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Lavoro e Welfare

Il lavoro che cambia: la centralità delle competenze

Il complesso rapporto tra progresso tecnologico e lavoro, è antico quanto l’uomo. Dall’invenzione della ruota, alle varie rivoluzioni industriali che si sono succedute nel tempo, le attività lavorative hanno subito trasformazioni continue.

La quarta rivoluzione industriale (ormai entrata in ogni processo lavorativo) ha imposto una accelerazione dei processi di automazione derivanti dalle tecnologie digitali, determinando una crescente perdita di attività lavorative tradizionali con pesanti conseguenze sociali. In altre parole, l’economia digitale sta cambiando tutto: i prodotti; i processi aziendali; i consumatori; i luoghi in cui si produce e consuma; il lavoro.

Gli innovatori militanti sostengono che ci troviamo di fronte ad una disruptive innovation, una transizione più o meno lunga verso nuovi assetti tecnologici, sociali e di mercato che ricreeranno posti di lavoro più ricchi, complessi e gratificanti. In particolare, le biotecnologie, la genetica, le scienze della vita, le nuove strade dell’energia, i materiali e le nanotecnologie, aprono straordinarie opportunità di crescita e di nuove attività di lavoro e di professionalità.

Ma ci sono le competenze professionali in grado di reagire al cambiamento? Purtroppo, ci sono ancora gravi skill gap sia nelle professionalità informatiche (carenza di data scientist, di security manager, di digital manager expert) sia nella capacità di utilizzo delle tecnologie digitali (scarsa alfabetizzazione digitale) da parte di coloro che operano nelle imprese e nelle istituzioni.

Il futuro dell’occupazione dipenderà sempre di più dalle competenze che dovranno essere sempre aggiornate e adeguate ai fabbisogni espressi dai nuovi mercati del lavoro. Pertanto, è necessario garantire alle persone buone politiche per l’occupabilità attraverso la formazione continua e l’aggiornamento costante delle competenze.
Le politiche per l’occupabilità rappresentano una vera tutela “reale” per la persona, affinché la stessa possa essere sempre in grado di trovare una occupazione e per le imprese rinnovate professionalità disponibili.

I dati allarmanti sulla disoccupazione giovanile in Italia (il 35,7% - settembre 2017) sono la conseguenza del fallimento del nostro sistema educativo maturatosi a partire dagli anni ’70. Una legislazione (di quel tempo) figlia di una cultura ideologica della sinistra che non voleva la contaminazione tra il sistema scolastico e il mondo delle imprese, che riteneva che si dovesse mantenere un sistema educativo basato solo sulla conoscenza senza asservirlo alle esigenze delle imprese; che considerava gli istituti tecnici e professionali di rango inferiore. Tale situazione ha contribuito alla perdita (nei decenni) della competitività del nostro sistema produttivo e alla svalutazione del lavoro manuale e tecnico, mentre gli altri Paesi europei (in primis la Germania) hanno investito molto nella formazione professionale e i risultati macroeconomici (posti di lavoro, produttività, salari) sono evidenti agli occhi di tutti.

In un mercato del lavoro in continua trasformazione, le politiche educative e quelle industriali devono integrarsi. Il lavoro deve entrare nel concreto svolgersi del processo formativo e la scuola non può separarsi dalla vita produttiva reale. In altre parole, le competenze e le conoscenze non sono contrapposte, ma cooperano nel processo di insegnamento e apprendimento. Aristotele sosteneva che “le cose che bisogna apprendere per farle, le apprendiamo facendole”.

È necessario un ripensamento della scuola attraverso il cambiamento del paradigma pedagogico dell’apprendimento che preveda una riduzione della didattica “frontalistica” a vantaggio di quella laboratoriale, aperta, produttiva e in movimento. La scuola non svolge solo un ruolo di ‘addomesticamento sociale’, ma deve porsi l’obiettivo di garantire allo studente la possibilità di gestire il cambiamento.

L’alternanza scuola-lavoro non è una invenzione renziana introdotta con la legge n. 107/2015 (la Buona Scuola), ma una pratica già realizzata con molto successo nella formazione professionale e nell’istruzione tecnico professionale. Fino agli anni ’70, gli istituti tecnici erano dotati di un consiglio di amministrazione con la presenza dei rappresentanti dei settori produttivi che svolgevano il compito di valutare le competenze acquisite in campo da parte degli studenti e molte scuole erano dotate di aziende agrarie o di attività manifatturiere.

In questi anni abbiamo assistito alle solite politiche di sinistra incentrate anche sugli incentivi temporanei con l’obiettivo di favorire i contratti a tempo indeterminato (oltre al contratto a tutele crescenti). Tali bonus (confermati anche con la manovra di bilancio 2018) hanno provocato un boomerang con effetti negativi sulla dinamica delle assunzioni: soldi sprecati che potevano essere utilizzati per rafforzare le politiche attive del lavoro o per ridurre strutturalmente il costo del lavoro. Senza dimenticare, che normative già presenti, e molto convenienti per le imprese, si possono già fruire attraverso l’apprendistato che è una valida tipologia contrattuale disciplinata dalla Legge Biagi con l’obiettivo di incrementare l’occupazione giovanile.

Per ridurre ulteriormente la disoccupazione giovanile (e quella generale) e reagire al cambiamento, è necessario intervenire in modo strutturale rafforzando la filiera formativa professionalizzante nel sistema educativo italiano e sanare quel mismatch che nel 2016 ha portato a non coprire più di 250.000 posti di lavoro per mancanza di competenze.

Un mercato del lavoro inclusivo non può prescindere dal vero investimento per le persone e per le imprese: la formazione continua e l’aggiornamento delle competenze quale leva strategica per il rilancio della produttività e della competitività del nostro sistema produttivo. La formazione non deve fornire soltanto nozioni, ma educare una personalità con tutti gli ingredienti essenziali per reagire al cambiamento: creatività; proattività; scrupolosità; innovazione; collaborazione.

(a cura di Donato Bonanni)

 

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