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Idee / Sicurezza

Intervista a L’Indro. Stefano Parisi su terrorismo, immigrazione e sicurezza

di Claudio Bertolotti - L'Indro

Per ‘L’Indro’, discutono di terrorismo, immigrazione e sicurezza, Stefano Parisi, fondatore di Energie per l’Italia, il movimento politico aperto a chi vuole un centrodestra rinnovato che si propone come alternativa alla sinistra e ai movimenti populisti, e Claudio Bertolotti, sociologo dell’Islam e analista strategico per ITSTIME, esperto di terrorismo, Medio Oriente e Nord Africa.

Un dialogo aperto e senza censure, iniziato da Claudio Bertolotti che ha deciso di andare oltre l’esprimere una propria opinione, per confrontarsi apertamente e in maniera diretta con Stefano Parisi. L’obiettivo è di trovare una visione comune, strade percorribili che possano dare risposte concrete a un pericolo che chiama in causa istituzioni e politica.

Iniziamo da un argomento di attualità che ha scosso, ancora una volta, l’intera Europa: il terrorismo jihadista e il radicalismo islamico.

Stefano Parisi: L’attacco terroristico di Manchester del 22 maggio scorso, che segue gli attentati di Parigi, Bruxelles, Nizza, Ansbach, Istanbul, Londra e altri ancora, somma paura alla paura e mette in crisi le istituzioni, nazionali ed europee.

Come può essere contrastata questa minaccia, e come si può garantire la sicurezza dei cittadini?

S.P: In primo luogo dobbiamo considerare il terrorismo per quello che è, e concentrarci su una soluzione che parta dalle sue cause e non limitarci a reagire agli attacchi: è una minaccia diretta alla nostra sicurezza che si alimenta di conflittualità sul piano sociale europeo e paga gli effetti delle crisi internazionali dell’area mediorientale. E noi su questi due piani dobbiamo agire.

A livello sociale dobbiamo essere in grado di intercettare tutte quelle forme di malessere e devianza che poi sfociano in episodi di violenza, anche estrema. E questo lo possiamo fare attraverso una strategia che sia basata, da un lato, sul processo di assimilazione e dialogo, abbandonando quel fallimentare processo di integrazione che è causa di un multiculturalismo divisivo su cui fonda le sue radici il radicalismo islamico e, dall’altra, su attività investigative e di intelligence, e dando alle Forze di Polizia gli strumenti e le necessarie garanzie e tutele per poter svolgere il loro lavoro; a questo deve seguire una decisa e inflessibile applicazione delle leggi che già ci sono.

Inoltre, dobbiamo fare terra bruciata attorno ai gruppi radicali e fondamentalisti emarginandoli. Non nascondo il mio timore nell’avvicinamento del Partito Democratico – che oggi governa il nostro paese – a movimenti politici islamici vicini ai “Fratelli Musulmani” che si sa, sono l’anticamera dei terroristi dell’ISIS; e questo lo hanno capito molti paesi arabi e musulmani, come la Tunisia, l’Egitto, l’Arabia Saudita – tra i tanti – che li hanno dichiarato illegali. E se lo hanno fatto loro, che ben conoscono il rischio del dare uno spazio all’islamismo politico fondamentalista, perché dovremmo accettare di avere tra di noi gruppi che giustificano, quando non lo esaltano, il terrorismo e le sue manifestazioni di violenza? Mi preoccupano le dichiarazioni di simpatia di esponenti del PD nei confronti dei Fratelli Musulmani; stiamo parlando di un islam politico radicale, fascistoide e razzista. Per combattere il terrorismo dobbiamo prima sconfiggere il radicalismo; questo lo potremo fare solo tagliando le radici di quell’islamismo politico.

E parallelamente utilizzeremo tutti gli strumenti delle relazioni internazionali, attraverso una politica estera e di cooperazione che siano pro-attive, così da contribuire alla stabilizzazione di quelle aree di crisi a noi vicine, dove il terrorismo si sviluppa. In particolare guardo con grande attenzione alla Libia e ai paesi di transito che con la Libia confinano: quelli sono i confini da presidiare, e non solamente le acque di fronte alla costa libica: noi dobbiamo agire sulle cause, non sulle conseguenze dl problema.

Terrorismo e immigrazione sono correlati?

Claudio Bertolotti: Il terrorismo jihadista non conosce frontiere, né limiti morali. I recenti fatti di Berlino, conclusi con l’uccisione in Italia del terrorista tunisino Anis Amri, evidenziano come il nuovo terrorismo insurrezionale – cioè le azioni ostili nei confronti di uno Stato e dei suoi cittadini da parte di lupi solitari oppure di cellule comandate da una regia internazionale – sia capace di adottare anche in Europa tecniche operative sviluppate nei teatri di guerra di Siria e Iraq, adattandole alla situazione e sfruttando le debolezze del nostro sistema. L’atacco di Manchester dimostra, a sua volta, l’esistenza di una fitta e pericolosa rete di soggetti radicalizzati che alimentano un terrorismo islamico sempre più pericoloso.

