamo la vita”?

Perché ci si ritiene arrivati, perché ci si ritiene profeti e creatori del migliore dei mondi possibili, dopo secoli di guerre e sangue, troppo superiori per cedere al ricatto delle armi. E spegnere ogni reazione, mentalizzando l’inimmaginabile (trasformando qualsiasi cosa in un processo che annulla l’istinto e l’autotutela), ogni sfumatura del quotidiano, e ogni ramo dei massimi sistemi, come una guerra intercontinentale dalle caratteristiche complesse (guerra asimmetrica, a base di terrorismo qua e là, che può colpire in ogni momento). Il grande inganno di questo tempo: sentirsi i migliori di tutti. Quello in cui la mediazione culturale è la parola magica. È il salvavita, ciò che ci renderà semidei, insieme alle scoperte della scienza (pensano “loro”).  In patria…poi nel resto del mondo (chissà com’è…) partecipiamo alla grande festa della democrazia sganciando bombe, inviando Lince pieni di soldati di fanteria, spostando navi da guerra, caricando caricatori.

La grande festa che vuole portare il modello occidentale a tutti, che vuole portare l’evoluzione, la modernità (che poi cos’è ‘sta modernità se non un mezzo, e non un fine?)

E a proposito di Laura Boldrini: Benedetto Della Vedova ha detto che in realtà tutto ciò di cui lei si fa portavoce è quanto di più avverso all’intolleranza dei mozzorecchi islamisti e che quindi andrebbe difesa a spada tratta da tutti, destra e sinistra…

Laura Boldrini farà il suo tempo. Non bisogna distrarsi concentrando articoli, post, libri, manifesti, solo su di essa. Bisogna sapersi controllare, tutti. Me compreso. Non possiamo continuare a pensare, per quanto gran parte delle sue uscite siano deleteri viaggi tra follia e realtà, che essa sia il centro di tutto. Finiremo per distrarci, pubblicamente. Laura Boldrini non lascerà ricordo alcuno quando si accenderà il campo di battaglia. Lei, e i suoi sodali, colti dalla furia demolitrice, di palmiriana memoria, non lasceranno nulla, se non un brutto ricordo ed un motivo per non commettere gli stessi errori (secondo la logica dell’antifascismo dell’ANPI).

Alla fine del libro scrivi : “Essere uomini oggi è un compito difficile. Figuriamoci essere sovrani.”. Vuoi spiegarci cosa intendi per “essere sovrani”?

Sovra. Colui che sta sopra, la testa. La testa sulle spalle, attaccata al corpo, mero contenitore temporale. La testa, centro di comando, la lucidità, la vita, l’attenzione, il controllo di noi stessi. Tornare alla capacità di vivere noi stessi pienamente, senza farci distrarre. Fondere il proprio Io, la propria educazione, originaria, la propria formazione, estensione della propria educazione, e le proprie esperienze. Attivare un processo, non vivere passivamente, come un’ombra che sfiora la vita e si spegne al tramonto, leggere, intangibile, inconsistente, addomesticata. Sapendosi muovere nel ricordo e nel presente, oltre pregiudizi e censure, filtri e abbandoni non richiesti.

È, forse, il profilo umano che più urgentemente serve in queste momento. Regine e re di noi stessi, lucidi, consapevoli, responsabili, consenzienti, coscienti e conoscenti.

Senza scadere nella filautìa ed applicando tutto ciò al contesto sociale, non solo individuale. Serve un rinnovato senso di comunità, non di individualità esasperata.

Ha ancora senso dirsi di destra o di sinistra? L’uomo (e la donna) sovran* di sé sarà… (concludi tu)

L’uomo e la donna sovrani di sé, prima ancora che del proprio Paese o della propria abitazione, saranno davvero liberi. L’uomo e la donna sovrano, sovrana di sé saranno quelli che sapranno tagliare il tempo e ricucire le epoche; quelli che saranno usciti dalla mentalità provinciale, quelli che sapranno conservare elasticamente (ma non finirebbe a questa riduzione…).

Pubblicato originariamente su: https://laversionedibeluffi.wordpress.com/2017/09/15/il-pamphlet-di-emanuele-ricucci/

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Attualmente: Coordinatore del gruppo di lavoro_Cultura di Energie PER l'Italia. Curatore di ottanta mostre (aggiornamento dicembre 2016) in gallerie private e autore delle relative pubblicazioni, fra cui una monografia Skira. Articolista de Il Giornale OFF, inserto culturale de Il Giornale (web e cartaceo). Pregresso: Collaboratore di Exibart, Artribune, Espoarte, ArtsLife. Editore di una rivista d’arte, già cartacea e ora online (kritikaonline.com), attualmente conservata al Centre Pompidou e presentata a diverse fiere internazionali d'arte contemporanea. Archivista presso Fondazione Biblioteca di via Senato. Articolista del settimanale Il Domenicale(2005/2006). Promotore editoriale presso Mursia e svariate agenzie di comunicazione -Armando Testa, Saatchi and Saatchi, Loewe Pirella, Leo Burnett et cetera (2007). Assistente personale del gallerista Massimo Carasi (The Flat Massimo Carasi, Milano) e dell'artista Anna Valeria Borsari (Fondazione Ar.Ri.Vi - Archivio Ricerche Visive, Milano). Publiredazionali in agenzia di pubblicità specializzata nel settore librario e bibliotecario (Argentovivo srl, Milano). Archivista presso Biblioteca d'Arte del Castello Sforzesco di Milano (2004) e Ciessevi, Centro Servizi per il Volontariato della provincia di Milano (2003). Laureato in Filosofia, vivo e lavoro a Milano.

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