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Europa e Islam: lo Stato laico deve dialogare con i cittadini, non con i fedeli

L'Europa oggi si confronta con un Islam – talvolta radicale e violento – che le cresce dentro. Se, come molti sostengono, l'islamismo radicale rappresenta il fallimento delle tipologie di integrazione vigenti nei vari paesi, è però possibile trovare una risposta politica comune ed efficace.

Una risposta comune che deve basarsi sulla volontà politica di non commettere l’errore fatto dal dittatore Tito nella Jugoslavia del secondo dopoguerra; un errore di cui ancora oggi noi paghiamo conseguenze che si concretizzano in un crescente fondamentalismo islamico balcanico.

Tito creò, al fianco delle nazionalità croata, serba, slovena, macedone, ecc.. anche quella dei musulmani, andando così a sradicare dalle comunità di appartenenza su base linguistica, culturale ed etnica, individui e famiglie che furono collocate all’interno di una nuova realtà basata sulla fede religiosa; ma i musulmani non appartengono alla “nazione dei musulmani” (altra cosa è la Umma, il concetto di comunità musulmana).

Pertanto noi oggi dovremmo fare molta attenzione nell'interloquire con soggetti pseudo-religiosi, unioni, associazioni o comitati islamici (in alcuni casi vicini a ideologie violente, fondamentaliste e radicali come quella dei “Fratelli Musulmani”) che, non solo non rappresentano gli individui che dicono di rappresentare, ma che, rafforzandosi attraverso la legittimazione dello Stato, annullano la diversità, le origini, le differenti ambizioni e le istanze, spostandole su un piano meramente fideistico anzichè di identità nazionale (di nascita o acquisita). Non commettiamo l'errore di dare a tali soggetti un ruolo che non hanno neppure nei loro paesi di origine.

È invece necessario ridare dignità a quelle persone che arrivano in Europa interfacciandoci con loro sulla base della laicità e del paese di origine, anche grazie al ruolo sempre più importante che verrà chiesto di svolgere ad ambasciate e a consolati stranieri nel nostro paese, e non su basi religiose; ciò renderà molto più semplice quel processo di integrazione che al momento è impossibile realizzare, e che invece è necessario e vogliamo compiere.

L’esercizio della libertà religiosa in Italia, garantito dalla Costituzione, non deve essere discriminatorio come invece appare essere la collocazione di cittadini tunisini, filippini, pakistani, o italiani convertiti, all’interno dell’unificante e artificiosa categoria dei musulmani. Trattiamoli per quello che sono: da cittadini e non da fedeli. Se riusciremo a fare questo, avremo successo, altrimenti saremo costretti ad affrontare maggiori conflittualità, ingiustizie e violenze sociali. Di questo l’Europa e i paesi europei devono farsene carico. L'Italia per prima.

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Foto del profilo di Claudio Bertolotti
Analista strategico, docente di "Analisi d'Area", esperto di Difesa-Sicurezza. Già capo-sezione Contro-Intelligence e Sicurezza della NATO in Afghanistan, si occupa di aree di crisi, interesse strategico nazionale, dialogo interculturale, internazionalizzazione e, in particolare, di flussi migratori, terrorismo, conflittualità e dinamiche sociali del Medioriente e del Nord Africa. Collabora con Università e con importanti think tank e centri istituzionali e privati, italiani e stranieri, in qualità di esperto in Conflict, Security e State Building. Ha sviluppato il seminario di “Cultural awareness” a favore dei contingenti militari in operazioni dal 2009 al 2016, ed ha operato e opera come SME (Subject Matter Expert) per organizzazioni governative e la NATO, in particolare il Centro di Eccellenza NATO “Human intelligence” contribuendo allo sviluppo della linea guida sugli aspetti umani dell’ambiente operativo. Ha scritto oltre 150 tra libri, saggi e articoli in tema di sicurezza e terrorismo. È laureato in Storia contemporanea, specializzato in Sociologia dell’Islam e dottore di ricerca in Sociologia e Scienza Politica, indirizzo Relazioni Internazionali. Infine, da buon Alpino, è appassionato di sci alpinismo.

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