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Economia e Fisco / Idee / Lavoro e Welfare

Innovazione: come si costruisce la crescita

Quando Gutemeberg introdusse i caratteri mobili che per la prima volta nella storia dell’umanità consentivano di riprodurre libri e documenti in migliaia di copie, l’umanità realizzò un progresso straodinario. Ma pochi sanno che la tecnologia della stampa non costituì il solo elemento di quella rivoluzione. Per sconvolgere il mondo abbattendo i costi nella diffusione del sapere e delle idee fu cruciale un’altra innovazione che nella Storia viene quasi sempre ignorata.
La prima Bibbia di Gutemebrg fu stampata su pergamena, un materiale all’epoca estremamente costoso. Infatti per produrre un libro occorreva un gregge di 250 pecore. Pertanto, rispetto alle opere copiate a mano, considerando i costi dei macchinari, un libro stampato mantenva un prezzo non alla portata di tutti, anzi nemmeno dei benestanti.
Per rivoluzionare la trasmissione del sapere e diffondere l’istruzione, sfruttando la stampa a caratteri mobili fu necessaria la carta.

L’Occidente ai tempi di Gutemeberg era una piccola provincia arretrata del continente euroasiatico e la popolazione ristagnava nell’ignoranza, a parte pochi centri di eccellenza e oasi di sapere (come università, monasteri e poche corti). La carta, inventata in Cina all’inizio dell’era cristiana, era da secoli comunemente utilizzata in Asia e nel mondo islamico, dove l’analfabetismo era meno diffuso. In Europa si iniziò ad utilizzarla solo dopo il 1200, agli albori dell’economia capitalistica per scrivere contratti, titoli di credito e altri documenti. Fu così che la produzione di carta divenne una delle prime manifatture di tipo semi-industriale (insieme al settore tessile). Fabriano emerse come il centro pioneristico delle cartiere dove il cotone veniva messo a bagno in vasche piene di urina umana per ricavarne la polpa. La carta prodotta a tonnellate, e dunque notevolmente meno costosa delle pergamene, consentì di stampare libri e venderli a prezzi accessibili.

Questa lezione del passato sugli strabilianti benefici dell’integrazione tra tecnologie, innovazioni e mercati riverbera fino ai giorni nostri in un mondo molto più evoluto, complesso e connesso. Chi propugna l’idea di rinchiudersi confortevolmente dentro i confini nazionali illudendosi di riportare in auge le corporazioni medioevali, le monete nazionali svalutate o la ciofeca autarchica ignora le basi dell’economia oltre che la logica e la storia.
Non esistono economie che si siano sviluppate nell’isolamento. Non esiste progresso che si sia realizzato senza intensi scambi commerciali e scientifici. Non esiste benessere senza sinergie tra settori e luoghi diversi. I paesi che perseguirono lo stolido mito dell’autosufficienza come la Cina maoista o l’India socialistoide postcoloniale si ridussero letteralmente alla fame.
Oggi la globalizzazione impone delle sfide epocali a cui nessun paese può sperare di sottrarsi. È  inutile aspirare a fermare il mondo, scendere, infilarsi il pigiama e andare a dormire per svegliarsi quando sarà tutto finito e si potrà tornare a sfornare Ritmo e Alfasud con i sussidi statali in attesa della pensione a 45 anni.

Le generazioni che giustamente paventano un futuro gramo, non vanno abbindolate con l’esca politica del reddito di cittadinanza e con gli espedienti clientelar-sindacali da Prima Repubblica. I giovani vanno formati per affrontare la competizione in un’economia basata sulla conoscenza, proiettata verso la quarta rivoluzione industriale che sconquasserà gli equilibri di potere del XXI secolo. Per prosperare in uno scenario del genere l’Italia deve aprirsi maggiormente al mondo, sfruttando la stabilità che offre una moneta forte a livello internazionale. Quel barlume di ripresa che oggi inizia a stagliarsi all’orizzonte è dovuto al successo delle imprese esportatrici che hanno messo a segno un surplus da record. Perché sono state capaci attraverso una competizione feroce di inserirsi nella catena del valore mondiale che va dalla Cina al Brasile, dagli USA all’Australia. Proprio come nel XV secolo le cartiere di Fabriano seppero inserirsi nella catena del valore che emerse in modo impetuoso e trasformò il mondo. Gli amanuensi e le pergamene invece sparirono rapidamente. Un destino da cui non li avrebbe certo salvati il reddito di cittadinanza o il ritorno al sesterzio.

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