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Intervista a tutto campo: il Paese (e la politica) che vogliamo!

Ecco lo straordinario intervento a tutto campo di Stefano Parisi nel forum a Il Tempo

«Nel mio centrodestra non c'è posto per i poltronisti»

Stefano Parisi, leader di Energie per l'Italia, crede possa esistere un nuovo centrodestra? E, se sì, quale potrebbe essere il suo contributo? «Il centrodestra può rinascere solo se ricostruisce il rapporto col suo popolo. In questi anni sono stati persi più di dieci milioni di voti. La gran parte di questi si è rifugiata nel MoVimento 5 Stelle, che è il lascito principale di vent'anni di maggioritario. Si è dato spazio a un partito che interpreta solamente la rabbia, e lo si è fatto perché è mancata la politica. Allora la prima sfida diventa proprio quella di ricostruire la politica».

Come si traduce in concreto questa formula? «Bisogna ricominciare ad ascoltare la società, una capacità che purtroppo il centrodestra ha perso. Il secondo passo è quello di riscoprire i nostri valori fondanti. Penso alla famiglia, alla difesa delle identità nazionali, alle radici giudaico-cristiane, al sentimento del dovere e non soltanto del diritto nei confronti della società. Questi valori devono essere i pilastri che orienteranno le nostre ricette, che vanno assolutamente aggiornate, poiché quelle attuali non stanno funzionando».

Ci faccia degli esempi. «Basti pensare al problema della sicurezza o al dramma dellapovertà. Finorasi sono prodotti solo slogan, invece c'è bisogno di programmi concreti. Le nostre idee sono da sempre le stesse della maggioranza degli italiani, dobbiamo ricominciare a rappresentarli. Altrimenti non si fideranno più di noi».

Per far questo Berlusconi non basta più? «Berlusconi ha ancora un consenso popolare forte. Il problema principale di Forza Italia è stato però l'incapacità di rinnovarsi. Un partito che non si rinnova, che non riesce a ricostruire una nuova classe dirigente o a elaborare nuove ricette per il Paese è un partito destinato all'oblio».

Il rinnovamento era proprio il compito che le aveva affidato il Cavaliere. Cos'è che poi non ha funzionato? «Lui credeva molto nel progetto di Energie per l'Italia, un movimento esterno a Forza Italia che portasse al rinnovamento completo di quell'offerta politica». (...) Poi però ha avuto molte resistenze e posso capire che alla sua età non abbia avuto voglia di mettersi a fare la guerra al mondo. Così, quando un giorno ho letto sui giornali che non andavo più bene per il suo progetto, ho cominciato a lavorare il doppio, a luci spente. Il riscontro sul territorio è stato enorme. E mi ha confermato che il rapporto diretto con l'elettorato è molto più importante di quello mediatico».

E' preoccupato perla soglia di sbarramento al 5%? «No. Anzi, la trovo giusta. Il problema della legge elettorale, semmai, è che i quattro grandi partiti stanno cercando di tarpare le ali ai movimenti nuovi. Perché stanno ipotizzando un numero di firme per presentare le liste enorme, così come stanno limitando la libertà di scelta dell'elettore vietando il voto disgiunto. Se ci fosse un antitrust della politica sarebbe una situazione da denuncia. Detto questo, riusciremo sia a raccogliere le firme che a superare il 5%».

Ma il ritorno anticipato alle urne non rischia di interrompere il vostro processo di radicamento? «No, il tempo non sarà un problema. Mi permetto di sottolineare però che votare d'estate, magari raccogliendo le firme ad agosto, sarebbe ridicolo. E che trovo gravissimo che si corra alle urne solo per evitare al Pd di Renzi una legge di Stabilità che peserà per una ventina di miliardi esclusivamente per le varie correzioni».

