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Giustizia

La deriva della giustizia civile

a cura dell'Avv. Filippo Germinetti

Nel settore civile i temi sovrastanti degli ultimi anni sono quelli dei “meccanismi deflattivi” e della “degiurisdizionalizzazione”. Deflazionare in concreto ha significato restrizioni e scarichi. Chiariamo: a) Per ridurre contenzioso ed arretrati, si son cercate soluzioni per dissuadere i cittadini dal rivolgersi alla Magistratura. In questa direzione prima di tutto vi è stata un’elevazione dei costi di accesso ai procedimenti. Per altro aspetto si è registrato un sempre maggiore accesso al gratuito patrocinio da parte di coloro i quali attestano un reddito inferiore agli attuali € 11.11.528,41. Nel qual caso al meno abbiente viene attribuito un difensore che sarà pagato dallo Stato. E se la causa verrà persa si procederà ad oltranza perché comunque “paga Pantalone”; b) sono stati inseriti “filtri” che consentono ai giudici delle impugnazioni di dichiararle inammissibili senza entrare nel merito; c) si sono affidate sempre maggiori competenze alla magistratura onoraria, allo scopo di ridurre il carico sul ruolo dei giudici togati. Un tempo – in sede civile ed in primo grado – le decisioni sulle cause civili cd. minori erano affidate ai Giudici conciliatori onorari presso ciascun Comune. Un sistema che funzionava molto bene e che fu smantellato. Furono introdotte le figure onorarie dei GOT e dei Giudici di Pace, pagati a cottimo. Oggi come oggi abbiamo circa 5000 magistrati onorari, rispetto a circa 8500 magistrati di carriera. Tutti sono stati “centralizzati”, eliminando sedi che funzionavano molto bene per risparmi pressoché inesistenti con un impatto pesante sui cittadini. Intendiamoci, con i due fenomeni dai nomi orribili che stiamo considerando gli interventi di chiusura di sedi giudiziarie ha poco a che fare; è stata prima di tutto un’operazione velleitaria di natura economica, senza risultati apprezzabili. Perché un Tribunale non è un Ospedale che comunque necessita di attrezzature e macchinari costosi. Sta di fatto che anche così facendo il servizio giustizia si è allontanato dai cittadini.

La degiurisdizionalizzazione, che va a braccetto con la deflazione, è consistita non tanto nel sostegno alla “giustizia privata” degli arbitrati ( l’arbitrato è un istituto di minimo peso poiché lasciato agli accordi tra le parti che non vogliono “andare in Tribunale”; quindi vi accede una elite cui interessa non far sapere i fatti propri e che si può permettere di pagare i giudici privati), quanto nell’imporre la negoziazione assistita e la mediazione preventive. La barriera – imposta per cause di un certo valore e per certe materie – ha questa ragion d’essere: per numerose materie e per certi importi nessuno può “far causa” senza prima esser passato attraverso la negoziazione assistita ( che necessariamente comporta l’assistenza di un legale per parte) o attraverso la mediazione, che necessariamente comporta non solo l’assistenza legale, ma anche il pagamento di notevoli costi. Si ipotizzi che la controversia riguardi un immobile del valore di 100.000 euro: dopo una sorta di “fee d’ingresso” di 48,80 euro per tutti, il procedimento prevede pagamenti a ripetizione per poter “entrare nel merito” (pagamenti imposti per le materie obbligatorie) e tentare la conciliazione. Ogni parte si troverà a dover sborsare almeno 600/700 euro a testa per arrivare al termine del percorso; pagando ciascuna il proprio legale, ovvio. Gestisce la mediazione un ente autorizzato che incassa, mediatori che incassano dopo aver pagato a loro volta i corsi necessari per l’abilitazione. Un mondo di costi, in ultima analisi a carico del cittadino. Ma questo sistema funziona? Le mediazioni, che già non funzionavano nelle controversie di lavoro, ci lascia questi dati: grosso modo per 140.000 procedimenti all’anno i risultati positivi si attestano al 10,1 % nel 2015 ed all’11,2 % nel 2016. Il 90% finisce senza accordi e si passa alla decisione del Giudice.

