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Idee / Lavoro e Welfare

Aumentare l’occupazione? Una soluzione esiste

''Lavorare tutti, lavorare meno'' era uno slogan degli anni Settanta e, a causa del boom economico, pareva irreale ma oggi risulta attuale data la crisi economica e la continua globalizzazione.
I politici continuano a sperare in una ripresa, ma chi è ben informato e realista non ci crede più. Il leggero aumento del PIL degli ultimi anni è calcolato su periodi di crisi peggiori ed il lieve incremento di fatturato è comunque generato dalla continua robotizzazione ed automazione industriale.

Stiamo assistendo ad una continua deindustrializzazione della quale non si vede ancora la fine. L’offerta ha superato la domanda e all’orizzonte non ci sono scoperte di nuove tecnologie (fusione nucleare, superconduttori…) che creerebbero nuova produzione innovativa. Neppure lo spazio ci ha ancora regalato la soddisfazione di un’eventuale conquista ed espansione. É una situazione molto simile a quella successa negli Stati Uniti dal 1850 a oggi. In quel periodo circa 85% della forza lavoro era impegnata nell’agricoltura. Con la scoperta del motore a scoppio le macchine cominciarono a sostituire l’uomo riducendo l’impiego fino al 2,5% degli ultimi anni aumentando tuttavia la quantità prodotta.
Non dobbiamo comunque spaventarci, le macchine continueranno a lavorare per noi e la qualità della vita potrà essere migliore. Bisognerà accontentarsi di avere meno introiti e successivamente riuscire a spendere meglio. La cosa più importante è che il lavoro non diventi un privilegio di pochi, con tutti i problemi per chi non ne usufruisce, perché questo porterebbe ad avere una situazione sociale disastrosa.

Molti paesi hanno fatto fronte a questo problema incentivando il part-time. Nei paesi nordici è molto utilizzato sia in modo orizzontale (riduzione giornaliera), che verticale (riduzione giornate) o misto. Una soluzione che in Italia è poco adottata e per nulla incentivata dallo Stato. Perfino gli imprenditori non la vedono di buon occhio perché erroneamente ritenuta un maggior costo per le aziende. In realtà, due persone che lavorano 20 ore la settimana costano come una che ne lavora 40, con il vantaggio però di una maggiore resa produttiva.
Il dipendente lavorando il 50% percepisce una paga di circa 62% per la diversità degli scaglioni fiscali. Al contrario lo Stato penalizza la coppia nella quale la moglie decide di lavorare 4 ore annullando al marito la detrazione del coniuge a carico pari a 690 euro. Un’altra aggravante sussiste se la coppia ha due figli per i quali il marito percepisce gli assegni familiari. Ne conseguirebbe per l’anno successivo una diminuzione degli assegni dai 2.520 euro ai soli 1.320 euro per il cumulo del reddito familiare. In pratica il marito avrebbe in totale una perdita annua di 1.890 euro. Sicuramente non è premiata la moglie che decide di lavorare solo 4 ore stando così più vicina alla propria famiglia. Basterebbe riequilibrare la situazione dando la stessa detrazione di 690 euro a chi decide di fare part time.

Questa detrazione potrebbe essere applicata anche in proporzione a chi decide di ridurre il lavoro giornaliero a 6 ore favorendo aziende e dipendenti nei turni di lavoro.
Cambiare il fatidico doppio turno 6/14-14/22 con un triplo turno 7/13-13/19-19/01, avrebbe ottimi risultati sulla produzione, con difficili cali di rendimento. Spostando la pausa mensa alla fine del turno le ore pagate sarebbero 6.5 anziché 8, portando lo stipendio mensile ipotetico dai 1.300 euro ai 1.100 euro. Di contro il dipendente avrebbe sempre mezza giornata libera aumentando la qualità della vita e soprattutto si conterebbe il 50% di occupati in più. L’importante è aiutare chi accetta di lavorare meno, pur di avere un posto di lavoro, anche con una paga inferiore. Lo Stato dovrebbe solo premiarlo con una più equa detrazione per lavoro part-time.

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