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Economia e Fisco / Idee

Il Decennale della Grande Crisi

Il primo giorno dell’estate 2007 Bear Stearns, prestigiosa banca d’investimento fondata nel 1923, fu costretta a prestare 3,2 miliardi di dollari al Bear Stearns High-Grade Structured Credit Fund per evitarne il fallimento e a negoziare un altro prestito per il Bear Stearns High-Grade Structured Credit Enhanced Leveraged Fund. Per quanto Bear Stearns avesse impegnato briciole del suo capitale in quei fondi, si giocava la reputazione perché era molto attiva nel collocamento di titoli cartolarizzati (Asset Backed Securities, ABS), i famigerati titoli tossici. Entrambi i fondi erano specializzati in particolari tipi di ABS, le collateralized debt obligation (CDO), cioè obbligazioni garantite da mutui ipotecari. Semplificando al massimo, le banche commerciali che avevano concesso tali mutui, li scaricavano dai bilanci vendendoli a veicoli societari speciali (in gergo SPV), che a loro volta emettevano i CDO per un ammontare pari alla somma dei mutui. Il CDO era diviso in tranches di cui quella detta junior, esposta alle prime perdite, otteneva un interesse più alto, mentre la senior, più protetta, era meno redditizia ma con un rating tripla A.

I CDO venivano ritenuti sicuri per due motivi che si rivelarono fallaci: 1) storicamente i default sui mutui erano stat rari; 2) il valore degli immobili negli USA era in continua crescita. Attorno ad essi poi si sviluppò una congerie di titoli ancora più tossici con clausole che riempivano centinaia di pagine di cui in realtà nessuno comprendeva il senso e tantomeno le implicazioni per il prezzo.

Ma cosa alimentava la proliferazione di questi castelli di sabbia? Dal crollo delle dotcom la Fed (basandosi sull’esperienza dopo il lunedì nero del 1987) aveva preso l’abitudine di sostenere Wall Street abbattendo i tassi di interesse in modo che un’ondata di liquidità si riversasse sulle azioni. Era la cosiddetta Greenspan put.

Purtroppo con i tassi rasoterra, fondi pensione e assicurazioni non erano in grado di garantire i loro impegni dato che le regolamentazioni imponevano di acquistare per lo più titoli a tripla A, che però rendevano una miseria. Quindi erano alla vana ricerca di titoli sicuri, ma dai rendimenti alti. Con il coinvolgimento di due banche semipubbliche, conosciute come Fannie Mae e Freddie Mac, che operavano un quasi monopolio sul mercato secondario dei mutui, si congegnarono i CDO e titoli analoghi a cui le agenzie di ratings conferivano l’agognata tripla A. Ma il rischio di credito sui mutui era rimasto trascurabile fintanto che le banche avevano selezionato oculatamente i mutuatari. Quando fu possibile appioppare il rischio agli incompetenti acquirenti di CDO, le banche iniziarono a erogare mutui senza controllipersino a gente che non aveva né lavoro né risparmi. Nacquero così i mutui subprime su cui le banche incassavano laute commissioni e che erano ben visti dall’Amministrazione Bush decisa a favorire l’acquisto della prima casa.

Le agenzie di ratings, allettate dagli introiti delle consulenze, chiusero gli occhi di fronte a questo snaturamento del profilo di rischio e continuarono a distribuire triple A con la lena di un pusher del Bronx, mentre le banche centrali dormivano o approvavano giulive. L’allora Presidente della Fed Alan Greenspan nelle audizioni al Congresso a chi paventava pericoli di instabilità, replicava fideisticamente che il sistema finanziario aveva parcellizato ed allocato i rischi in modo efficiente.

Nell’aprile del 2006 i prezzi degli immobili USA invertirono il senso di marcia e il dramma prese corpo. A luglio del 2007 Bear Stearns ammise che il valore dei CDO nei suoi fondi era pressoché azzerato e pertanto li chiuse. Il 9 agosto 2007 la banca francese BNP congelò tre dei suoi fondi esposti ai mutui subprime e annunciò che avrebbe smesso di divulgare il valore dei loro attivi perché non esistevano acquirenti per i titoli tossici. La paura che le valutazoni dei CDO stessero evaporando si abbattè sul mercato dei prestiti interbancari: la fiducia sulla solvibilità delle controparti iniziò a diradarsi e i tassi a impennarsi inaugurando la fase acuta della crisi. Le banche centrali reagirono aprendo i rubinetti della liquidità, ma la magnitudine del problema ormai non era contenibile con strumenti ordinari. A luglio 2007 le borse mondiali iniziarono a ripiegare e l’economia USA rallentò, il mercato del lavoro si bloccò, i prezzi delle case precipitarono, mentre le rate dei mutui salivano e con essi il numero di famiglie morose. La crisi varcò l’Atantico: Northern Rock, veneranda banca britannica subì una corsa agli sportelli (la prima sul suolo britannico in 150 anni) e il 22 febbraio 2008 venne nazionalizzata. A marzo 2008 Bear Stearns – il cui capitale netto era valutato poco sopra i 10 miliardi di dollari contro un’esposizione di circa 400 miliardi – chiese l’intervento della Fed che la mise in liquidazione, affidandola a JP Morgan.

Nell’estate del 2008 il toto-bancarotta prese a puntare su Lehman Brothers regina dei titoli a reddito fisso, che collassò nel week end del 15 settembre, nonostante le sue obbligazioni tripla A. Il mercato monetario USA, centro nevralgico dell’architettura finanziaria globale subì l’equivalente di un collasso cardiaco e i mercati del pianeta si bloccarono

Solo un intervento senza precedenti delle autorità USA impedì un disastro epocale: il 2 ottobre 2008 il Presidente Bush firmò il Troubled Asset Relief Program, una legge che autorizzava il governo a disporre fino a 700 miliardi di dollari per acquistare o garantire i titoli tossici. Ma l’onda d’urto della crisi non si fermò oltreoceano. Si propagò con violenza in Europa soprattutto nel Regno Unito, Irlanda e Islanda, i cui sistemi bancari si schiantarono. Negli altri paesi, in particolare Germania, Francia e Belgio i governi intervennero in ordine sparso per salvare vari istituti finiti in difficoltà. In Italia si fece finta che tutto andasse per il meglio. E per questo ancora non ne veniamo fuori.

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