Quanto avvenuto è la conseguenza, in primis, del fallimento di una sicurezza europea che non è integrata ed è carente sul piano dello scambio di informazioni tra gli organi di intelligence. In secondo luogo, di un approccio culturale perdente perché rifiuta di ammettere che i flussi migratori di massa sono un’opportunità per i gruppi terroristici. Se è vero che i migranti non sono terroristi – il loro numero sul totale degli immigrati è irrilevante: lo 0,00002 percento – è però un fatto come una parte consistente dei terroristi abbia sfruttato i flussi migratori per raggiungere l’Europa. Infine, di una mancanza di coraggio nel far valere l’espulsione di chi non ha diritto, né necessità, di rimanere in Italia. È inaudito che un extra-comunitario come Anis Amri che abbia scontato 4 anni di galera nel nostro paese, e che per di più sia sospettato di essere un terrorista, non sia stato espulso a causa di lungaggini burocratiche con il paese di origine.

Attualmente, ritengo che la priorità debba essere data a un ampliamento e incremento di fondi per l’anti-terrorismo, all’espulsione immediata di tutti gli stranieri che rappresentino una minaccia per la sicurezza nazionale e, infine, al divieto di rientro in Europa per tutti i foreign fighter che abbiano preso parte ad attività di natura terroristica, ad esempio la guerra in Siria e Iraq con i gruppi islamisti.

Stiamo parlando di un problema che può essere risolto dall’Italia?

S.P: Pur nell’ampio contesto globale, il problema va affrontato con un approccio che sia assolutamente europeo, e che sia basato su un’intensa e totale partecipazione dei suoi 28 componenti (o 27 + 1 data la Brexit), a partire da noi. Il fatto che il terrorista tunisino, dopo l’attentato di Berlino, abbia girato per l’Europa, sia andato in Francia prima di entrare tranquillamente in treno in Italia, e che solo casualmente sia stato intercettato dalle forze dell’ordine italiane per una richiesta di documenti, non deve tranquillizzarci. La stessa cosa vale per l’attentatore di Manchester legato all’ISIS, più volte in transito da e per la Libia.

Questa volta è andata così – e il mio plauso va a tutti gli agenti di polizia per i loro grandi sacrifici –ma è indispensabile che l’Europa abbia a cuore la sicurezza degli europei. Ancora non abbiamo un’intelligence europea, non c’è un’integrazione operativa ed efficace dei sistemi di informazione e di sicurezza. Questo è un problema molto grave, l’Europa deve dare sicurezza ai cittadini europei, bisogna eliminare gelosie e burocrazie, la lotta al terrorismo deve essere in testa all’agenda dell’Unione Europea attraverso una vera cooperazione tra Stati membri e forze di Polizia nazionali e lotta al finanziamento dei gruppi terroristici.

In particolare, la lotta al terrorismo richiede anche un forte controllo del territorio, poiché cellule attive sono presenti nelle metropoli europee e in Italia; e per questo è probabile che il terrorista tunisino sia arrivato a Sesto San Giovanni per trovare protezione ed entrare nell’anonimato.

E quando parlo di controllo del territorio mi riferisco a un’effettiva ed efficace presenza delle forze dell’ordine dello Stato, ma anche il pieno coinvolgimento dei comuni, dei sindaci, delle forze politiche e delle comunità locali  e di tutti gli attori privati della sicurezza. Tutte le città europee sono a rischio, non possiamo trattare con superficialità questo tema, dobbiamo chiamarlo per quello che è, terrorismo islamico, e perseguirlo con intelligenza e con certezza dei risultati.

Visti i limiti, quali dovrebbero essere le linee di azione dell’Italia e dell’Europa contro terrorismo e radicalismo?

S.P: Ritengo che si dovrebbe lavorare sia a livello europeo che nazionale, per armonizzare leggi e approcci. Senza tuttavia dimenticare l’importante ruolo che può svolgere la collettività nella sua dimensione locale, attraverso il coinvolgimento dei sindaci, così come delle associazioni e dei comitati cittadini. È ad esempio già accaduto che nostri concittadini musulmani particolarmente attenti, abbiano segnalato alle autorità situazioni di radicalismo. Per poter operare con efficacia sono però necessari gli strumenti. E gli strumenti funzionano se i servizi di intelligence e le forze di polizia hanno risorse sufficienti, sia umane che materiali; e mi riferisco a strumenti tecnologici, preparazione culturale, forme di cooperazione con i cittadini di origine straniera, ecc..

