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Idee

La libertà della persona: come il liberalismo può diventare popolare

Se da un lato le libertà degli individui ‘positive’ (di fare) e ‘negative’ (di non avere interferenze nel fare) costituiscono, nei limiti della legge, il caposaldo di una società liberale – che nella Costituzione americana di John D. Rockfeller trovano piena sintesi nella realizzazione dell’individuo attraverso la soddisfazione dei suoi bisogni e desideri e nella cosiddetta ‘pursuit of happiness’ – ritengo che una politica liberale e popolare debba rispondere a bisogni ben più alti, importanti e concreti per ognuno di noi.

Credo che sia la libertà di ognuno di noi, cattolico per chi lo è, di scegliere di essere attore politico e di scegliere come cambiare in meglio una società e uno Stato che purtroppo non sono più in grado di rispondere ai bisogni economici (4.7 milioni di poveri in Italia) e di realizzazione delle persone: da un lato, di giovani che hanno studiato in maniera qualificata e che diventano migranti per necessità (200 mila all’anno) oppure di anziani che hanno lavorato una vita intera e hanno il sacrosanto diritto di non vedere tradito il patto sociale e di avere una vecchiaia serena.

Le cause della crisi economica e di valori che stiamo vivendo sono molteplici: c’è chi le individua in un eccesso di statalismo negli anni Settanta, ovvero in una presenza eccessiva del settore pubblico nell’economia; chi nelle privatizzazioni tardive o mal realizzate di alcuni settori cardine dell’economia; chi, infine, nel pensare che lo Stato dovesse occuparsi comunque di tutto, con evidenti effetti su deficit, debito e quindi tasse come lascito per le future generazioni.

L’imposizione fiscale sul Pil è salita al 43.3% (circa +20% rispetto agli anni Sessanta del boom economico), poiché per continuare a crescere ci si è affidati alla spesa e al debito pubblico, che è di fatti esploso a partire dagli anni Ottanta, quando è finito il QE della Banca d’Italia che ha divorziato dal Tesoro e quindi i tassi reali sono tornati ad essere positivi e alti (le cosiddette politiche disinflattive) e la crescita del Paese decisamente più bassa; proprio perché sostenuta da capitali statali e non privati, che necessitavano quindi di minori rendimenti. Nonostante questo, la crescita ora c’è e la PMI continua ad esportare con successo e a trainare la nostra economia nei mercati globali.

Per quanto riguarda noi come cittadini (citoyen e non sudditi), non possiamo certamente trovare nel disimpegno o nella delega tout-court ad altri il diritto-dovere di rappresentarci; sarebbe troppo comodo e non ne controlleremmo comunque l’efficacia dei risultati. La metà degli aventi diritto non vota più, essenzialmente perché ha sfiducia oppure perché non trova una offerta politica adeguata a soddisfare i suoi bisogni e desideri e all’altezza delle sfide (perché devo votare uno che tutto sommato non è tanto meglio di me e mi deve pure rappresentare nel contesto internazionale?)

Se da un lato Gaber cantava ‘la libertà non è star sopra a un albero…ma è partecipazione’, dall’altro De Andrè la libertà la vedeva’ dormire nei campi coltivati a cielo e denaro, a cielo ed amore, protetta da un filo spinato’.
Credo che per cambiare e cambiare in meglio sia dunque necessario essere inclusivi, partecipativi, ma con una chiara visione strategica del Paese tra cinque anni in Europa e nei mercati globali, in modo che, chiunque vinca e abbia l’onore e onere di governare il Paese, lo faccia con senso di responsabilità avendo dal primo giorno chiari gli interventi migliorativi da realizzare.

A cura di Stefano Simonelli

 

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1 Commento su "La libertà della persona: come il liberalismo può diventare popolare"

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Si condivido pienamente le idee di questo magnifico movimento. Ma ricordiamoci che il futuro si costruisce programmando uno sviluppo sui giovani e non sull’aumento dell’età pensionabile che, al contrario, può risolvere solo parzialmente i problemi di oggi ma certamente non quellu di domani,
e oggettivamente conduce inesorabilmente, ad una via chiusa per lo sviluppo sociale ed economico del nostro Paese. Senza uno sviluppo basato sui giovani l’Italia fallirà.
Domenico Savio Brambilla

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