E perché il centrodestra fa questo regalo all'ex premier? «Perché sono spaventati dai Cinquestelle. Non vogliono che Renzi si indebolisca troppo. Così facendo, però, dimostrano di aver rinunciato a essere loro la prima alternativa al Pd e a Grillo. Questo determinerà una situazione finanziaria critica da affrontare senza un governo stabile. Con il nostro sistema bancario che rischierà di saltare e i tassi di interesse che schizzeranno in alto. Alla fine a Palazzo Chigi potremmo ritrovarci non Renzi o Grillo, bensì la Troika».

Come evitare questo scenario? «Mettendo in sicurezza i conti del Paese prima di andare a votare. E poi, anche a ottobre se si vuole, si possono tenere le Politiche».

Per un moderato come lei è peggio il Matteo del Pd o quello della Lega? «Sicuramente Renzi. Le sue malefatte sono innumerevoli. Il nostro Paese è l'unico che non cresce in Europa. Ha messo gli 80 euro nelle tasche di chi aveva già un lavoro invece di utilizzare quei fondi per fare investimenti strutturali. Ha peggiorato il mix di spesa pubblica, aumentando quella corrente e azzerando quella per gli investimenti. Ha devastato il Paese dal punto di vista istituzionale lasciandoci in pratica senza legge elettorale e oggi è talmente ossessionato dalla voglia di tomare a Palazzo Chigi da provare a piegare nuovamente le nostre istituzioni alle sue ambizioni».

Anche con il Matteo leghista è però difficile immaginarla al governo... «Salvini è davanti a un bivio. In Europa il lepenismo non funziona. L'Italia fuori dall'Europa vedrebbe molto accentuati quei problemi che lui denuncia l'immigrazione, la povertà, il terrorismo.Allora il leader della Lega deve decidere se consegnarsi a un'opposizione improduttiva per i prossimi cinque anni o tornare nella partita con un centrodestra di governo. Per fortuna noto che sta già smussando alcune posizioni improponibili: ha capito che urlare e andare a dormire nei centri accoglienza nei prossimi cinque anni non è la migliore soluzione per il suo futuro politico. In caso contrario ci consegnerebbe a un accordo Renzi-Berlusconi che sarebbe disastroso per il Paese».

II corpo elettorale oggi sembra dividersi tra establishment (Pd e Forza Italia) e anti-establishment (Grillo e populisti). C'è uno spazio tra questi due poli? Come intende aggredirlo? «Lo spazio è enorme. Basti pensare a Milano, dove si sono confrontare due proposte di citta molto alternative tra loro - la mia e quella di Sala - ma entrambe di qualità. In quel caso i Cinquestelle si sono fermati al 10%. La stessa cosa può avvenire in tutto il Paese. Lo spazio è quello perso negli anni da Forza Italia e può essere recuperato con un ideale forte che parli alle persone che credono nel lavoro, nella loro azienda. E che ritengono che il compito di far ripartire il Paese spetti agli italiani. A patto però che lo Stato la smetta di mettersi di traverso».

Meno tasse, meno Stato. Dov'è la sua novità? «Sta nel parlare un linguaggio chiaro. Lo dico da Roma, dove c'èuna grandissima percentuale di dipendenti pubblici: se il centrodestra vuole avere il consenso di tutti gli statali, sbaglia. Il centrodestra deve parlare a quei dipendenti pubblici il cui stipendio è stato mantenuto basso perché bisognava garantire lo stesso stipendio a tantissimi altri dipendenti che non lavorano bene. È assurdo che oggi un sistema pubblico non possa premiare il bravo dirigente perché lascia tutti sullo stesso piano e prevede per tutti lo stesso percorso di carriera. Vale anche per la scuola: abbiamo bisogno di professori bravi, che lavorino otto ore invece di quattro, che magari siano di meno di quelli attuali e guadagnino di più. Se il centrodestra ha paura di dire queste cose perché pensa poi di perdere i voti dei professori o dei dipendenti pubblici, allora viene fuori la rabbia. La rabbia di chi lavora, crede in se stesso e poi si guarda intorno e vede un mondo di ingiustizie, un mondo di privilegiati senza merito. la rabbia di chi non sopporta di lavorare il 70% del tempo per pagare le tasse. Bisogna entrare dentro questa frattura sociale, altrimenti ci si limita a interpretare la rabbia, ma quello sa farlo molto meglio Grillo».

