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Esteri

Elezioni in Germania: quelle leadership europee che hanno perso il rapporto con gli elettori

Le reazioni del presidente della commissione europea Juncker e di Angela Merkel alle elezioni in Germania indicano che le classi dirigenti e i leader dei grandi partiti europei si sono resi conto, tardivamente, di aver perso il rapporto con i loro elettori. Non si è compreso che qualcosa stava cambiando nei sentimenti dei popoli europei e che da Brexit all'affermazione dei nazionalisti di “Alternativa per la Germania” andavano in crisi le forme tradizionali della rappresentanza - tutto questo in uno scenario di forte mutamento a livello internazionale. Juncker si è “caldamente congratulato” con la cancelliera Merkel “per la sua vittoria storica, la quarta consecutiva”, ma si è sentito in dovere di aggiungere che “alla luce delle importanti sfide globali, l'Europa ha bisogno più che mai di un governo tedesco forte, e di un governo che sia in grado di dar forma attivamente al futuro del continente”. Gli ha fatto eco Merkel, “è importante che il governo della Germania sia stabile e durevole”, ha detto la cancelliera in conferenza stampa. Dichiarazioni da cui traspare una certa preoccupazione.

La decisione dei socialdemocratici tedeschi di passare all’opposizione dopo la sonora sconfitta alle elezioni, infatti, stavolta rende le cose più complicate per Angela. Il blocco conservatore formato dalla Unione Cristiano-Democratica (Cdu) e l'Unione Cristiano-Sociale in Baviera (Csu) ha preso il 33 per cento perdendo circa un milione di voti a favore soprattutto della destra nazionalista, quell’Afd che con il suo exploit è stata la vera sorpresa uscita dalle urne, un partito che porta oltre ottanta deputati in Parlamento. Diventa quindi più difficile formare un nuovo governo di coalizione e soprattutto garantire la governabilità. Tramontata la “Grosse Koalition” tra conservatori e socialisti che ha governato il Paese negli ultimi anni, la Merkel ora guarda ai Verdi e ai liberali, senza rinunciare a una interlocuzione con l’alleato di un tempo. Ma il ritorno delle forze liberali in parlamento, divenute a quanto pare decisive per la formazione del governo, è un altro elemento che potrebbe generare delle asprezze da parte di Berlino verso Bruxelles e gli altri partner europei, in particolar modo sui temi economici.

Da qui le rassicurazioni di Juncker, che ricorda il piano di riforme della Commissione per l’Europa, annunciato nel discorso sullo Stato della Unione di qualche tempo fa. Per Juncker, che non perde occasione per attribuire patentini di democrazia al libero voto dei tedeschi, è necessario “distinguere tra coloro che mettono in dubbio le politiche europee da quelli che vogliono distruggere l'Ue”. Da qui la “necessità di fornire risposte politiche adeguate alle reali preoccupazioni della gente, e spiegare loro meglio l'Ue di fronte al discorso populista”. Non è chiaro però quali siano state fino adesso le ricette escogitate dalla Commissione europea per governare i grandi fenomeni della nostra epoca come l’immigrazione, per contenere la guerra scatenata dal terrorismo islamico in Europa o per fronteggiare gli strascichi della crisi economica e finanziaria.

Il francese Macron, dal canto suo, dopo l’esito delle elezioni tedesche ha tenuto a precisare che la rifondazione della Ue passa da una “Europa sovrana, unita e democratica”, con enfasi su quella parola, sovranità, che rimbalza da Washington a Londra e anche altrove. In Germania si apre quindi una fase, vedremo quanto lunga, che dovrebbe condurre a una coalizione “frastagliata" e ci si domanda se il rischio sia proprio la tenuta della Merkel. Il quarto mandato della cancelliera sarà un pericolo per la stabilità europea? Può sembrare paradossale che proprio nel Paese che più ha beneficiato della introduzione dell’euro sia emersa con forza la spinta dei partiti nazionalisti; in realtà è un altro sintomo di quella crisi di leadership e di rappresentanza che avvolge la vecchia Europa.

Il voto tedesco in definitiva ci insegna che occorre mettere sul tavolo proposte nuove, creare schieramenti politici alternativi, con l'obiettivo di cambiare davvero le cose una volta vinte le elezioni. Tutto questo può essere fatto trasformando il voto di protesta che premia le forze politiche più radicali in una disposizione a governare. Se guardiamo all'Italia, capiremo meglio come stanno le cose dopo il giro di boa del 5 novembre, con il voto in Sicilia che aprirà le danze per le politiche. Per adesso, guardando alla Germania, sembra proprio che lo schema della “Grande coalizione” sia superato.

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1 Commento su "Elezioni in Germania: quelle leadership europee che hanno perso il rapporto con gli elettori"

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Stefano Mei
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A mio parere buona parte dei voti persi dalla CDU/CSU sono andati ai liberali che rispetto alla precedenti elezioni hanno guadagnato più del 5%. Presumibilmente questi elettori, delusi dalle politiche della Merkel degli ultimi tempi, in particolar modo quella sull’immigrazione non se la sono sentita comunque di votare per la destra radicale, possibilmente riconoscendosi nonostante tutto sui valori del popolarismo europeo. Altrettanto sono dell’idea che i voti dell’AFD vengano da buona parte da ex elettori dello SPD (classe medio-bassa, operai, residenti in periferia) in quanto hanno sentito quest’ultimo lontano dai problemi sociali (AFD ha una spiccata sensibilità nazional-sociale)

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