Ma è anche urgente imporre una svolta radicale nell’approccio al terrorismo, applicando nell’immediato le leggi che già ci sono e integrandole, in tempi brevi, con interventi ad hoc all’interno di una legge quadro per il contrasto alla radicalizzazione e al terrorismo jihadista, che preveda anche una regolamentazione degli accessi in Europa per contrastare quella tratta di esseri umani che, in parte involontariamente, stiamo contribuendo ad alimentare, sia con la Marina Militare sia attraverso l’azione di alcune ONG.

Al tempo stesso sono necessari programmi di de-radicalizzazione e – soprattutto – di prevenzione al radicalismo; e questo può essere fatto solo attraverso investimenti sul piano sociale finalizzati all’assimilazione, all’educazione civica, al rispetto dei pari diritti e opportunità di uomini e donne, all’informazione, all’apprendimento della lingua, limitando nel contempo l’accesso in Europa a persone che sappiano e vogliano integrarsi dimostrando di accettare i nostri principi costituzionali, culturali e i valori: l’appartenenza a una comunità impone di condividerne i valori poiché dai valori condivisi discendono le leggi che regolano la convivenza sociale. Ma se manca la condivisione dei valori, anche le leggi vengono messe in discussione. Questo è il problema di base del processo di integrazione europeo che ha fallito dando vita a quelle società multiculturali che hanno partorito il radicalismo islamico.
Al contrario, il processo di assimilazione porta la cultura ospitata ad entrare a far parte della comunità ospitante attraverso la necessaria condivisione, a partire proprio dai valori: l’alternativa è il conflitto sociale.

Ma la prevenzione del radicalismo passa anche attraverso le moschee, la cui costruzione deve essere autorizzata sulla base di un’unica normativa nazionale e che devono essere svincolate da finanziamenti esteri di dubbia provenienza; un radicalismo che, ancor più pericolosamente passa attraverso le carceri, vere incubatrici di radicalismo. Su questi due ambiti deve insistere l’azione positiva dello Stato.

E su tutto questo l’Europa deve dare una risposta univoca, basata su accordi internazionali e condivisione delle informazioni, ma i singoli stati devono agire concretamente e subito, attraverso le leggi già esistenti, per tutelare la vita e la sicurezza dei propri cittadini.

Quale ruolo per quell’Islam politico in parte sostenuto dalle comunità di musulmani?

C.B: L’islam politico antepone la legge coranica, la sharia, ai principi costituzionali dell’Europa e dei suoi paesi membri. Dare spazio in ambito istituzionale all’Islam politico sarebbe un grave errore poiché legittimerebbe un soggetto che non ha un ruolo rilevante sul complesso della comunità musulmana (in Italia), né influenza rilevabile sui suoi aderenti. Non è la religione il piano su cui si deve muovere uno Stato laico.

Piuttosto, nelle relazioni con le nostre istituzioni e soprattutto quando si tratta di scendere nell’arena politica, l’identità dei fedeli musulmani – inclusi gli italiani convertiti o le seconde, terze generazioni – così come degli immigrati, dovrebbe essere legata alla sola nazionalità. Con ciò non voglio dire che non si debba dialogare con associazioni o movimenti che rappresentano la comunità islamica – o una sua parte – in quanto comunità religiosa. Non devono però essere investiti di un ruolo istituzionale che spesso è contestato anche nei paesi a maggioranza islamica, come nel caso dei Fratelli Musulmani.

Spiego l’importanza dell’approccio laico che dovremmo tutti adottare, con un esempio pratico: se noi pensiamo a tutti gli immigrati di religione musulmana come appartenenti a un unico gruppo, senza chiederci a quale confessione, setta, scuola di pensiero appartengano, né da quale nazione provengano, avremo creato una realtà sociale ibrida, eterogenea e non rappresentativa, dove il gruppo etno-religioso predominante parlerà (illegittimamente) a nome di tutti. Ma un marocchino non ragiona e non vive come un afghano, e l’Egitto non è la Siria. Accomunare tutti sotto il segno dell’Islam porterebbe a una costruzione sociale artificiale molto pericolosa. Senza dimenticare che molti musulmani non sono neppure praticanti.

Dal mio punto di vista, come osservatore e analista di queste realtà, ritengo che l’attuale classe dirigente (non solo italiana) non sia pienamente in grado di comprendere le dinamiche interne al mondo musulmano, e tenda a concedere sempre più spazio a figure non rappresentative, alle quali questo spazio non verrebbe dato neppure nei paesi d’origine. Per questo credo che sia necessario coinvolgere a tutti i livelli – nel campo della sicurezza come nella politica – persone competenti che sappiano cogliere le sfumature e anche i pericoli, per favorire un’inclusione che rappresenti un’opportunità per tutti, e non un’ulteriore preoccupazione.

Qual è il suo punto di vista sui flussi migratori clanestini e le ONG?