A Roma chi tocca il pubblico impiego si fa molto male... «È il contrario: a Roma si fanno male tutti perché non toccano il pubblico impiego. Io ho passato vent'anni nel pubblico impiego e c' è tanta gente brava che la pensa come me. Ci sono professionisti che vogliono essere formati e vogliono essere i contributori del grande sviluppo del Paese. Non certo passare per la palla al piede dell'Italia».

C'è tanto spirito del '94 nelle sue parole. «Lo rivendico. Il problema è che dal'94 a oggi l'Italia è cambiata profondamente. Lo spirito dev'essere quello, vanno aggiornate le ricette».

Dopo vent'anni il Paese è ancora tanto refrattario al cambiamento? «Purtroppo in Italia il liberalismo è sempre stato elitario. Non si è riusciti a far capire al popolo cosa significa la libertà. È sempre sembrata la libertà di pochi di fare il loro interesse. Invece il nostro "lib-pop", liberalismo e popolarismo insieme, consiste nel liberare le persone da tutto quello che - nello Stato e nella burocrazia - limita le loro ambizioni. Vuol dire ridurre la progressività del Fisco per fare in modo che la gente abbia di nuovo voglia di diventare ricca. Se pago tutto in tasse, chi me lo fa fare di aumentare il mio reddito? Invece la destra deve ridare speranza a questo popolo, a chi vuole diventare ricco. Era questa la spinta iniziale di Berlusconi, che però è stato limitato dagli alleati, dalla destra sociale, da chi ritiene che l'unico modo per fare sviluppo è aumentare la spesa pubblica. Non è così: tagliando le tasse si liberano risorse per far crescere il Pil e automaticamente ci sono anche i fondi per occuparsi di chi davvero non ce la fa ad arrivare a fine mese».

E' davvero rivoluzionabile questo Paese? Perché le persone dovrebbero abbandonare la zona di conforto che è stata garantita loro per anni? «Perché non è più una zona di confort. Perché il ceto medio immobilista non ce la fa più e quindi si rende conto che deve succedere qualcosa. Il popolo che nel '94 votava Forza Italia si è impoverito. O cambiano le cose o esplode il Paese».

Riscoprire il Berlusconi del '94 significa rottamare quello attuale? «Il consenso residuo di Berlusconi è inscalfibile, ed è interamente suo, visto che Forza Italia in tutto il Paese è ai minimi termini. Io vogfio semplicemente conquistare i 14 milioni di elettori che, delusi da centrodestra e Pd, hanno abbandonato i partiti tradizionali».

Come si sente nel molo chele è stato consegnato dai centristi di «federatore del quarto polo»? «La prendo alla larga. Con la nuova legge elettorale noi stiamo passando dalla Seconda alla Terza Repubblica. Abbandoniamo il sistema maggioritario, che a me personalmente non è mai piaciuto perché ci ha costretto a votare coalizioni disomogenee, a scegliere il meno peggio. E abbracciamo un proporzionale che, invece, permetterà di costruire realtà politiche con una precisa identità. In questo contesto, più sarò capace di rappresentare il mio popolo, più avrò peso nel prossimo Parlamento. E questa la partita di Energie per l'Italia: essere i primi nella Terza Repubblica a costruire un movimento politico nuovo. Qualcosa di diverso dai partiti del secolo scorso, che si basi su persone che hanno professionalità e radicamento sociale. Chi crede in questa scommessa, anche chi ha già avuto in passato ruoli di primo piano in politica, è il benvenuto».

Non si rischia l'effetto «zattera di salvataggio»? «Non saremo la zattera di salvataggio per nessuno. Chiariamo: non credo alla rottamazione, l'esperienza è un contributo importante. Ma chi è già logorato è giusto si posizioni in seconda fila per fare spazio a chi ha maggiore energia Se invece qualcuno ha in mente un'operazione di Palazzo, un cartello di partitini per superare il 5% e poi dividersi il giorno dopo in Parlamento, beh, non ha compreso il nostro obiettivo».

