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Brianza: le piccole e medie imprese vincono la partita dell’export

Lecco, 23 maggio 2917 - In una settimana di luci e di ombre per il Paese, il nostro spicchio di Brianza si rivela sempre un interessante luogo di osservazione. Da un lato sono arrivati i dati relativi al record di esportazioni italiane, con punte ancor più evidenti in alcune regioni e settori merceologici, ma con una sostanziale omogeneità che ben testimonia quanto l'Italia non sia forte solo in prodotti di moda ed alimentari ma, anzi, consolida la sua leadership mondiale nel manifatturiero in senso ampio (macchinari, metallurgia, medicale...). Dall'altro lato abbiamo potuto leggere le statistiche sul mondo del lavoro, relative a disoccupazione giovanile e trasformazione dell'occupazione: numeri che disegnano un Paese dove fatica a crescere il tasso di occupazione netta, dove rimane difficile l'accesso al mercato del lavoro da parte dei giovani, dove - in poche parole - si è completamente bloccato l'“ascensore sociale” che, unendo merito a opportunità, permette il crescere dell'economia, la diffusione della prosperità e il mantenimento della speranza nel futuro migliore, formidabile propulsore di qualsiasi comunità umana.

Ultima, ma di particolare interesse, un'analisi sul quotidiano "la Stampa" da cui emerge che in Italia ci sarebbero quattro milioni di posti lavoro che non si riescono ad occupare per mancanza di competenze, dicasi quattro milioni.

Che succede, dunque, tra i borghi e i capannoni della nostra operosa Brianza? Direi che emergono conferme e qualche spunto. Le aziende uscite dalla crisi stanno andando bene, spesso molto bene, anche quelle piccole e medie che sono la nervatura miracolosa del nostro sistema produttivo. Hanno fatto fatica, si sono ripensate, ristrutturate, hanno fatto vedere che la famosa flessibilità del piccolo e la geniale capacità imprenditoriale subalpina non sono bubbole, ma ingredienti che lasciano il resto del mondo a bocca aperta. Quasi sempre sono divenute campioni di esportazione, riducendo moltissimo la quota di mercato interno, ovvero dimostrando una formidabile propensione all'internazionalizzazione e una capacità di competere su tutti i mercati pur lavorando in Italia, il Paese più ostile all'impresa che si possa immaginare (tasse, burocrazia, mala giustizia, carenza di infrastrutture, costo del lavoro...). O qualcuno dice proprio per questo: se ce la fai in Italia… non puoi che trionfare all'estero!

I tassi di produttività, di impiego macchinari e di occupazione dipingono uno scenario pre-crisi, un forte consolidamento e un ritorno a buone marginalità. Certo, non dimenticando i numerosi morti e feriti lasciati sul campo.

Anche il lavoro, in questa porzione d'Italia che è più manifatturiera del Baden-Württemberg, segna indici positivi, vicini a quelli di otto anni fa, quando si poteva parlare di piena occupazione. Si evidenzia una ripresa della domanda nel settore dell'industria, specialmente di particolari figure. Non solo: molti imprenditori e alcune associazioni lamentano il fatto di non riuscire a trovare professionalità adeguatamente formate al loro bisogno.

Da questi elementi nasce quindi una riflessione sul rapporto tra scuola e impresa. Con un particolare riferimento non tanto (o non solo) al mondo universitario, ma al ruolo delle scuole tecniche professionali. Queste scuole secondarie sono state per troppo tempo considerate come scuole di serie B (quando non di serie C), "per quelli meno bravi", che non avevano una prospettiva universitaria. In realtà da questi istituti sono uscite figure professionali che, assieme agli imprenditori, sono state capaci di rendere grandi le nostre aziende negli anni dello sviluppo e oltre. Oggi serve una duplice operazione verso queste scuole. Anzitutto di ordine politico e culturale: istituzioni, aziende e corpi intermedi devono tornare a dire che gli istituti tecnici e professionali sono luogo socialmente riconosciuto di pari dignità con altri percorsi scolastici, di serie A tanto quanto un liceo, e luoghi di formazione professionale che permettono sempre più spesso di trovare occupazione ben più di una laurea in giurisprudenza, aprendo le porte a lavori tecnologicamente avanzati e dal percorso stimolante e con possibilità di carriera, senza precludere eventuali studi all'università, ma anzi.

In seconda battuta serve un'integrazione ancora più fitta tra scuola e impresa, affinché escano dal percorso tecnico professionale figure lavorative il più possibile aderenti alle nuove necessità delle aziende e, possibilmente, già preparate al lavoro. Va in questo senso molto della politica di alternanza scuola lavoro su cui ha puntato Regione Lombardia e che sta dando notevoli risultati, sia in termini occupazionali sia di soddisfazione da parte delle aziende.

Una scuola dentro l'azienda e l'azienda dentro la scuola: è questa la formula che permetterebbe oggi, sul cardine di merito e capacità sia di insegnanti sia di studenti, di dare una risposta ampia a quelle centinaia di migliaia di posti di lavoro che non vengono coperti da figure professionalmente adatte, continuando ad alimentare alti tassi di disoccupazione e disagio giovanile che solo una dimensione "di lavoro" può debellare.

Mauro Piazza, consigliere regionale, Regione Lombardia
Energie per l'Italia Lecco

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