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Esteri / Idee / Sicurezza

Libia e Mediterraneo: siamo pronti a difendere l’interesse nazionale dell’Italia

Dall'intervista a Claudio Bertolotti di Vanessa Tomassini per "Notizie Geopolitiche" del 10 ottobre 2017

Il principale tema di interesse e discussione tra i paesi dell'area mediterranea, e in particolare quelli europei, è ormai da tempo il fenomeno dei flussi migratori che va inteso non come emergenza a breve termine, un approccio ormai fuori discussione, bensì come fenomeno strutturale di portata continentale e di lungo periodo e le cui cause sono molteplici, e tra queste certamente quella dei cambiamenti climatici. Un fenomeno all’interno del quale va ad inserirsi, con crescente preoccupazione, quello dell’immigrazione clandestina che dal continente africano si sposta verso l’Europa e l’Italia, attraverso l’area del Nord Africa, pur non dimenticando la massa migratoria interna all’Africa.

– Quali sono gli effetti dei cambiamenti climatici sul fenomeno dei flussi migratori di massa dal continente africano?
I cambiamenti climatici da sempre hanno condizionato la storia dell’umanità, che si è adattata o è stata indotta a trasferirsi altrove. Difficile pensare che questa dinamica possa essere contenuta all’interno di perimetri, politici, sociali o militari, definiti e rigidi. In primo luogo dobbiamo considerare gli effetti diretti dei cambiamenti climatici, in primo luogo il deprezzamento e la limitazione nell’utilizzo di terreni agricoli e pastorali, da cui derivano l’aumento di pressione sulla sicurezza alimentare, l’accentuazione dei disequilibri territoriali e l’allargamento di “zone grigie” sempre più difficili da controllare da parte degli Stati. In secondo luogo, da una situazione che può degenerare in crisi, si impone l’accentuazione di rivalità interstatali per l’accesso alle risorse naturali, quali acqua ed energie fossili. Da ciò derivano le minacce dirette alla sicurezza interna ed esterna degli Stati: la vulnerabilità delle frontiere, il terrorismo, la criminalità organizzata. In tale quadro di progressivo sgretolamento degli equilibri politico-sociali ed economici i fenomeni migratori di massa, interni e transfrontalieri, divengono una naturale conseguenza che non può essere affrontata attraverso approcci strategici che si concentrino sulla massa migratoria, lasciando inevasa la necessità di intervento sulle cause prime che si fondano sulla stabilità interna, in primis economica, degli stati africani”.

– Sappiamo che lei si è occupato anche di Libia. Tema molto importante per l’Italia, sia per gli interessi economici, sia perché dalla Libia passa la maggior parte dei flussi migratori verso l’Europa e quindi verso le coste italiane. Quali sono le sue riflessioni?
La Libia è una terra di passaggio di masse di migranti, tra i quali una significativa componente economica, circa il 90%, che spesso si trova costretta a prendere la via del mare pur avendo guardato alla Libia come possibile paese in cui migliorare la propria condizione economica. Ma l’instabilità interna, un sistema economico-sociale sfasciato e l’assenza di uno Stato lasciano questi immigrati in balia di gruppi criminali, in parte connessi per convenienza ad organizzazioni terroristiche. In assenza di un’economia stabile e a fronte di vuoti istituzionali enormi, la criminalità, così come la gente comune e le milizie tribali, trovano spazio in cui sviluppare e radicare le proprie iniziative “imprenditoriali”. L’economia illecita è quella che oggi consente ai libici di sopravvivere. Una risposta fisiologica di adattamento che però rischia di precipitare il paese in una condizione di instabilità cronica caratterizzata da conflitti a bassa intensità. Quello economico l’aspetto che più ci deve preoccupare. La Libia oggi è incapace di sostenersi attraverso un’economia sana e positiva, e allora opta per quelle soluzioni illecite, ma necessarie, come il contrabbando di petrolio, armi e droga. A questi si unisce il traffico di esseri umani, fortemente dannoso per la stabilità politica dell’Europa e che all’Italia (e dunque ai suoi contribuenti) costa fino a 5 miliardi di euro l’anno. E sono aspetti questi, l’ultimo in particolare, che vanno fortemente ad incidere sulla percezione dell’opinione pubblica italiana (prima ancora che europea) sul piano della stabilità politica e della sicurezza interna. Il rischio è che non si possa più riuscire a ristabilire un ciclo economico salutare in Libia e, conseguentemente, ciò porterebbe a perdere quei rapporti commerciali che sino alla caduta del regime di Muhammar Gheddafi, e ancora nel 2015, si basavano sulla presenza e sull’attività di piccole e medie imprese italiane. Perdere l’occasione di ristabilire tali rapporti comporta danni di centinaia di milioni di euro per le imprese italiane, e oltre un miliardo di euro di crediti pubblici non riscossi. Dunque vedo solo buone ragioni perchè il Governo italiano intervenga in maniera energica in Libia”.

