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Idee / Riforme istituzionali

Legge elettorale: perché coniugare rappresentanza e stabilità

di Gianluca Filippazzo

Dopo quasi un mese dal fallimento dell’accordo sulla legge proporzionale alla tedesca, i partiti tornano a parlare di tutto tranne che delle regole elettorali per le prossime elezioni: la classe dirigente italiana dimostra ancora una volta di non riuscire a vedere oltre il proprio naso, col rischio di giungere a una campagna elettorale possibilmente condotta sulla base di regole inidonee ad assicurare stabilità alle prossime elezioni.

Con i due diversi sistemi elettorali validi per i due rami del Parlamento, il rischio che il giorno dopo le elezioni si rechino dal Presidente della Repubblica per le consultazioni decine di delegazioni, con la conseguente impossibilità di creare una maggioranza stabile, è straordinariamente forte. Neppure pare realizzabile l’auspicio di alcuni di sfruttare l’occasione della “legislatura costituente”: non tanto le differenze culturali, quanto l’odio reciproco che caratterizza il rapporto tra i partiti renderebbe impossibile ogni discussione e ogni compromesso per il miglioramento del quadro istituzionale attuale. L’eventuale risultato sarebbe ancora una volta un Paese fermo e lacerato, incapace di pensare al domani con lungimiranza, ma buono solo a sterili discettazioni ed a scontri politici.

Ferma restando la necessità di un sistema istituzionale “nuovo”, magari sul modello francese, l’unica possibilità che abbiamo nel breve termine è quella di pensare ad una legge elettorale che assolva alla necessità di stabilità politica, ma soprattutto che sappia anche rigenerare il rapporto tra il cittadino e le Istituzioni democratiche di questo Paese.

Personalmente ho pensato ad un modello di sintesi tra la vecchia legge Mattarella (“mattarellum”) e la legge elettorale francese (uninominale a doppio turno).

Il mattarellum, nel periodo in cui è stato in vigore, ha assicurato la formazione di maggioranze stabili e un buon rapporto tra il cittadino e il suo rappresentante: chiaramente la stabilità della maggioranza era data dalla presenza di due macro aree politiche, il risultato necessario di una tornata elettorale sarebbe stato la vittoria di una fazione, che sarebbe andata al governo, e la sconfitta di quel raggruppamento che sarebbe stato all’opposizione; inoltre chi andava a votare sceglieva quel nome che voleva fosse eletto e necessariamente il candidato, se designato, avrebbe dovuto curare il rapporto con il proprio collegio, per lo meno in vista delle elezioni successive.

Il mattarellum prevedeva la distribuzione del 75% dei seggi delle due camere con un sistema di collegi uninominali e del restante 25% in misura proporzionale: il territorio era quindi diviso in 475 collegi uninominali per la Camera e 232 per il Senato. Si trattava però un turno unico: il primo arrivato avrebbe ottenuto il seggio. Quel sistema permetteva ai partiti più grandi di vincere nei collegi e ai più piccoli di ottenere dei posti in Parlamento che potessero garantirne la presenza nelle istituzioni.

La mia proposta, che riprende di molto il mattarellum, prevede che i turni per i collegi uninominali siano due e al secondo accedano i candidati che al primo turno abbiano ottenuto almeno il 20% dei suffragi (in Francia la soglia di accesso è del 12,5%). La ratio del secondo turno è data dal fatto che a differenza di qualche anno fa, quando il mattarellum era in vigore, oggi le grandi aree politiche sono tre e non più due. Per di più queste stesse aree, quella di centro destra in particolare, sono fortemente frammentate e il rischio che un candidato con una percentuale del trenta ottenga il seggio non è un vantaggio per la democrazia: ancora una volta una minoranza si imporrebbe sulla maggioranza.

Chiaramente quella per la stabilità politica non può essere considerata l’unica buona battaglia, è bene infatti che anche i “piccoli” partiti riescano a rappresentare i propri elettori, senza che però ciò attribuisca loro un peso maggiore rispetto a quello effettivamente posseduto ed evitando ogni ulteriore frammentazione del quadro politico. Da qui la quota proporzionale del 25% per la cui distribuzione dei seggi proporzionali si potrebbe pensare alla creazione di una circoscrizione plurinominale per regione. Potrebbe essere prevista inoltre una soglia di accesso del 5%, con l’auspicio che i piccoli partiti si aggreghino per superarla.

Quella del 5%, sicuramente non è una soglia molto bassa, molti partiti rischierebbero di “restare fuori”, ma volendo fare un ragionamento profondamente politico, questa pare la sola capace di incentivare le aggregazioni tra i piccoli gruppi per contrastare l’eccessiva frammentazione che non fa sicuramente bene al Paese.

Un sistema di questo tipo, più di altri, sarebbe capace di produrre una maggioranza chiara dopo le elezioni, ma soprattutto rimetterebbe in moto il necessario processo di ricostruzione del rapporto tra politica e Paese: in contrapposizione ai politici “nominati” dai partiti, torneremmo ad avere una classe dirigente pienamente rappresentativa dei suoi elettori e premiata per il merito, avremmo finalmente una democrazia più matura.

 

 

 

 

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