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Cultura / Idee

Cultura non è una parola di sinistra

Forse il più grande limite dei conservatori, dei moderati e dei liberali, in Italia e nel mondo, è quello di non essere riusciti a conquistare gli intellettuali, e di aver lasciato nella cultura campo libero alla sinistra, che da sempre la utilizza come arma ideologica per diffondere e fare accettare le proprie convinzioni presso il grande pubblico. L’elemento fondamentale di questo ‘monopolio culturale’ è che l’ideologia di sinistra arriva al grande pubblico sì attraverso la mediazione di “artisti”, scrittori e cantanti (si pensi a tutti quelli che ad ogni elezione si schierano immancabilmente con la sinistra, ad esempio durante l’ultima campagna elettorale americana), ma solo come ultimo anello di una catena di trasmissione che trova il suo principio nelle scuole, nelle aule universitarie, negli uffici di selezione delle case editrici, negli uffici studi dei produttori cinematografici, nei cenacoli artistici.

Se si vuole contrastare l’egemonia della sinistra sulla cultura - egemonia che si riflette a sua volta sulle convinzioni più profonde degli italiani - si deve pertanto agire non sulla base, bensì sul vertice della piramide. Cosa che la “destra”, in Italia e non solo, non ha invece mai nemmeno tentato di fare. Un vecchio adagio americano fotografa perfettamente la situazione: “i repubblicani sono nati per abbassare le tasse e per limitare lo stato”, e non per occuparsi di inutili amenità come la cultura. Questa sembra essere tuttora la granitica convinzione di molti dirigenti politici di destra, non solo italiani. Ma proprio oggi possiamo toccare con mano l’insufficienza politica di un simile modo di vedere le cose. È giunta l’ora anche per la destra, e specialmente per la destra italiana, di impegnarsi attivamente per conquistare il variegato mondo della cultura.

Sì, ma come?

In poche parole: battendo la sinistra sl suo stesso gioco. E tale gioco, almeno nella sua pars destruens, è consistito, negli ultimi settant’anni, essenzialmente nel tentativo di ridicolizzare e incolpare la cultura di destra di tutti i mali del mondo. È ora di seguire la stessa strategia e di mettere a nudo un’ideologia che nei decenni ha da un lato dimostrato nei fatti la propria incoerenza logica, e dall’altro ha spesso realizzato l’esatto contrario di ciò che aveva promesso. Per fare qualche esempio, dimostrando come l’invenzione (capitalista!) della lavatrice abbia fatto molto più per l’emancipazione della donna di mille politiche per la parità di genere, o come il libero mercato - e non la redistribuzione politica delle risorse - abbia ridotto la povertà assoluta sotto la soglia del 10% della popolazione mondiale.

Un esempio su tutti, e il primo terreno su cui si dovrebbe lavorare: scuole e università pubbliche, trasformate - a colpi di “democratizzazione” - in stipendifici per professori e dipendenti, senza alcun interesse a formare giovani capaci di affrontare le sfide che il mondo pone loro. Sebbene tale impoverimento culturale non sia forse neppure percepito come un problema dalla gran parte degli studenti, esso è tuttavia chiaro ai migliori di essi, che si rendono perfettamente conto di aver ricevuto una preparazione insufficiente, che li mette in condizione di seria inferiorità rispetto ai loro omologhi internazionali, da cui si vedono sorpassati specialmente quando fanno domanda per andare a studiare in un’università  straniera di alto livello.

Uno dei più classici strumenti della sinistra per zittire le voci a essa contrarie, e principalmente le voci di “destra”, è da sempre la ghettizzazione. Contrariamente a quel che spesso si sente in giro, la ghettizzazione degli intellettuali di destra è avvenuta, in Italia, come prodotto di una preciso programma culturale e non per una presunta naturale “autoghettizzazione” che gli intellettuali di destra si sarebbero autoimposti dopo il fallimento del Fascismo. Tale strategia consiste essenzialmente nel non considerare come parte accettabile del discorso culturale i temi proposti dalla destra. Non si può negare che questa strategia abbia avuto grande successo nell’emarginare in modo sistematico qualsiasi movimento culturale non ascrivibile alla “sinistra” e, in particolare, i movimenti critici nei confronti delle politiche e delle ideologie di sinistra. Tuttavia, tale strategia ha avuto, dal punto di vista della stessa sinistra, una serie di conseguenze non previste.

Ghettizzando gli intellettuali di destra, e più in generale chi non la pensa come loro, gli eroi culturali della sinistra si sono condannati all’autoreferenzialità, e sul lungo periodo ne hanno contratto il difetto più tipico: la perdita di contatto con la realtà e il conseguente dogmatismo che, oggi, i cosiddetti “populismi” fanno emergere con chiarezza. È a chi non vota più o vota questi “populismi” che dovrebbe rivolgersi una strategia culturale, e soprattutto ai giovani. Questi ultimi hanno un bisogno quasi naturale di idee nuove, che siano più aderenti alla realtà e controcorrente rispetto a quelle dominanti. Oggi è la cultura di destra, piuttosto che quella di sinistra, a potersi presentare come alternativa rispetto al mainstream, purchè di questo vengano messe in luce le inconsistenze, le aporie e le insufficienze.

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