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Idee / Lavoro e Welfare

Gli interventi che fanno crescere l’occupazione femminile. Quote di genere, ma non solo: il metodo delle distorsioni temporanee

(estratto dall’articolo “Le distorsioni che servono”, pubblicato nella rivista Aspenia, numero 75, 2016)

L’Italia, nel 2016, ha registrato un tasso di occupazione femminile nella fascia di età 20-64 pari al 50,6 per cento: fanno peggio solo la Grecia (46 per cento) e la Turchia (32,5 per cento). Al Sud, la situazione è ancora più preoccupante: solo il 31 per cento delle donne ha un lavoro (la percentuale scende al 7,6 per cento per le giovani donne). Negli ultimi dieci anni, la presenza femminile sul mercato del lavoro è aumentata, ma i nostri partner fanno molto meglio perché l’incremento del nostro tasso di occupazione pari al 2 per cento corrisponde ad un terzo di quello della media europea e ad un sesto di quello registrato in Germania. Peraltro, nonostante meno della metà delle italiane non abbia un lavoro, il tasso di fecondità è inferiore a quello della media dei paesi sviluppati - 1,4 contro 1,6 -, e in diminuzione (nel 2008 la media era dell’1,34), a dimostrazione che l’occupazione femminile non incide in senso negativo sulla natalità, semmai la favorisce.

Eppure, più donne occupate significa più crescita. Se il tasso di occupazione femminile italiano salisse al 60 per cento, il livello medio europeo, la ricchezza per abitante aumenterebbe di circa un punto percentuale l’anno: un contributo importante per un’economia come la nostra con una crescita metà della media europea.

Alla luce dei suddetti dati, si potrebbe concludere che fino ad ora i provvedimenti di politica economica volti a favorire l’occupazione femminile non siano stati molto efficaci. In realtà, ci sarebbe una misura che, sebbene in un segmento ristretto del mercato del lavoro, ha funzionato ed è quella sulle quote di genere (in vigore dall’agosto 2011). Il numero di donne presenti nei consigli di amministrazione è salito dal 5 per cento del 2007 al 27 per cento del 2015, posizionando l’Italia in testa alle classifiche: solo la Francia e alcuni paesi del Nord, come la Finlandia e la Svezia, fanno meglio. La legge ha una natura temporanea perché l’obiettivo da raggiungere è quello di non averne più bisogno una volta trascorsi i dieci anni della sua durata.

In definitiva, l’unico modo per sanare una situazione “molto distorta”, come quella dei consigli di amministrazione italiani composti prevalentemente da uomini, è stato quello di introdurre una “distorsione” - ma di segno opposto -, come le quote di genere. Per incrementare l’occupazione femminile in senso lato, e non solo nei Consigli di amministrazione, il metodo della “distorsione temporanea” andrebbe, pertanto, replicato. Gli ambiti dove intervenire perché la situazione di partenza è fortemente sbilanciata a sfavore delle donne sono molteplici.

La prima distorsione potrebbe essere quella dei cosiddetti “Mini-jobs, quei contratti molto utilizzati in Germania in cui si lavora 15-20 ore settimanali per un salario base di 450 euro (ferie, malattie e maternità sono pagate a parte, così come la previdenza sociale è a carico del datore di lavoro che paga il 15 per cento al fondo pensione e il 13 per cento per le malattie). I Mini-jobs furono introdotti nel 2003 dall’allora Cancelliere Schröder soprattutto per facilitare l’entrata nel mondo del lavoro delle donne. Oggi, su un esercito di oltre 7 milioni di “mini-jobbers”, due terzi sono donne, impegnate per lo più nell’assistenza domestica, nella ristorazione, nel turismo, ma anche nelle piccole e medie imprese che necessitano di mano d’opera per un periodo di tempo limitato. Anche grazie a questo tipo di contratti, il tasso di occupazione femminile in Germania è cresciuto nell’ultimo decennio di oltre dieci punti: dal 59,2 per cento del 2004 al 69,5 per cento del 2014. Per molte tedesche, in particolare quelle prive di una formazione professionale, queste tipologie contrattuali sono state “l’unica alternativa possibile” al lavoro in nero, alla disoccupazione o all’inattività. Per un paese come l’Italia, che ha un tasso di inattività femminile quasi doppio di quello maschile (45,6 per cento contro 25,9 per cento, con picchi del 60 per cento al Sud), i Mini-Jobs possono, pertanto, rappresentare una chiave di accesso al mercato del lavoro.

