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Esteri / Idee

EUROPA E POLITICA DI COESIONE: non è mai troppo tardi per aumentare l’efficacia, ridurre i costi e l’euroburocrazia!

L’elezione dell’europeista Macron in Francia apre uno scenario inedito per l'Europa. Sarà possibile andare in una direzione più coraggiosa e innovativa rispetto al deludente risultato emerso in occasione della recente celebrazione dei 60 anni dai Trattati di Roma? Sarà possibile, finalmente, porre mano a delle riforme strutturali?

Una delle 13 politiche della UE su cui è indispensabile intervenire è la Politica di Coesione. Quella che forse richiede, alla luce delle esperienze negative dei tre settennati di programmazione dei fondi europei, una completa riforma. Anche dei programmi in corso.

Molto si è scritto e detto. Ma a 12 anni dal libro/denuncia di Nicola Rossi “Mediterraneo del Nord. Un’altra idea del Mezzogiorno”, possiamo ancora fare qualcosa?

L’Europa attraverso la Politica di Coesione dispone di 450 mld di cui 350 europei e il resto nazionali. I Fondi destinati all’Italia ammontano a 43 mld.

L’utilizzo dei fondi avviene con un apparato programmatico “concertato” dai caratteri a dir poco tentacolari. Un Quadro Strategico Comune (Strategia 2020) con 11 obiettivi tematici. 5 Fondi Strutturali di Intervento. E la cosiddetta “governace mutilivello”, con specifici accordi di partenariato UE/Stati/Regioni.

Come nel passato l’Italia spende poco e male. Oggi, ovvero a metà del percorso, la spesa dei fondi della Programmazione 2014/20 è statisticamente irrilevante.

E ciò malgrado che il 4% dei fondi programmati, ovvero 18 mld per il totale europeo e 1,7 mld per l’Italia, siano destinati ad attività di assistenza tecnica. Ovvero a servizi di supporto o meglio, di surroga, alle attività della Pubblica Amministrazione. Con il paradosso che l’UE destina e spreca risorse che alimentano l’inefficacia e l’inefficienza del programmi. In gran parte a vantaggio delle major della consulenza internazionale o, come sta succedendo in Italia, delle società “in house” di ministeri e regioni. A iniziare dal gigante dell’assistenza tecnica nazionale, Invitalia SpA, partecipata al 100% dal MEF. Non ci deve quindi meravigliare che i consulenti della burocrazia europea, essendone i principali beneficiari, siano i principali sostenitori della Politica di Coesione così com'è strutturata oggi.

Tale situazione è interessante leggerla anche attraverso il saldo tra quanto l’Italia dà e quanto prende dall'Europa. Negli ultimi anni abbiamo versato da 10 a 15 mld all'anno. Ciò significa che nel corso di un settennato di programmazione l’Italia versi circa 90 mld. Nel caso del settennato in corso, ne dovrebbe ricevere indietro, se è in grado di spenderli, circa la metà, ovvero 43. E il saldo che fine fa? In gran parte è assorbito dalle altre 12 politiche europee, di cui una quota ritorna anche all'Italia. Ma una parte consistente sono i costi della cosiddetta euroburocrazia, sia amministrativa che politica.

Concludendo, a fronte di versamenti per circa 90 mld l’Italia riceve in cambio finanziamento per 43, gravati però da una complessità burocratica e una inefficacia aggiuntiva rispetto ai programmi di spesa ordinari.

Forse è venuto il momento di cambiare qualcosa...

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