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Esteri / Infrastrutture e Trasporti / Senza categoria

Cina, Russia e Turchia nei Balcani occidentali. E l’Italia?

la presenza della Russia, della Cina e della Turchia nei Balcani occidentali rappresenta una minaccia oppure un’opportunità per la regione?

*su Open_Esteri gli articoli dei partecipanti del gruppo Esteri di Energie per l'Italia. Segui il dibattito.*

di Francesco Tremul

Lo sviluppo infratturale delle regioni europee meno attrezzate sono un dei motori dello sviluppo economico non solo di quelle regioni ma di intere filiere produttive situate sul continente europeo e non solo. Per sostenere tali sforzi, attraverso vari fondi e programmi finanziari, l’Unione Europea fornisce circa 20 miliardi di euro all’anno nel settore delle infrastrutture agli stati dell’Europa centrale.

Se però spostiamo lo guardo ad una regione prossima all'Italia come quelle dei Balcani, la situazione delle infrastrutture è peggiore che nell'Europa centrale ed un aiuto europeo di dimensioni simili al momento è indisponibile. Lo sviluppo infrastrutturale nei Balcani appare, perciò, fortemente limitato per i prossimi anni a meno di considerare l’intervento creditizio proveniente dall'estero, in cui spicca, tra gli altri, l'interesse del governo cinese. Significativo, in questo senso, come il documento di strategia sulla sicurezza nazionale americana faccia esplicito riferimento alla crescente influenza politica degli investimenti cinesi in Europa. Inoltre, un altro elemento da tenere in consideraizone è la forte dipendenza dei Balcani occidentali dai flussi energetici provenienti dalla Russia.

Ci si chiede se la presenza della Russia, della Cina e della Turchia nei Balcani occidentali rappresenti una minaccia oppure un’opportunità per la regione? Sebbene tutti i Balcani siano oggi inseriti in percorsi d'integrazione con la UE, l’influenza dei contendenti geo-strategici sta aumentando il proprio peso, non solo perché la cooperazione con i Balcani è fruttifera, ma soprattutto perché l’UE non ha avuto in questi anni la volontà politica di essere sufficientemente attiva nell’area.

Ora, di nuovo, l’UE è tornata a rivolgere la sua attenzione alla regione, anche se meno di quanto ci si potesse aspettare, ma quasi esclusivamente per le preoccupazioni geopolitiche circa il ruolo della Russia, attore particolarmente visibile in Republika Srpska (in Bosnia Erzegovina), in Macedonia ed in Montenegro. La Cina invece sta investendo in termini di infrastrutture, strade, ponti e centrali elettriche. È nel suo interesse sviluppare relazioni con stati che dovrebbero diventare parte dell’Unione Europea, in modo da avere investimenti già in piedi nella prospettiva di una futura adesione: fin dal momento in cui la Cina ha assunto il controllo del porto del Pireo in Grecia, ha voluto creare un corridoio che va dall’Attica attraverso la Macedonia e la Serbia, fino all’Ungheria e all’Europa centrale.

In quest’ottica vanno visti sia il pacchetto di 7 progetti di connettività nei settori dei trasporti e dell’energia per 197 milioni di euro e lo stanziamento aggiuntivo di 48 milioni di euro come strumento di finanziamento per le PMI dei Balcani occidentali annunciati a Trieste durante il vertice europeo dello scorso luglio (oltre ai 5 progetti per un totale di altri 150 milioni annunciati al precedente vertice di Parigi).

Gli interessi dell'Italia nei Balcani. Non è solo la vicinanza geografica a legare l’Italia ai Paesi balcanici. Ci sono alcuni numeri che raccontano bene anche quanto le due sponde dell’Adriatico siano vicine a livello economico: l’Italia è il secondo fornitore e anche il secondo cliente dei Balcani occidentali (Bosnia Erzegovina, Serbia, Albania, Macedonia, Montenegro, Kosovo). Tra il 2010 e il 2016 il valore dell’interscambio è aumentato del 47,9% passando da 5,1 miliardi di euro a quasi 7,5 miliardi. Nell’ultimo biennio le esportazioni dell’Italia nei 6 Paesi sono tornate a crescere e ora sfiorano i 4 miliardi (+7,7% nel primo trimestre 2017). Le imprese italiane sono molto presenti, in particolare le PMI con 665 aziende, di cui 275 in Serbia e 253 in Albania. Tra l’altro, la struttura imprenditoriale di questi Paesi guarda all’Italia come un possibile modello, visto che già oggi le PMI generano più della metà dei posti di lavoro e del valore aggiunto.

Nel momento in cui la regione si appresta innanzitutto ad integrarsi economicamente, come premessa all’integrazione al mercato unico europeo, le PMI italiane possono essere un punto di riferimento e rappresentare dei partner con cui le PMI dei Balcani occidentali possono costruire partenariati e altre forme di collaborazione industriale e commerciale, accelerando così la loro integrazione nelle catene di valore europee. Non solo, non sappiamo ancora quali trasformazioni la Via della Seta porterà nell’economia del mare Adriatico e in quali tempi ma per lo meno siamo nel posto giusto: passando per il mare Adriatico le merci cinesi risparmierebbero rispetto alla rotta su Rotterdam la bellezza di 7 giorni ed almeno un 10% di costi. Ma non si parla solo di logistica e merci, si parla anche di integrazione tra i territori.

E non va dimenticato “Adrion”, il programma dell’UE per l’area adriatico-jonica che vede coinvolti i Paesi membri (Italia, Grecia, Slovenia e Croazia) più altri come la Macedonia, in tutto 31 regioni. Il programma in questione oltre a rafforzare la porta est dell’Europa, ancorandola alla parte più sviluppata dell’economia industriale continentale (Germania ed Italia settentrionale), ha in progetto lo sviluppo di nuove relazioni con i Paesi balcanici. Finora esistono solo singole iniziative italiane in Croazia, Slovenia e soprattutto in Albania ma non c’è ancora la consapevolezza di questa opportunità. Eppure si tratta di economie che si sono messe in moto anche a ritmi interessanti: le economie si sviluppano per cerchi concentrici ed i Balcani sono il nostro vicino di casa, per le nostre PMI è quasi un tema obbligato e nel breve periodo è anche una prospettiva più concreta rispetto alla Via della Seta. Dovremmo muoverci prima di perdere il treno (e la nave).

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