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«Io, palermitano adottato da Milano», Manfredi Palmeri racconta il suo 1992

Fa parte del Consiglio comunale dal 2001, da due mesi siede pure nel Consiglio regionale. Manfredi Palmeri è ormai un uomo delle istituzioni milanesi, molto legato alla città al punto che è stato anche candidato sindaco. La sua origine, però, è palermitana, dove ha vissuto tutta l’infanzia, conservando ricordi vivissimi della tragica stagione in cui si compirono i più efferati delitti di mafia.

Dove si trovava il 23 maggio del 1992, il giorno della strage di Capaci?
«Ero a casa, a Palermo, con mio padre. Ricordo che appresi dell’attentato e che seguì poi gli aggiornamenti dal televideo, era un sabato pomeriggio».

Che età aveva?
«Avevo 18 anni. C’era appena stato a marzo un altro omicidio, quello di Salvo Lima».

Quale fu la prima reazione?
«Fui ammutolito di fronte ad un così cinico e barbaro attentato. Mi accorsi che le dinamiche stavolta erano più complesse rispetto a quelle di altri omicidi: lo dico con rispetto di tutte le persone che sono state barbaramente uccise dalla mafia».

Era una percezione comune?
«Sì, si aveva l’impressione che ci fosse una scala diversa in questo atto criminale».

Due giorni dopo si tennero i funerali in un clima di grande tensione.
«Io ero andato in chiesa anche perché avevo un motivo specifico: tra le vittime c’era Vito Schifani, uomo della scorta di Falcone, che conoscevo benissimo perché praticava atletica leggera assieme a me».

Due mesi dopo, il 19 luglio la strage di via D’Amelio in cui perse la vita Borsellino. Quali sono i suoi ricordi?
«Via D’Amelio non è molto distante da dove abitavo, avevo sentito il botto, ricordo che a causa dell’esplosione tremarono i vetri di casa, solo dopo apprendemmo della strage».

Fu un’estate drammatica.
«Sì, ma al contempo si sentì subito una reazione, ciascuno si sentiva colpito, ci fu una identificazione maggiore con ciò che doveva essere lo Stato, soprattutto montò la percezione che quello non poteva essere lo Stato».

Milano da tre anni sta manifestando una grande sensibilità verso ciò accadde in quel periodo. Cosa ne pensa?
«Credo che l’esempio di Milano sia emblematico: intitolare i giardini di via Benedetto Marcello, iniziativa di cui sono stato un convinto sostenitore, dimostra la grande partecipazione che c’è stata a livello di studenti, di cittadini: non è stato il Comune che lo ha deciso, è stata la presa d’atto che tanti la ritenevano una decisione idonea».

Cosa è cambiato dal ’92?
«È aumentato il livello di coscienza e di conoscenza, si sono resi evidenti tutti quegli aspetti negativi della mafia che prima riuscivano a fare breccia in un corpo civile privo di anticorpi culturali: esisteva una forte pervasività della mafia poiché non si percepiva la sua negatività, oggi le cose sono decisamente cambiate».

Fu l’anno decisivo nella lotta alla mafia?
«È stato uno spartiacque che tra l’altro ha coinciso con il compimento della mia maggiore età. È nata una nuova era, una nuova consapevolezza, noi ci rendemmo conto che eravamo di fronte a grandi cambiamenti».

Quale fu il cambiamento più importante?
«Chiedevamo uno Stato attrezzato per combattere la mafia, uno Stato che non lasciasse soli i cittadini ma ci rendemmo conto che questo non bastava, bisognava cambiare il sentire mafioso, quello che per varie ragioni a molti faceva accettare questo fenomeno. Bisognava partire da ciò che aveva detto Falcone: cosa posso fare io? Il compimento del mio dovere».

Pubblicato originariamente su: http://www.mitomorrow.it/2018/05/22/palermo-chiama-italia/

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