Nel suo progetto c'è posto per Angelino Alfano? «Alternativa Popolare ha svolto un compito importante in una fase complicata per il Paese. Oggi chi critica gli alfaniani dal centrodestra, chi fi accusa di essere poltronisti, lo fa solo perché vorrebbe sostituirsi a loro nel governo con il Pd nella prossima legislatura. Il punto è che Alfano ha sostenuto tutte le politiche renziane, che sono l'opposto delle nostre ricette, e ha rotto solo sulla soglia di sbarramento, solo sulla propria sopravvivenza. Così facendo ha gettato un'ombra su tutto il suo progetto politico».

Sta dicendo che per lui non c'è spazio nelle vostre liste? « La politica è un atto di generosità, qualcosa che si fa per gli altri. Ed essere generosi significa anche che chi ha avuto tanto in passato oggi magari faccia un passo indietro per favorire la nascita di qualcosa di nuovo».

Parliamo di programma. Come affronterebbe l'emergenza immigrazione? «Certamente non con l'ipocrisia e le marce della sinistra, ma neanche bucando i gommoni o chiedendo l'ammutinamento dei soccorritori nel Mediterraneo. È evidente che nel breve periodo l'accoglienza deve avere maglie molto più strette e che bisogna pretendere che chi sta in Italia impari la nostra lingua, i nostri valori e abbia un lavoro, altrimenti deve andarsene. Nel lungo periodo, però, l'Europa deve aveve una politica estera comune che, attraverso la cooperazione per lo sviluppo, dia a queste persone la possibilità di trovare lavoro nel loro Paese d'origine. Se i cinque miliardi che la sola Italia spende per l'accoglienza dei clandestini fossero stanziati nei Paesi di partenza, e questo impegno fosse condiviso da tutti i Paesi europei, daremmo un'impennata di sviluppo a quelle aree e contribuiremmo anche alla loro stabilizzazione politica».

Il terrorismo islamico si può sconfiggere? «Ieri (lunedì, ndr) ero a Tel Aviv. La considero l'avamposto della lotta al terrorismo, poiché ai confini di Israele ci sono solo Stati ostili. Ebbene, lì il problema viene affrontato con un sistema di intelligence all'avanguardia, capace di setacciare ogni possibile minaccia anche sul web, e con la consapevolezza della popolazione».

In che senso? «Li non c'è retorica, non ci sono marce, fiori,candele o intellettuali che sostengono che "è colpa nostra". C'è la profonda convinzione del diritto degli ebrei di avere un proprio Stato e c'è una fortissima consapevolezza del rischio. Oggi noi europei siamo nella stessa situazione di Israele. Ci vuole un esercito forte, un sistema di intelligence integrato a livello europeo e una popolazione che sappia esattamente come comportarsi durante gli eventi pubblici a rischio».

Veniamo all'economia. Qual è il suo giudizio sul Jobs Act? «È stato timido dal punto di vista delle regole e dannoso dal punto di vista degli incentivi economici. Partiamo da quest'ultimo punto: drogare l'economia senza creare sviluppo significa perdere i posti di lavoro ottenuti appena si chiude il rubinetto degli incentivi. Se gli stessi soldi li avessimo utilizzati per fare aeroporti, stazioni, strade e palazzi avremmo creato lavoro e rilanciato un'edilizia che, in Italia, dal 2008 a oggi ha perso l'80% della sua produzione. Dal punto di vista delle regole il Jobs Act è stato troppo timido. Noi andremmo molto oltre: se fossimo al governo aboliremmo lo statuto dei lavoratori - che tutela solo chi ha un contratto a tempo indetenninato - per passare allo statuto dei lavori che aveva pensato Marco Biagi. Questo dà diritti minimi a tutti ma sposta nella singola azienda tutta la fase della concertazione. È un aspetto dirimente: è mai possibile avere lo stesso contratto di lavoro per un metalmeccanico a Udine e un metalmeccanico a Catania? Ci rendiamo conto che così non rilanceremo mai l'occupazione al sud? Perché non creiamo invece un sistema dove sia possibile un rapporto virtuoso tra imprenditore e lavoratore? Dove magari c'è la possibilità di promuovere anche le possibilità del singolo di fare carriera?».

