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Idee

Idee di politica economica per la crescita

Una crescita economica robusta e sostenuta è l’unico modo attraverso cui è possibile migliorare il nostro benessere, e permettere ai nostri figli e nipoti di stare meglio di noi. Il punto di partenza è però difficile: tra il 2008 e il 2009 il nostro reddito nazionale è calato del 5%, e sembriamo incapaci di ritornare al livello di reddito precedente.

Dentro questa situazione, la sinistra non riesce a nascondere la nostalgia per ricette fatte di spesa pubblica in crescita, perennemente finanziata in deficit e dunque creatrice di quel debito pubblico che schiaccia noi e le generazioni future.

La strada giusta per l’Italia è un’altra: è il settore privato che crea posti di lavoro “veri”, cioè posti di lavoro che non necessitano di spesa pubblica aggiuntiva per sopravvivere. Lo stato deve in larga parte facilitare e lasciar fare: l’intelligenza e l’impegno di imprenditori e lavoratori sono capaci di creare prodotti e servizi dotati di valore aggiunto, che vengono acquistati volentieri in Italia e all’estero. Da dove viene il reddito necessario per acquistarli? È il circuito virtuoso dell’economia e dello scambio: chi vende beni e servizi di successo guadagna il reddito per comprare altri beni e servizi. E così via.

Non ci nascondiamo il ruolo fondamentale dello stato nel fornire sicurezza esterna ed interna, l’amministrazione della giustizia, sanità, istruzione e previdenza, anche se siamo molto favorevoli a un mix dove anche i privati –soprattutto in forma no-profit- hanno la possibilità di concorrere alle ultime tre funzioni (sanità, istruzione, previdenza), cioè al cosiddetto welfare state. E riteniamo giusto che i preziosi denari dei pagatori di tasse siano utilizzati per eliminare per quanto possibile fenomeni ingiusti di povertà.

Tuttavia, per l’Italia è arrivato il tempo in cui ci si deve occupare di più di produrre il reddito invece che redistribuirlo, spesso a vantaggio di chi non ne ha bisogno. Il problema di una politica economica interessata soltanto alla redistribuzione di una torta di risorse data è che questa torta diventa sempre più piccola a furia di martoriare i produttori con tasse, balzelli e regolamenti inutili. E per giunta questi produttori di reddito e benessere vengono fatti oggetto di invidia cattiva e di un moraleggiante disprezzo.

La politica economica giusta per l’Italia si prefigge l’obiettivo primario di fare crescere il reddito, e per fare ciò è necessario avere fiducia nelle scelte delle imprese, e creare il clima adatto perché esse possano investire e creare nuovi posti di lavoro. Le imposte devono essere generalmente più basse –perché il settore pubblico si riduce di ampiezza- ma devono essere soprattutto basse per le imprese: è importante che gli imprenditori attuali e potenziali, italiani e stranieri, abbiano voglia di investire e produrre in Italia perché hanno davanti un quadro stabile di imposte più basse anche in futuro, e non sono più angosciati dall’incertezza su brutte sorprese fiscali che arrivano l’anno dopo.

Ciò naturalmente non significa trascurare le famiglie, innanzi tutto perché esse prosperano se l’economia cresce e crea nuovi e veri posti di lavoro. In secondo luogo, il contrasto della povertà deve partire dalle famiglie giovani che vogliono fare o hanno figli: è a loro che devono essere tagliate le tasse e dati bonus generosi. Di qui non si scappa: un paese che fa sempre meno figli perché la politica non pensa a loro è un paese votato ad un lento soffocamento.

Guardiamo in faccia la realtà: dal punto di vista dei conti pubblici un paese compresso dal debito pubblico può permettersi di tagliare le tasse in maniera credibile e permanente se e soltanto se viene tagliata in maniera decisa la spesa pubblica corrente, e sfruttando ogni spazio per renderla più efficiente. La spending review, cioè la revisione e il taglio della spesa pubblica, è la strada necessaria per far ripartire il circolo virtuoso dell’economia. Il governo attuale si è invece dimostrato più pronto a tagliare i commissari alla spending review stessa piuttosto che a tagliare lo spending. E a questo punto le leggi di bilancio non possono che prendere la strada deleteria che consiste nel finanziare interventi fiscali miopi attraverso il deficit, cioè spendendo di più di quanto lo stato non incassi: tutto il contrario di una politica che pensa soprattutto al futuro delle nuove generazioni

È importante specificare che la spending review deve prendere di mira la spesa pubblica corrente, lasciando spazi per un potenziamento degli investimenti pubblici, ovvero quelle spese che portano utilità a cittadini e imprese per un lungo numero di anni futuri, e che i privati non possono sobbarcarsi. Qui si può instaurare un legame positivo anche con gli investimenti privati, pur partendo dal presupposto che sono tasse stabilmente basse –insieme con regole semplici e una pubblica amministrazione al servizio dei cittadini e non di se stessa- a dare la prima spinta alle imprese perché investano: l’idea è che gli investimenti pubblici funzionino da “riempipista” inducendo le imprese stesse ad anticipare gli investimenti invece di attendere che le altre imprese lo facciano (un cattivo equilibrio dove “nessuno balla”).

Non bisogna però dimenticarsi le caratteristiche peculiari dell’economia italiana: ad esempio il fatto che le famiglie sono soprattutto ricche di immobili (più di tre quarti del patrimonio totale). Se ragioni di equità hanno spinto ad aumentare in maniera drastica il prelievo sugli immobili e soprattutto sulle case diverse dalla prima (aumento dell’IMU da parte del governo Monti), è tempo di tornare indietro a “quote più normali”, perché il risparmio accumulato dagli italiani nei decenni e nei secoli non deve essere il bancomat sempre pronto a dare liquidità –finché ne resta- a favore di un settore pubblico sostanzialmente bulimico.

Il governo Renzi è intervenuto in maniera elettoralistica abolendo l’imposizione sulla prima casa senza fare sostanzialmente nulla per sgravare le case diverse dalle prima: si tratta di un errore gravissimo. A parte la creazione evidente di ingiustizie (un ricco che vive in un mega appartamento di proprietà non pagherà più la TASI, mentre un cittadino normale che eredita la casa dei genitori in campagna pagherà ancora una salatissima IMU), il prelievo talora insostenibile sulle case diverse dalla prima spinge i proprietari a metterle in vendita, con effetti pesanti di calo generale del prezzo degli immobili, dato che sono sempre meno gli italiani che per le stesse ragioni hanno voglia di comprare case per investimento. Ma le seconde e terze case sono sugli stessi mercati delle prime case, e dunque anche i prezzi di queste ultime scendono: l’effetto ricchezza negativo - le famiglie sono e si sentono più povere - spinge a diminuire i consumi, e dunque deprime la crescita economica. E non sarà certo qualche bonus - come gli 80 euro - a compensare questa botta negativa sui consumi.

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