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Idee

Economia italiana e globalizzazione: come ripartire

L’attuale sistema economico prevede una sorte di etero direzione della nostra economia Italiana da parte da un lato delle forze di mercato che spingono al ribasso i prezzi dei prodotti e i salari (il cd dumping o importazione sottocosto, prevalentemente Cinese e da Sud Est Asiatico) e dall’altro lo sforzo di allentamento monetario da parte della BCE per farci ripartire con una moneta più competitiva con ovvi problemi di disallineamento tra Stati o Regioni forti (l’Europa del Nord in netto surplus commerciale) e la periferia dell’Eurozona (i cd PIGS: Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), vittime da un lato di una moneta troppo forte e dall’altra di economia e finanze pubbliche fragili e sostanzialmente da ripensare.

È palese che con un rapporto debito/PIL ai massimi storici (2.25trn lo stock, 135% il ratio) e una crescita asfittica allo 0.8% non siamo certo in condizione di creare occupazione privata nonostante la ormai liberalizzazione spinta del mercato del lavoro imposta dal cd jobs act (+600k occupati prevalentemente precari nel privato o creati tramite spesa pubblica che alimenta deficit e debito futuri, per non parlare dei cd voucher o del lavoro a chiamata). Siamo dunque tra incudine e martello, nel senso che da un lato non possiamo attingere a svalutazioni competitive della nostra moneta e dall’altro non siamo nemmeno liberi di produrre aggiustamenti attraverso la leva fiscale in quanto riduzioni fiscali non sarebbero percepite come permanenti da parte di famiglie e imprese dato lo stock elevato di debito pubblico.

Quindi ci stiamo letteralmente ‘cinesizzando’ nel lavoro privato o se preferite stiamo andando verso il cd paradosso di Marx con i salari più bassi d’Europa e decrescenti, e, dall’altro, non riusciamo di beneficiare della spinta su consumi e investimenti della unica occasione di un Euro debole da QE o da prezzi del petrolio ai minimi storci e inflazione bassissima (con tassi negativi euribor). Inoltre, i nostri asset reali (immobiliare prima di tutto) sono depressi non consentendo neppure una rivalutazione della ricchezza delle famiglie Italiane (e dello Stato che non può certo e non deve vendere a questi prezzi).

In questo scenario non facile, si aggiunge la variabile Trump che sta già portando sui mercati un dollaro forte e nuovamente bene rifugio, tassi USD in aumento (con costi e rischi in aumento per il nostro debito pubblico che è BBB- vs AA+ per quello USA) e una politica di difesa della propria manifattura contro le importazioni asiatiche e messicane. In poche parole una rivincita della manifattura made in usa, e della middle class americana, attraverso un imponente piano di rilancio degli investimenti pubblici (la revisione dei trattati commerciali NAFTA e con l’Asia e la introduzione di dazi e tasse sull’importazione mi sembrano manovre protezionistiche anacronistiche per la patria del cd ‘libero mercato’).

Che fare dunque in Italia e per la manifattura Italiana. Abbiamo già parlato di spending review nel pubblico e federalismo fiscale per rilanciare le nostre finanze, ma molto si può fare su competitività, produttività ed esportabilità del made in Italy in larga scala e sul rilancio dei nostri distretti industriali che costituiscono la vera spina dorsale del nostro sistema produttivo.

Pensiamo a quante nostre PMI sopravvivono e guadagnano nei mercati globali grazie a soluzioni innovative e taylor made in settori variegati quali il food, il pharma, la meccanica di precisione, il biomedicale, il lusso. Sono le nostre cd multinazionali tascabili (i.e. Brembo, De Longhi, Campari, Diasorin, Recordati, Cuccinelli, Tods..tra le quotate) che sopravvivono e prosperano grazie a prodotti di competitiva qualità. Alcune di esse sono quota, altre lo saranno grazie al programma Elite di Borsa Italiana per le eccellenze made in Italy. Il problema è legato alle dimensioni poiché crescere a doppia cifra (ben più quindi del nostro PIL Italiano) è cosa semplice relativamente fino ai 50-100mn di fatturato, poi le economie di scala diventano essenziali per sopravvivere e pochi ce la fanno (i.e. quelle che in economia hanno il cd ‘potere di mercato’ su prezzi e costi). È su queste eccellenze e su questi settori che deve focalizzarsi il nostro sforzo di politica economica attraverso interventi ad hoc di sgravio ed incentivazione e non su settori che ormai in Italia non producono più. Nella speranza di attirare investimenti nel medio termine che creino occupazione e consumi nel senso più fordistico del termine, ovvero come rafforzamento del nostro mercato interno, particolarmente depresso e in deflazione.

Si pensi che nella grande industria automobilistica siamo scesi in 15 anni del 35% come veicoli prodotti in Italia, a fronte di consumi in calo di solo il 15%. Quindi la grande impresa dei settori tradizionali ciclici è fuggita all’estero a produrre, una volta liberalizzato il mercato e finiti gli incentivi (Fiat è ormai made in USA o Polonia con sedi fiscali delle holding a Londra o Amsterdam, Pirelli è cinese, il ‘bianco’ si chiama Whirlpool o Electrolux…), con impatti occupazionali e costi sociali enormi (CIG ord/staord., chiusure…).

Sicuramente non è attraverso politiche protezionistiche che si difende il made in Italy, ma attraverso l’attenta selezione dei settori ai quali destinare le nostre risorse pubbliche. È inutile incentivare le multinazionali che vengono in Italia con logiche opportunistiche e spesso non pagano neppure le tasse qui (V. i casi Apple, Amazon) oppure chi ha già delocalizzato su larga scala la produzione domestica.

Da noi purtroppo non avremo mai la nascita di una start-up alla Apple e neppure una nuova Sylicon Valley in Sicilia. Ripartiamo invece dai nostri distretti e dalle nostre eccellenze che sono ancora numerose e variegate, le quali vivono ancora grazie ad esportazioni che possono anche rappresentare fino all’80% del fatturato, e continuano a produrre qui nonostante uno Stato che non li aiuta di certo e un sistema banco-centrico in crisi. Cerchiamo inoltre che restino Italiane anche nella proprietà, per non perdere settori per noi strategici. Le eccellenze Italiane rappresentano la nostra identità in un Europa unica e forte a livello economico.  Valorizziamo le capacità, le competenze ed i talenti che questo Paese ancora dispone su larga scala al suo interno e nella sua società civile.

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