Già, perché? «Perché sindacato e Confindustria vogliono mantenere un sistema che li vede centrali ma che alla fine genera rabbia, persino contro lo stesso sindacato. Basti vedere l'esito del referendum su Alitalia».

A proposito di Alitalia, dopo il no al referendum lei ha auspicato la chiusura dell'azienda. Non teme l'impopolarità di questa posizione? «Per Alitalia finora lo Stato italiano ha speso 8 miliardi. Con quei soldi avremmo potuto varare una nuova compagnia fatta con logiche molto più adatte alle regole odierne del settore. È già successo per Swiss Air: ha chiuso, ma non è che i cittadini svizzeri abbiano smesso di volare. Invece, in Alitalia, i manager non hanno affrontato le scelte industriali e i sindacati si sono illusi che la compagnia non dovesse stare al passo coi tempi. In tutto questo è avvenuto qualcosa di culturalmente molto grave: i lavoratori hanno votato no a un piano che prevedeva due miliardi aggiuntivi di investimento, convinti che alla fine sarebbe comunque arrivata la nazionalizzazione. Invece in questi giorni sono arrivate delle buste con offerte che sicuramente non miglioreranno i livelli occupazionali previsti dal piano rifiutato. Mi chiedo: ha senso buttare ancora soldi pubblici per sostenere qualcosa che non si sostiene più?».

Restando alle aziende statali, come si sbroglia il perenne nodo della Rai? «L'obiettivo principale è quello di sottrarla al controllo dei partiti. Lo dicono tutti da anni ma nessuno ha dato seguito alle promesse, per ultimo Renzi. Per riuscirci occorre fare scelte non facili. Quando si parla di privatizzazione, ad esempio, si ignora una questione: chi è l'editore oggi in grado di comprare la Rai? Nessuno. Io farei innanzitutto un lavoro di governance, inserendo una fondazione il più possibile indipendente che faccia da cuscinetto tra il governo e la Rai. Secondo, riporterei la Rai in una logica di mercato. Non capisco, ad esempio, la farsa dei tetti agli stipendi. Se voglio un buon amministratore capace di far recitare alla Rai il suo ruolo pubblico e allo stesso tempo di generare introiti per lo Stato, perché dovrei pagarlo poco? Entrando in una logica di mercato, è chiaro che andrebbe eliminato anche il canone. Serve manico e indipendenza».

Eliminerebbe il tetto agli stipendi anche peri dirigenti delle altre partecipate dallo Stato? «Penso chele partecipate pubbliche vadano vendute, fatta eccezione per l'Eni che ha un valore strategico importante per lo Stato. In quanto ai tetti agli stipendi, lo ripeto: onestamente non li ho mai capiti. Basti pensare al ruolo di direttore generale del Comune di Roma. È un compito che presenta alti rischi e richiede grandi capacità: è assurdo pensare di remunerarlo con appena centomila euro l'anno».

Meno Stato,d'accordo. Ma come si fa quando esiste un «super-Stato», l'Europa, che condiziona le politiche interne? «Il problema è profondo. Quando dico meno Stato, intendo una serie di politiche da mettere in atto subito che, una volta a regime, ci permettano di affrontare il moloch del nostro enorme debito pubblico per ridurlo drasticamente. Solo così, recuperando la nostra autorevolezza, possiamo pensare di andare in Europa non per elemosinare qualche decimale in più di flessibilità, ma per cambiare profondamente l'Unione. Oggi l'Europa è sbandata, intrappolata in un eccesso di burocrazia che mira solo a renderci tutti uguali, il siciliano e il norvegese. L'Europa ha perso i suoi valori, al punto che si è fatta quasi affascinare dal culto musulmano. Il Real Madrid ha tolto la sua croce dal simbolo per vendere le magliette in Qatar. Ecco, l'Unione che vogliamo è profondamente diversa da questa: non è disposta a rigettare la propria identità».

