Responsive Ad Area

Condividi

Economia e Fisco / Lavoro e Welfare

Per il lavoro non servono incentivi, ma decisioni

L’Italia il Paese degli incentivi.

Ve ne sono di tutti i generi: crediti d’imposta per la cultura, incentivi per l’assunzione delle categorie svantaggiate, decontribuzione per il lavoro dei giovani residenti nel Mezzogiorno, sgravi che le imprese che esportano etc… Si tratta di misure talmente numerose, seppure di esiguo importo, da sfuggire ad ogni tentativo di censimento che pure le amministrazioni pubbliche, invero senza troppo impegno, hanno provato negli anni. Giocoforza, in pochi sono informati di questa miriade di micro-opportunità che, tra l’altro, anche quando conosciute, spesso risultano burocraticamente inaccessibili. Non a caso, Confindustria, almeno una volta all’anno, chiede al Governo di sacrificare questa “coriandolizzazione” degli aiuti economici per finanziare con il ricavato qualche intervento strutturale finalizzato alla diminuzione della tassazione sui redditi e i profitti di impresa o al decremento del costo del lavoro.

La disorganizzazione di tutti questi incentivi e, di conseguenza, la loro sostanziale inefficacia non è l’unica ragione per la quale Stato, Regioni e Comuni dovrebbero intervenire. Vi è anche una seconda considerazione, culturalmente più profonda.

La natura delle sfide che attendono il nostro Paese e, ancor più, delle problematiche che lo zavorrano affonda le sue radici nella profondità del nostro sistema di regole e del funzionamento della macchina amministrativa. Si prenda ad esempio il mercato del lavoro. I dati comunicati mensilmente dall’ISTAT certificano la cronicità dei malanni che affliggono l’occupazione italiana: elevata disoccupazione giovanile, alti tassi di inattività, risicato numero di donne che lavorano. Sono nodi che la crisi economica ha contribuito a stringere, ma che non ha creato.

Come si può pretendere di risolvere questa situazione a colpi di incentivi che durano il soffio di una legge di Stabilità o di una “manovrina”?

Il bilancio italiano certamente non permette grandi manovre. Eppure la politica, se vuole conseguire qualche risultato effettivamente incidente sulla vita quotidiana dei 3 milioni disoccupati e dei 13 milioni e mezzo di inattivi che ogni giorno si svegliano senza un lavoro, deve trovare il coraggio di operare tagli strutturali al costo del lavoro.

Attenzione però: non intervenendo, come in diversi propongono all’interno della maggioranza di Governo, con una mera operazione di diminuzione dei contributi che finanzieranno la (limitata) pensione futura dei lavoratori. Si può procedere in questo senso solo a patto di ricercare una connessione tra contributi versati e servizi goduti e, soprattutto, previo un serio intervento su quella parte di cuneo fiscale che è direttamente trattenuta dallo Stato e alla quale il Fisco deve rinunciare se vuole incentivare occupazione realmente stabile nel tempo ed evitare, ancora una volta, di gonfiare una bolla come quella che si è creata ed è scoppiata nell’arco dei dodici mesi dell’anno 2015.

 

@EMassagli
Emmanuele Massagli

Condividi

Scrivi un commento

Diventa il primo a commentare!!

wpDiscuz

Password dimenticata

Registrati