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Infrastrutture e Trasporti

Codice degli Appalti: Correttivo o Rottamazione?

Il Parlamento sta per emettere il parere consultivo sul Decreto correttivo del Codice degli Appalti. Così il Governo potrà varare il maquillage alla "riforma" partorita solo un anno fa. Ma che, più che una riforma, sarebbe opportuno definire l'ennesima revisione della vecchia legge "Merloni" del 1994. Peraltro la più controversa delle revisioni. Oggetto di critiche sia da parte degli operatori (tranne pochi beneficiati quali subappaltatori e progettisti, peraltro penalizzati dall'attuale versione del correttivo) che dei giuristi. A iniziare dal massimo organo di giustizia amministrativa, il Consiglio di Stato. Per finire con gli avvocati amministrativisti ai quali la legge, per limitare il contenzioso e snellire la realizzazione delle opere, di fatto rende impossibile l'esercizio di tutela dei diritti delle imprese in sede giurisdizionale.

Come noto il risultato dell'esordio del nuovo Codice è stato il tracollo del numero di bandi di appalto delle opere pubbliche. E ciò basterebbe a darne il giudizio finale, in un momento particolarmente critico per il settore delle costruzioni. Considerato da tutti gli economisti come la cura anticiclica per antonomasia alle crisi economiche, come quella che stiamo attraversando.

Ma qualcuno sostiene che sia il prezzo da pagare per la modernizzazione del sistema e quindi dobbiamo aspettare i nuovi progetti esecutivi da mettere a gara e la qualificazione delle stazioni appaltanti. Auguri!

La verità è che la nuova versione del Codice, necessaria per recepire alcune nuove direttive comunitarie, è in realtà una di quelle leggi che si possono definire "emozionali". Condizionata dal clima generale in cui si trova il Paese. E in particolare dalla spinta dell'opinione pubblica ad arginare i fenomeni corruttivi. Spinta che aveva già portato Renzi a trasformare l'Autorità di Vigilanza sui Contratti Pubblici in Autorità anticorruzione, l’ANAC. Come se bastasse creare nuove leggi o, peggio ancora, un organismo di controllo, per contenere un fenomeno che può essere contrastato solo con la trasparenza, la concorrenzialità, e alleggerendo il potere discrezionale dell'amministrazione. Come scriveva Tacito "corruptissima re publica plurimae leges"!

Dal rimpianto Regio Decreto sui lavori pubblici n. 350 del 1895, si è arrivati ai 220 articoli del codice attuale, oltre ai 50 provvedimenti di secondo livello, tra decreti ministeriali e le soft low emanate, in forma narrativa, dall'onnipresente ANAC (ma un organismo che per sua natura dovrebbe essere indipendente, ha la facoltà di scrive le regole?).

Con le modifiche apportate, il Codice, contrariamente ad essere semplificato, appare un coacervo di norme. Che rendono quasi impossibile operare con certezza per qualunque solerte funzionario pubblico. E con le quali si aspira a creare il mondo perfetto attraverso cui la pubblica amministrazione dovrebbe - nel rispetto dei principi di economicità, trasparenza e concorrenza - poter acquistare di tutto, da un ospedale alle siringhe, per finire ai servizi, dai più semplici, come quelli di pulizia, ai più complessi, come quelli finanziari.

E quindi, ovviamente e malgrado lo sforzo onnicomprensivo, dal testo traspaiono grandi incongruenze e omissioni. Per esempio norme concepite più per le grandi infrastrutture lineari che per le opere pubbliche puntuali. E in particolare quelle piccole e piccolissime che sono quelle più diffuse nel Paese dei mille campanili. Alcune questioni, come gli scavi archeologici, sono dettagliate all'inverosimile, altre del tutto ignorate. Quale per esempio il rapporto tra pianificazione urbanistica e programmazione delle opere pubbliche. E poi alcune buchi neri su mercato e concorrenza: perché ad una gara di servizi di ingegneria possono partecipare soggetti pubblici, quali Università e aziende di Stato, in concorrenza con i privati? Oppure, quali sono le modalità di attivazione, auspicate da altre leggi dello Stato, dei fondi immobiliari privati per la valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico ovvero per l'housing sociale?

Alcune questioni sono entrate per la porta principale, altre sono uscite dalla finestra.

Del resto come si fa a contenere tutto e tutti in un unico testo regolativo. In un enorme monumentale volume non corrispondente alle necessità delle nostre asfittiche e demotivate amministrazioni?

A questo punto la domanda che viene spontanea è: non sarebbe ora di rottamare il Codice e fare una vera riforma di settore, destrutturando tutta la legislazione sulla contrattualistica pubblica e riformulare la materia in un'unica legge di principi? Una nuova, semplice ed efficace norma di Public Procurement. Su cui "appoggiare" una vera soft low fatta di linee guida operative, elaborate su buone pratiche già sperimentate. E, ultimo ma non ultimo, applicare un principio di gradualità nella complessità delle procedure rapportato alla dimensione economica dell'investimento.

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