Concludiamo con Roma. Come si ricostruisce il centrodestra a queste latitudini? «Il centrodestra a Roma ha fatto errori clamorosi. Quello più grave è aver costretto i romani a votare la Raggi, ma anche in passato ha fatto parte di Giunte che non hanno governato bene. Perchél'Atm (AziendaTrasporti Milanesi, ndr) funziona e l'Atac no? Perché a Milano il problema dei rifiuti è stato risotto e a Roma no? Lo dico da romano che ha lavorato a Milano: non credo che al Nord ci sia gente migliore, il problema è la classe dirigente. Io credo che a Roma ci sono tante cose da fare, il problema è se la politica ha il coraggio di farle».

A Roma c'è questa classe dirigente? «L'obiettivo è costruirla. Io non facevo politica fino a un anno fa. Mi sono messo a farla perché me l'hanno chiesto Berlusconi, Salvini, la Meloni e anche Lupi. E perché non ci si può limitare a lamentarsi, bisogna rimboccarsi le maniche. Oggi tanti romani stanno lavorando con noi e sono convinto che alle prossime amministrative presenteremo delle liste piene di gente capaci».

Meglio Giuseppe Sala o Virginia Raggi? «Meglio il primo, oggettivamente. Almeno sa cos'è un conto economico, ha lavorato nella vita. La Raggi a Roma non ha portato nulla».

Da sindaco di Roma avrebbe appoggiato la candidatura Olimpica? «Assolutamente sì. Essere onesti con le mani in tasca, come fanno i grillini, è troppo facile. Più difficile, magari, essere onesti come Albertini, che da sindaco di Milano ha fatto dodici miliardi di investimenti in nove anni e non gli è successo niente».

I vari amministratori della Capitale hanno lamentato la scarsità dei trasferimenti dello Stato a Roma... «Mettiamola così: noi abbiamo bisogno di responsabilità in capo ai vertici delle amministrazioni. A Palazzo Chigi come negli enti locali. Per riuscirci dobbiamo andare rapidamente verso il federalismo fiscale. Dobbiamo lasciare a Roma i soldi dei romani. Solo così i sindaci saranno responsabili direttamente dei fondi a loro disposizione e si potrà giudicare seriamente sul loro operato. Vale anche a livello nazionale: troppo facile finanziare le leggi di Stabilità con i tagli agli enti locali. È una riflessione che deve partire proprio da Roma. Non è giusto versare allo Stato il 70% delle proprie imposte. Io sindaco gestisco tutto e poi mi giudicherete. E non servira a nulla prendersela con i poteri forti come fa la Raggi. Si chiama federalismo municipale. Se dovessi pensare a una riforma dello Stato eliminerei il potere legislativo delle Regioni, riporterei in vita le Province - tanto nel nostro ordinamento sono previste - ma soprattutto darei vera autonomia locale ai Comuni. Sono loro la vera spina dorsale del nostro paese».

 

Con domande del direttore Gianmarco Chiocci, del vicedirettore Marco Gorra e dei giornalisti Filippo Caleri, Pietro De Leo, Dario Martini, Antonio Rapisarda, Carlantonio Solimene e Paolo Zappitelli

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1 Commento su "Intervista a tutto campo: il Paese (e la politica) che vogliamo!"

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Massimo Biondi
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Elencazione di problemi e avversari, come tutti. Nulla di più. Vorrei impegni precisi. Snellire la burocrazia, o ridurre i tempi della giustizia o mettere in sicurezza i conti del Paese sono affermazioni che vanno bene a tutti. Poi bisogna spiegare bene come, impegnarsi e accettare di mettersi in lotta con i sindacati, con i magistrati, con gruppi sociali di vario genere. Ha letto il libro di Giavazzi “i signori del tempo perso”? Che ne pensa? Come agirebbe? In Italia non è che manca la crescita: mancano le condizioni per la crescita

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