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Programma / Sicurezza

Difesa-Sicurezza europea: minore spesa, tanta resa

L'evolvere della situazione geopolitica globale e della sicurezza internazionale legata al terrorismo islamico e alla gestione dei flussi migratori, nonché un ruolo sempre più coordinato e interconnesso tra Forze di Polizia e Forze Armate per la sicurezza interna, rendono ormai inscindibile il binomio Difesa-Sicurezza.

E sebbene da parte di alcune forze politiche populiste e nazionaliste, e di una parte dell'opinione pubblica, vi siano resistenze od opposizioni nei confronti di una struttura europea anche di Difesa-Sicurezza, è però vero, come evidenziato da un recente studio dell'ISPI, che per far fronte alle principali problematiche di Difesa-Sicurezza i cittadini chiedono all'Europa di fare di più. A ciò si aggiunge il fatto che i paesi europei non sarebbero oggi in grado, presi singolarmente, di contrastare una qualsiasi guerra convenzionale (neanche per difendere i propri confini).

Questo è un bene, perché la sfida di una riorganizzazione sostanziale degli strumenti nazionali per la sicurezza dei cittadini passa attraverso una razionalizzazione che apre alla possibilità di uno strumento efficiente, razionale e dai costi molto ridotti.

Ed è proprio questo il punto principale: garantire sul serio la sicurezza ai cittadini europei, spendendo meno: molto meno!

I costi di una “non-Europa della Difesa-Sicurezza”

L'Unione europea è seconda solo agli Stati Uniti per spesa militare, ma non è la seconda potenza militare; tutt’altro, poiché la sua difesa è affidata a 28 eserciti nazionali blandamente legati tra di loro attraverso accordi bilaterali e multilaterali.

Da 26 a un massimo potenziale di 130 i miliardi l’anno: questo è il totale di euro che potrebbero essere risparmiati dall’Europa attraverso l'integrazione della difesa, ottenendo al contempo un miglioramento sul piano dell'efficienza operativa: servizi comuni, collaborazione negli armamenti, specializzazione dei ruoli, riduzione delle sovrapposizioni. E se manca il patriottismo europeo – per chi va a morire il soldato europeo? –, la ragione che dovrebbe spingere le nazioni a difendere i propri confini e i propri valori, allora è opportuno puntare su altro: i costi, che si traducono in tasse per i cittadini; se non per volontà facciamolo allora per necessità: ha senso mantenere 28 sistemi diversi? Non più, costa troppo e i soldi risparmiati potrebbero rimanere nelle tasche dei cittadini-contribuenti e servire a rilanciare l'economia dei paesi creando nuove opportunità di lavoro e migliorandone i servizi per la collettività, a partire da sanità e scuola.

Bisogna pertanto cominciare a pensare a un’industria della difesa europea e un comune comando militare europeo. Ma per far questo è necessario vincere le forti resistenze politiche e delle burocrazie nazionali (in particolare i ministeri della Difesa e degli Affari Esteri).

Un passo necessario che potrebbe passare attraverso l’istituzione di un Fondo UE per la difesa e l’esclusione dei contributi nazionali dal calcolo del deficit. Se, per esempio, l’Italia mettesse il 50 per cento delle risorse per la difesa in comune con gli altri Stati il debito potrebbe ridursi di venti punti percentuali nei prossimi anni. Un indubbio ulteriore vantaggio che consentirebbe di ridurre il carico fiscale (le tasse) per i contribuenti.

Difesa-Sicurezza europea: tante ragioni per farla, nessuna per non farla.

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Foto del profilo di Claudio Bertolotti
Analista strategico, docente di "Analisi d'Area", esperto di Difesa-Sicurezza. Già capo-sezione Contro-Intelligence e Sicurezza della NATO in Afghanistan, si occupa di aree di crisi, interesse strategico nazionale, dialogo interculturale, internazionalizzazione e, in particolare, di flussi migratori, terrorismo, conflittualità e dinamiche sociali del Medioriente e del Nord Africa. Collabora con Università e con importanti think tank e centri istituzionali e privati, italiani e stranieri, in qualità di esperto in Conflict, Security e State Building. Ha sviluppato il seminario di “Cultural awareness” a favore dei contingenti militari in operazioni dal 2009 al 2016, ed ha operato e opera come SME (Subject Matter Expert) per organizzazioni governative e la NATO, in particolare il Centro di Eccellenza NATO “Human intelligence” contribuendo allo sviluppo della linea guida sugli aspetti umani dell’ambiente operativo. Ha scritto oltre 150 tra libri, saggi e articoli in tema di sicurezza e terrorismo. È laureato in Storia contemporanea, specializzato in Sociologia dell’Islam e dottore di ricerca in Sociologia e Scienza Politica, indirizzo Relazioni Internazionali. Infine, da buon Alpino, è appassionato di sci alpinismo.

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