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Esteri / Idee / Sicurezza

La Francia in Libia? Difendiamo l’interesse nazionale italiano

Il governo italiano deve difendere l'interesse nazionale: approvigionamento energetico, rapporti commerciali, blocco dell'immigrazione e difesa dal terrorismo

di Claudio Bertolotti (articolo integrale su L'INDRO)

Emmanuel Macron ospita oggi i due contendenti al potere in Libia: un sempre più debole e isolato Fayez al-Serraj, capo del Governo di accordo nazionale di orientamento islamista di Tripoli e riconosciuto dall’Onu (ma informalmente osteggiato da Francia, Russia e Regno Unito), e Khalifa Haftar, il potente e politicamente sempre più rilevante comandante militare laico e anti-islamista di Tobruk, sostenuto da Egitto, Russia Paesi del Golfo ed Emirati (e Francia).

La Francia, che nel 2011 sosteneva gli islamisti, oggi punta sul candidato anti-islamista, mentre l’Italia, che ha puntato sul primo, non è stata in grado di aggiustare il tiro quando già era evidente che la scommessa fosse persa. Un caro prezzo che rischia di dare un sonoro ceffone al Governo italiano guidato da Paolo Gentiloni.

Complice una mancanza di visione strategica e l’assenza sostanziale di una politica estera: Angelino Alfano -non pervenuto- è sostituito de facto dal Ministro degli interni Marco Minniti nel vano, quanto simbolico, tentativo di stringere accordi con i ‘Sindaci’ (o capi tribù?) di città sparse qua e là nel sud della Libia; accordi labili e privi di sostanza, oltre che di credibilità, dal momento che l’unica alternativa per la chiusura delle frontiere meridionali della Libia sono soldi in cambio di una rinuncia al redditizio traffico di esseri umani in cui sono coinvolte le popolazioni libiche del sud. Dunque, o compensazione totale o, molto più probabilmente, nulla di fatto. Un approccio che, pur non portando a nulla ma bypassando in maniera diplomaticamente scorretta il Governo di al-Sarraj (teorico legittimo interlocutore), squalifica l’Italia tanto sul piano delle relazioni internazionali, quanto su quello degli equilibri regionali e interni alla Libia  -e ottiene la diffidenza dello stesso al-Serraj che, infatti, va a Parigi e non a Roma, pur consapevole di tornare in Libia più debole e isolato di quanto lo fosse alla partenza.

L’Italia sulla questione libica si è mossa nel complesso molto male; non tanto nella cronica inattività in sé, quanto nell’assenza di una visione strategica. La Libia è una questione italiana, ma nessuno si è preso la briga di imporre una politica italiana al tavolo con la Francia e con gli Stati Uniti. E Macron ha approfittato dell’assenza italiana sul dossier libico.

La Libia, tuttavia, continua ad essere questione italiana per ragioni di approvvigionamento energetico e per interessi commerciali; così come lo è per ragioni di stabilità del Mediterraneo e di politica interna nazionale. I flussi migratori, la criminalità transnazionale e il dilagante terrorismo di prossimità che dal Medio Oriente sta penetrando le frontiere europee sono fattori destabilizzanti che, sommandosi agli idrocarburi del sottosuolo libico e all’uranio che interessa ai francesi, formano una miscela dirompente.

La Francia di Macron ha un approccio determinato ma fluido, dettato da ragioni di interesse nazionale e da una legittima visione strategica nazionale. L’Italia, che ha, invece, un orientamento di tipo tattico, ha puntato molto  -troppo- su un al-Sarraj, politicamente in svantaggio e incapace di gestire le conflittualità di un Paese prossimo al collasso, e incapace di trovare un accordo che garantisca di poter tornare a quel fondamentale commercio di idrocarburi (petrolio e gas) che ne garantirebbe la stabilizzazione e il benessere.