La seconda possibile distorsione a cui far ricorso per aumentare il tasso di partecipazione femminile è quella della tassazione differenziata per genere. L’evidenza empirica mostra che l’elasticità dell’offerta di lavoro femminile - soprattutto quella delle fasce meno abbienti - sia maggiore di quella maschile. A fronte di un incremento della retribuzione, derivante da una tassazione minore, le donne tendono a lavorare più degli uomini. Ciò darebbe luogo anche ad una migliore distribuzione tra l’uomo e la donna delle mansioni da svolgere in ambito familiare. Oggi, l’ottanta per cento del lavoro familiare è a carico delle donne. In una situazione cosi “distorta”, introdurre una “distorsione” come la tassazione differenziata può rappresentare una strategia efficace. La distorsione che si verrebbe a creare sarebbe, peraltro, temporanea: una volta raggiunto l’obiettivo anche dal punto di vista culturale, le aliquote potrebbero ritornare ad essere allineate.

La terza distorsione da introdurre potrebbe essere nel campo della formazione attraverso tasse universitarie differenziate per genere per incentivare i percorsi universitari STEM (acronimo per technology, engineering and mathematics) alle donne. In Italia solo un terzo” dei laureati in ingegneria, nelle discipline del settore manifatturiero e della costruzione è di sesso femminile. Eppure, queste facoltà garantiscono sbocchi professionali (la disoccupazione per i laureati STEM è inferiore al 2 per cento) e guadagni maggiori del 33 per cento. Parte della responsabilità di queste scelte è da ricercare all’interno della famiglia. Un’analisi dei dati PISA effettuata dall’Ocse, rivela che i genitori italiani sono due volte più propensi a indirizzare i figli maschi verso una carriera STEM, nonostante le figlie femmine abbiano conseguito risultati scolastici nelle materie scientifiche migliori. Una distorsione potrebbe velocizzare il processo di cambiamento culturale.

Infine, l’occupazione femminile potrebbe essere promossa anche attraverso un cambiamento della comunicazione sul tema della maternità. Nell’ultimo decennio, le donne che hanno perso il lavoro dopo la maternità sono aumentate del 40 per cento. Inoltre, in base ai dati Ocse, l’Italia registra il tasso di occupazione minore tra le donne con almeno due figli. Per sanare questa situazione, si potrebbe introdurre una distorsione dal punto di vista della comunicazione, presentando la maternità non più come un “ostacolo” al lavoro bensì come un “vantaggio” da sfruttare. Studi recenti dimostrano, infatti, che l’esperienza della nascita e della cura dei figli consente di acquisire - e di mettere in atto - una serie di capacità, come la flessibilità, la creatività ma anche l’essere multitasking e buon motivatore, determinanti nella vita lavorativa. E’ chiaro che far passare il messaggio che essere madre corrisponde ad avere maggiori capacità professionali rischia di discriminare le donne che non lo sono. E, tuttavia, sarebbe una “distorsione” - se temporanea - utile per attuare un cambio di paradigma che stenta a affermarsi.

Che le distorsioni siano necessarie lo dimostrano anche recenti esperimenti effettuati negli Stati Uniti. Per incrementare la scelta di direttori d’orchestra donna, l’unico modo è stato quello di organizzare selezioni al buio, ossia con la tenda del palcoscenico chiusa. Questa potrebbe essere una quinta distorsione, sempre temporanea. In conclusione, le distorsioni sono utili perché contribuiscono a velocizzare il processo di cambiamento. E, pertanto, andrebbero accolte con favore. Ciò richiede, tuttavia, dal parte del legislatore un certo coraggio e, soprattutto, una visione di lungo periodo.

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