Morale: in Tribunale non si entra senza aver prima speso tempo e denaro, poi altro se ne spende per quel servizio giustizia che altro non è se non la gestione di un procedimento secondo le regole, allo scopo di fornire alle parti quello strumento risolutivo della loro controversia che il provvedimento. I giudici esistono per questi scopi, non per altri.

Si sostiene che bisogna contrastare la causidicità degli italiani. Ma questa non è una risposta convincente e soddisfacente. E’ innegabile che: a) le difficoltà interpretative sono tali e tante da richiedere l’intervento della Magistratura; b) esista una preoccupante e diffusa propensione a violare le norme; c) i debitori siano più tutelati dei creditori; d) i tempi di risposta della magistratura siano tanto prevedibilmente lunghi quanto inutilmente dati; e) non siano stati posti per tempo freni alla impressionante moltiplicazione del numero degli avvocati; un fenomeno tanto più rilevante se consideriamo che l’eccessiva quantità di professionisti va sempre a detrimento della qualità.
Resta il fatto che gli italiani non sono per loro natura diversi dagli altri, sono solo in condizioni diverse.
Si sostiene addirittura che bisognerebbe porre limiti ai gradi del giudizio, che sono tre possibili nel mondo civile e nel mondo penale. Come noto due gradi di merito ed un grado di legittimità. Un sistema di grande civiltà, strutturato armonicamente da grandi giuristi che si occupavano di giustizia, non di economia, di far favori a chicchessia o di altre impertinenze. Questo sistema rischia di essere minato alla radice ed occorre grande attenzione al vulnus che ne deriverebbe non solo ai cittadini che pagano imposte e tasse anche per avere un servizio giustizia che funzioni, ma anche alle imprese che confidano nella ragionevole riscossione dei loro crediti, infine a tutti coloro che hanno diritto ad ottenere una giustizia riparatoria.

Il nostro sistema non funziona, al punto da farci constatare ogni giorno come ogni sentenza tardiva sia di per sé una sentenza ingiusta. Sia detto senza troppo generalizzare: in Italia mediamente si giunge alla conclusione di un procedimento in un tempo triplo rispetto agli altri paesi europei, scoraggiando privati ed imprese. Questo triplo, va detto, richiama il “pollo di Trilussa” se non precisiamo che i dati sono molto diversi tra le aree; soprattutto esiste un divario profondo tra nord e sud. Un’ultima annotazione va fatta – con obiettivo apprezzamento – circa l’introduzione del processo telematico, che per molti aspetti consente di velocizzare le attività di avvocati, cancellerie e magistrati.

Concludiamo nel solco della linea del pensiero semplice sin qui sviluppato, ponendo la questione: queste linee di comportamento sono accettabili per un paese che dovrebbe e potrebbe tornare ad essere un esempio di civiltà?
Il “servizio giustizia” non è solo uno dei tanti servizi resi dallo Stato ai cittadini, ma è un servizio di fondamentale importanza al pari dell’educazione e della sanità. Nel renderlo è lo Stato che deve esser capace di fare la sua parte, di dimostrarsi responsabile di fronte alla domanda di giustizia. Non sono i cittadini a doversi adeguare alle poche disponibilità dello Stato. Ecco perché dobbiamo ritenere che ci si stia muovendo nella direzione sbagliata.
Occorre investire, adeguare le risorse, organizzare il lavoro.... a prescindere dal consenso elettorale che deriva dal rendere funzionali ed efficienti Tribunali, Ospedali e scuole.
Il futuro della giustizia italiana dipende dal senso di responsabilità dello Stato, non dalla contenzione degli italiani.

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1 Commento su "La deriva della giustizia civile"

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Carlo Valeriani
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Tutto molto ben detto e condivisibile.
Aggiungerei la necessità di ridare efficacia alla fase esecutiva, cioè quella che deve garantire concreta attuazione alla decisione del giudice. Per evitare di ottenere, dopo anni di attesa e di costi, un pezzo di carta sostanzialmente inutile, beffa nella beffa.
Carlo Valeriani (avvocato)

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