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Idee / Programma / Riforme istituzionali

La responsabilità politica in democrazia

In questi ultimi quindici anni l’Italia ha registrato un calo del prodotto interno lordo (Pil) peggiore di tutta l’Europa. Il debito pubblico oggi supera di gran lunga il Pil del Paese con circa 70 miliardi di interessi all’anno pagati dal Tesoro, carico che vanifica tutti gli sforzi dei cittadini sul fronte delle spese e delle entrate.
Di chi è la responsabilità? O meglio: quanti leader politici si sono presi la responsabilità di questi pessimi risultati? Molti governi si sono succeduti, ma nessun Presidente del Consiglio o ministro si è preso la responsabilità di fronte al Parlamento e meno che meno di fronte agli italiani di questo disastro. Tra tutti coloro che occupano posti di dirigenza nella burocrazia, sanità, finanza e giustizia nessuno ha riconosciuto pubblicamente di aver sbagliato. Eppure qualcuno avrà fatto degli errori, per lo meno di previsione o di esecuzione.

Riconoscersi responsabili per non aver raggiunto i risultati promessi in campagna elettorale oppure nel programma di insediamento del governo dovrebbe essere il primo atto dovuto in democrazia. Dare le dimissioni per non aver saputo o potuto realizzare una promessa è prima ancora che un gesto morale, un atto politico importante, psicologicamente perché riporta la fiducia degli elettori verso quel leader politico o alto funzionario, politicamente in quanto rafforza la credibilità nel sistema democratico. La responsabilità viene fatta ricadere su altri in una catena infinita di passaggi che portano sempre più di frequente all’intervento della magistratura, il cui operato del resto deve o dovrebbe rimanere nei confini del potere giudiziario. Non a caso i vuoti della politica sono spesso colmati dall’intervento della magistratura. Le recenti vicende della legge elettorale ne sono un chiaro esempio.

Questo continuo scarico di responsabilità alimenta nel Paese il malcontento e la rabbia dei cittadini, che come contribuenti sempre più tassati vedono vanificati i loro sforzi e al contempo impuniti i “responsabili”. Il successo dei movimenti anti-sistema e del populismo hanno qui le loro radici insieme ai molti atti di incompetenza ed inefficienza di politici e burocrati.
In effetti la complessità dei meccanismi della gestione del potere e del funzionamento dello Stato rendono oggi il sistema democratico, in Italia e non solo, molto opaco e ciò favorisce la deresponsabilizzazione. I complessi meccanismi burocratici e legislativi risultano illeggibili e incomprensibili all’opinione pubblica e alla società in generale.
Ma l’accesso attraverso internet a molte informazioni sino a ieri inaccessibili ai più rendono i cittadini più vigili e l’utilizzo sempre più esteso dei social fanno da cassa di risonanza al malcontento alimentandolo.

É arrivato il momento in cui agli italiani bisogna dire la verità con tutte le conseguenze che questo gesto comporta. É un atto dovuto da parte di tutta la classe politica, dei parlamentari, dei governanti, dei dirigenti di partito.
La responsabilità nell’ambito politico è a ben vedere una sorta di contropartita dell’esercizio di una autorità, compensa il vuoto che si stabilisce tra il delegare mediante il voto e il mantenimento di un obbligo. Proprio perché il potere in democrazia rappresentativa deriva immediatamente dall’elezione, il suo esercizio non può essere arbitrario (= assoluto, ossia sciolto da ogni legame con il suddito) ma deve essere legato a meccanismi di controllo di validità permanenti. In questo modo la responsabilità ridà potere all’elettore e sottomette l’eletto a forme di controllo. Questo è lo spirito della democrazia, direi la sua essenza. Se recidiamo il rapporto tra elettori ed eletti assistiamo ad una degenerazione del sistema democratico sia per quanto riguarda il suo funzionamento che per quanto riguarda la fiducia dei cittadini.

Per non assistere impotenti all’agonia della democrazia, colpita nel suo principio essenziale e vitale, la rappresentanza, occorre ripensare e reintrodurre il criterio della responsabilità del politico e dell’alto funzionario non solo di fronte al Parlamento ma a tutti gli elettori.
Per tradizione e cultura il mondo anglosassone mediante la pratica dell’impeachement (atto di accusa contro il governo) ha mantenuto viva la vigilanza del legislativo sull’esecutivo obbligando i governanti a dare le dimissioni se responsabili di atti gravi contro la sovranità del popolo o il bene pubblico. In altri Paesi dell’Europa continentale per evitare l’instabilità come conseguenza di un governo dimissionario è stata introdotta in Costituzione la cosiddetta “sfiducia costruttiva” come meccanismo di stabilità.

In Italia l’articolo 67 della Costituzione, impedendo il vincolo di mandato, riconosce come unico vincolo dell’eletto con gli elettori la responsabilità politica e l’art. 68 introducendo l’immunità parlamentare garantisce all’eletto la massima indipendenza di fronte a qualsiasi pressione che porti a una eventuale cooptazione. In ogni caso la nostra Costituzione non esclude la responsabilità politica di fronte al Parlamento, assai di rado esercitata.
Occorrerebbe certamente rafforzare il testo costituente per rendere più cogente questa azione di controllo. Stefano Parisi ha presentato una proposta di legge, sostenuta lo scorso marzo da 24 diversi parlamentari centristi proprio al fine di inserire in Costituzione un solo comma aggiuntivo all’art. 88 nel quale si stabilisce che, in caso di dimissioni del governo o qualora il parlamento esprima voto di fiducia contrario a quest’ultimo, il Presidente della Repubblica deve sciogliere le Camere solo se, entro 10 giorni dalle dimissioni o dal voto, non diano la fiducia ad un nuovo esecutivo. In questo modo un governo dimissionario o un governo che perde la maggioranza parlamentare, può continuare a rimanere in carica nel caso in cui le forze politiche non riescono a formarne uno nuovo.

Data la complessità del sistema sempre più opaco, occorrerebbe semplificare e decentrare molte delle complesse procedure istituzionali, amministrative e fiscali. Uno stato più leggero e più vicino al cittadino, un fisco più rapido ed efficace, una pubblica amministrazione più trasparente ed efficiente renderebbero un grande servizio non solo ai bisogni dei cittadini ma a tutto il sistema democratico. E costringerebbe la classe politica ad una maggiore trasparenza, competenza ed aderenza alla realtà. Ne avrebbe un grande vantaggio anche la politica in generale.

É quanto propone Stefano Parisi che nell’illustrare il programma di governo del movimento Energie PER l’Italia, il primo aprile scorso a Roma, ha insistito sulla necessità di riformare la pubblica amministrazione e il sistema fiscale per ricostruire uno Stato semplificato ed efficiente, “amico dei cittadini” e per riportare fiducia e qualità nella politica. Semplificazione e trasparenza favorirebbero la vigilanza ed il controllo del Parlamento e dei cittadini sull’operato del governo e della classe dirigente e costringerebbero eletti e funzionari a prendersi la responsabilità delle proprie azioni, preoccupandosi più del funzionamento delle istituzioni e della legittimità della democrazia che della loro carriera.

 

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Foto del profilo di Susanna Creperio Verratti
Politologa e saggista

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