– Quali soluzioni propone per arginare il problema?
La soluzione è di tipo diplomatico, senza escludere il ruolo dello strumento militare, come in parte già sta avvenendo. Ma deve essere un approccio razionale e spregiudicato, non ideologico né attendista. Per risolvere i suoi problemi, l’Italia deve non solo parlare con tutti i soggetti che in Libia detengono una qualche forma di potere, legittimo o de facto – e dunque anche le milizie e gli attori non statali coinvolti nel traffico di esseri umani – ma deve prendere coscienza del fatto che l’instabilità della Libia significa instabilità politica ed economica per l’Italia. Ciò impone di scendere a patti con Francia ed Egitto? Non importa, anzi ben venga, abbiamo perso tempo e occasioni; ora come hanno fatto gli altri paesi è necessario tutelare l’interesse nazionale, ovviamente in un’ottica europea. E ciò va imposto, attraverso una mediazione coraggiosa. Per questo motivo, ritengo che il Governo italiano deve porsi come obiettivo primario quello di riportare la Libia all’interno del perimetro del mercato mondiale, in primis delle risorse energetiche naturali: gas e petrolio. È prioritario riportare i volumi estratti ed esportati ai livelli pre-2011. Questa è l’unica via per consentire alla Libia di risollevarsi. Non ci sono alternative”.

– Si è parlato e si continua a parlare delle condizioni dei centri migranti in Libia. In questi giorni a Sabratha ci sono centri sovraffollati con gli operatori dell’IOM e i partner delle nazioni Unite a lavoro giorno e notte. 
“Purtroppo, e francamente, la questione dei diritti umani che smuove le coscienze delle opinioni pubbliche europee, non ha peso sui tavoli dei negoziati politici. Non è bello da dirsi e lo trovo terribile, ma è la real-politik. Ad oggi è necessario un cambio di paradigma e uno sguardo proiettato all'orizzonte dei prossimi 20, 30 anni. Il problema su cui concentrarsi non sono le terribili condizioni dei migranti detenuti nei centri di permanenza in Libia. Noi non dobbiamo impegnarci solo per migliorare le loro condizioni, dobbiamo lavorare affinché in quei centri non arrivi nessuno. Continuare a dare assistenza nell’immediato anziché adottare una visione strategica a lungo termine non può che essere deleterio, come hanno dimostrato le cosiddette missioni di salvataggio in mare che hanno coinvolto Stati e ONG: la conseguenza è stato un aumento delle masse migratorie attraverso il Mediterraneo che è corrisposto a un aumento dei morti in mare. Una soluzione che alla fine ha accentuato il problema che formalmente si voleva risolvere. È invece necessario operare sui paesi di provenienza non attraverso programmi di sostegno economico di dubbia efficacia, bensì attraverso uno sviluppo economico infrastrutturale a livello continentale. L’Africa è un paese economicamente in crescita, dobbiamo far sì che questa crescita abbia dirette e positive conseguenze sulle condizioni di vita delle società africane”.

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Foto del profilo di Claudio Bertolotti
Analista strategico, docente di "Analisi d'Area", esperto di Difesa-Sicurezza. Già capo-sezione Contro-Intelligence e Sicurezza della NATO in Afghanistan, si occupa di aree di crisi, interesse strategico nazionale, dialogo interculturale, internazionalizzazione e, in particolare, di flussi migratori, terrorismo, conflittualità e dinamiche sociali del Medioriente e del Nord Africa. Collabora con Università e con importanti think tank e centri istituzionali e privati, italiani e stranieri, in qualità di esperto in Conflict, Security e State Building. Ha sviluppato il seminario di “Cultural awareness” a favore dei contingenti militari in operazioni dal 2009 al 2016, ed ha operato e opera come SME (Subject Matter Expert) per organizzazioni governative e la NATO, in particolare il Centro di Eccellenza NATO “Human intelligence” contribuendo allo sviluppo della linea guida sugli aspetti umani dell’ambiente operativo. Ha scritto oltre 150 tra libri, saggi e articoli in tema di sicurezza e terrorismo. È laureato in Storia contemporanea, specializzato in Sociologia dell’Islam e dottore di ricerca in Sociologia e Scienza Politica, indirizzo Relazioni Internazionali. Infine, da buon Alpino, è appassionato di sci alpinismo.

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