S.P: Ho la convinta certezza che la questione migranti vada affrontata nella sua complessità, non limitandosi a gestire – quando va bene – il recupero in mare o lo sbarco: queste sono le fasi finali di un lungo percorso che noi dobbiamo contribuire a contenere, sulla base delle nostre esigenze e nel rispetto del diritto internazionale, e gestire con il buon senso: urlare per amplificare i problemi non serve, è necessario proporre e adottare soluzioni concrete.

Neppure dobbiamo lasciare che soggetti privati fuori controllo, come le organizzazioni non governative (ONG), agiscano a scapito e in deroga alla legge nazionale sull’immigrazione.

Quali?

S.P: In primo luogo dobbiamo essere consapevoli che quello che stiamo affrontando noi oggi, con grande sforzo, non è un’emergenza, bensì un fenomeno strutturale che vedrà muoversi, nei prossimi vent’anni, decine di milioni di persone dai continenti africano e asiatico verso l’Europa e per il 2017 sono previsti da 250mila a 350mila migranti verso l’Italia (contro i 180mila del 2016). Sulla base di questa consapevolezza noi intendiamo realizzare nell’immediato un ‘piano strategico’ di controllo e gestione dei flussi migratori, procedendo parallelamente in una strategia energica finalizzata a dare impulso e sviluppo alle economie di quei paesi, prevalentemente attraverso la Cooperazione internazionale del ministero degli Affari esteri e progetti incentivanti gli investimenti privati di aziende italiane; il tutto sulla base di accordi bilaterali con i singoli paesi che prevedano anche, fin quando la Libia non sarà stabilizzata, azioni efficaci in quei paesi che con la Libia confinano e che sono luoghi di transito dei flussi migratori di massa.

In secondo luogo, devono essere stabilite, e rispettate, le quote per l’immigrazione legale, con priorità assoluta di accesso ai richiedenti asilo e ai profughi di guerra, anche attraverso la costituzione di corridoi umanitari; ma saranno prese in considerazione solo le domande di quei migranti economici che le inoltreranno nei loro paesi di origine, tramite consolati o uffici appositamente creati anche in paesi terzi. Nessun migrante economico clandestino sarà autorizzato a sbarcare in Italia illegalmente.

Infine, attraverso la realizzazione di quanto da noi già indicato, è necessario impegnarsi concretamente nel contrasto alla tratta di esseri umani attraverso il Mediterraneo e verso l’Italia, modificando l’impegno della Marina militare e disincentivando l’attraversamento del Mediterraneo e mettendo bene in chiaro quale può essere il perimetro d’azione delle ONG che, per poter operare in maniera strutturata e continuata dovranno farlo con un ufficiale di polizia giudiziaria a bordo come suggerito dal procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro; inoltre insistiamo sulla necessità di agire attraverso la promozione di Centri di assistenza e raccolta migranti al di fuori del territorio europeo dove potranno essere presentate le domande di asilo o la richiesta di permessi di soggiorno. Ciò consentirà di colpire il business miliardario delle organizzazioni criminali che lucrano sul traffico umano, ed evitare che soggetti privati, quali le organizzazioni non governative, straniere o italiane, possano anche indirettamente contribuire a tale business criminale e all’aumento di vittime in mare

E in questo senso mi auguro che le procure siciliane, compresa quella di Catania in cui opera egregiamente Zuccaro, possano lavorare senza intralci, politici e ideologici, al fine di fare chiarezza su una situazione pericolosamente sottovalutata.

È necessario proporre soluzioni serie e praticabili, e questo facciamo e continueremo a fare.

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Foto del profilo di Claudio Bertolotti
Analista strategico, docente di "Analisi d'Area", esperto di Difesa-Sicurezza. Già capo-sezione Contro-Intelligence e Sicurezza della NATO in Afghanistan, si occupa di aree di crisi, interesse strategico nazionale, dialogo interculturale, internazionalizzazione e, in particolare, di flussi migratori, terrorismo, conflittualità e dinamiche sociali del Medioriente e del Nord Africa. Collabora con Università e con importanti think tank e centri istituzionali e privati, italiani e stranieri, in qualità di esperto in Conflict, Security e State Building. Ha sviluppato il seminario di “Cultural awareness” a favore dei contingenti militari in operazioni dal 2009 al 2016, ed ha operato e opera come SME (Subject Matter Expert) per organizzazioni governative e la NATO, in particolare il Centro di Eccellenza NATO “Human intelligence” contribuendo allo sviluppo della linea guida sugli aspetti umani dell’ambiente operativo. Ha scritto oltre 150 tra libri, saggi e articoli in tema di sicurezza e terrorismo. È laureato in Storia contemporanea, specializzato in Sociologia dell’Islam e dottore di ricerca in Sociologia e Scienza Politica, indirizzo Relazioni Internazionali. Infine, da buon Alpino, è appassionato di sci alpinismo.

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