Quella in corso è una trattativa gestita ed organizzata esclusivamente dalla Francia ed ha l’ambizione di impostare le basi di unesercitonazionale che unisca le numerose milizie come premessa alla formazione di un Governo centrale stabile. Improbabile che la Francia di Macron possa essere intenzionata a condividere i frutti di questa mossa politica, di certo non con l’Italia, che in Libia è il potenziale competitor, anche perché in un’ottica nazionale avrebbe tutto da rimetterci: la Francia guarda a chi può vincere, non al migliore dei candidati, dunque oggi punta su Haftar e lo fa in maniera opportunamente spudorata offrendo ad Haftar quel palco che gli aprirà le porte della diplomazia internazionale e dunque quelle di un ruolo primario nel futuro della Libia. Libia al cui fianco ci sarà la Francia: à la guerre comme à la guerre.

Quanto accade oggi è verosimilmente il primo formale passo verso un passaggio di consegne da un sempre più marginale al-Sarraj a un Haftar che mira a essere incoronato dalla Comunità internazionale -e lo sarà con l’aiuto francese-  come il leader forte.
Ancora da dimostrare è, però, la sua effettiva capacità di governare con il consenso (o il controllo) di tutti gli altri attori, interni ed esterni. Insomma, la Francia ha sì investito su quello che oggi è il possibile vincitore in Libia, ma non è detto che tale vittoria possa avere lunga vita; se così fosse la Francia di Macron, nel rispetto di una tradizione pressapochista ormai consolidata, registrerebbe un altro grande fallimento che consegnerebbe la Libia a un caos ancora maggiore, e le cui conseguenze si riverserebbero ancora una volta su un’Italia, impegnata oggi a gestire gli effetti, ma non le cause, del disastro libico… nell’attesa che qualcuno faccia qualcosa e di un governo italiano credibile sia sul piano interno che su quello delle relazioni internazionali.

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Foto del profilo di Claudio Bertolotti
Analista strategico, docente di "Analisi d'Area", esperto di Difesa-Sicurezza. Già capo-sezione Contro-Intelligence e Sicurezza della NATO in Afghanistan, si occupa di aree di crisi, interesse strategico nazionale, dialogo interculturale, internazionalizzazione e, in particolare, di flussi migratori, terrorismo, conflittualità e dinamiche sociali del Medioriente e del Nord Africa. Collabora con Università e con importanti think tank e centri istituzionali e privati, italiani e stranieri, in qualità di esperto in Conflict, Security e State Building. Ha sviluppato il seminario di “Cultural awareness” a favore dei contingenti militari in operazioni dal 2009 al 2016, ed ha operato e opera come SME (Subject Matter Expert) per organizzazioni governative e la NATO, in particolare il Centro di Eccellenza NATO “Human intelligence” contribuendo allo sviluppo della linea guida sugli aspetti umani dell’ambiente operativo. Ha scritto oltre 150 tra libri, saggi e articoli in tema di sicurezza e terrorismo. È laureato in Storia contemporanea, specializzato in Sociologia dell’Islam e dottore di ricerca in Sociologia e Scienza Politica, indirizzo Relazioni Internazionali. Infine, da buon Alpino, è appassionato di sci alpinismo.

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2 Commenti su "La Francia in Libia? Difendiamo l’interesse nazionale italiano"

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la Francia è il primo beneficiario delle nostre delocalizzazioni cfr http://bit.ly/2tzb2lI grazie alla differenza abissale nel costo dell’elettricità per le imprese, causato dal nostro disastroso rifiuto del nucleare. Adesso che gli idrocarburi costano meno (prima il petrolio dal 2014, poi il gas per la guerra commerciale fra Shale USA e gas russo) ovviamente la Francia si impegna a boicottare almeno il nostro accesso a quelli libici. Ma farà di peggio, si può prevedere, come ha già fatto per precluderci una ragionevole riflessione sul nucleare crf http://bit.ly/2tzxjQz

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