Responsive Ad Area

Condividi

Economia e Fisco

Azzeriamo l’Irap alle imprese del Mezzogiorno

E’ noto che il Sud Italia soffre di condizioni di criticità – dovute a molteplici fattori storici – che ne minano da sempre lo sviluppo economico.

Il problema della disoccupazione e della creazione delle infrastrutture nel Mezzogiorno sono fattori decisivi per la competizione europea: se il Sud progredisce e riduce la distanza dall'Europa, l’Italia intera diviene più competitiva se, viceversa, retrocede, le conseguenze costituiscono un freno allo sviluppo per l’intero Paese.

In tale contesto, una politica normativa fiscale di vantaggio per il Sud non solo porterebbe benefici all’economia locale – con indubbi vantaggi sul versante dell’occupazione e dei consumi – ma costituirebbe, anche, fattore attrattivo per gli investimenti esteri.

Consapevole di quanto precede, il legislatore è più volte intervenuto con normative, tuttavia, spesso risultate discontinue e scoordinate.

E’ necessaria, invero, una strategia fiscale chiara, non modificabile nel tempo tale da non ledere il principio dell’affidamento degli investitori – in specie esteri - che in tale sistema pongono la loro fiducia: ne guadagnerebbe l’intero Paese riducendo, per l’effetto, il divario con le regioni del Centro Nord.

Alcuni fattori storicamente hanno frenato la penna della legislatore a favore di una coraggiosa normativa fiscale a favore del Mezzogiorno:

  1. l’atteggiamento restrittivo e diffidente dell’Unione Europea nei confronti delle forme più diverse in cui possono presentarsi gli aiuti di Stato (e una politica fiscale di vantaggio limitata ad alcune zone ne può costituire un esempio);
  2. il reperimento della coperture necessarie per controbilanciare tagli di imposte a favore delle imprese del Sud.

Sotto il primo versante, è noto che gli aiuti di Stato possono determinare distorsioni della concorrenza in quanto favoriscono determinate imprese o produzioni. E’ parimenti noto che il Trattato di Roma autorizza, tuttavia, alcune deroghe quando gli aiuti si dimostrino positivi per l’Unione Europea in generale.

Il principio è quello per cui le deroghe sono giustificate allorché le condizioni di svantaggio di alcune zone si palesino in croniche situazioni di basso reddito rispetto alla media europea, oppure laddove il sistema delle infrastrutture sia talmente poco sviluppato da non consentire lo sviluppo delle imprese ivi localizzate e, quindi, quest’ultime siano oggettivamente in posizione di svantaggio rispetto alle omologhe situate in zone strutturalmente più competitive.

Il vantaggio fiscale accordato, in tal caso, si configurerebbe per l’impresa beneficiaria come misura compensativa rispetto agli svantaggi del contesto socio-economico strutturale in cui è localizzata l’impresa medesima e, come tale, non solo non dovrebbe essere avversata ma, financo, auspicata dall’Unione Europea.

Si tratta, quindi, di trovare il giusto equilibrio tra gli effetti negativi sulla concorrenza e gli effetti positivi in termini di comune interesse.

La recente strategia fiscale adottata dall’Irlanda ha dimostrato che gli effettivi positivi sono stati in larga parte maggiori di quelli negativi e ciò ha consentito di attrarre investimenti stranieri e potenziare la crescita economica.

Alla luce di ciò, il legislatore italiano non deve temere infrazioni alla normativa europea laddove introduca per le imprese del sud forme di agevolazione fiscale che ben potrebbero, qualora qualificate come aiuti di Stato, usufruire del regime di deroghe che la stessa disciplina comunitaria prevede.

Per quanto si dirà in seguito una misura fiscale agevolatrice si potrebbe configurare nell’eliminazione dell’Irap per 5 anni per tutte le imprese operative nel Mezzogiorno; misura successivamente da estendere a tutte le imprese del Paese.

Venendo alla copertura necessaria all’eliminazione della suddetta imposta, nello specifico si stima che il taglio dell’Irap a livello complessivo per il Paese porterebbe minori entrate nel bilancio dello stato per circa 40 miliardi di Euro.

Minori entrate a scapito del servizio sanitario pubblico che, come è noto, è finanziato in buona parte dal gettito derivante dall’IRAP.

Tuttavia, se l’intervento di taglio dell’imposta fosse limitato, almeno inizialmente, alle sole imprese del Sud dove il tasso di copertura della spesa sanitaria garantito dal gettito Irap è modesto, le risorse da reperire sarebbero minori.

Siffatto intervento avrebbe il pregio di essere graduale per le casse delle Stato ed immediatamente compensativo per alcune zone di oggettivo svantaggio del Paese.

Con riguardo ai tagli di spesa la questione è nota e mai affrontata con sufficiente perseveranza e coraggio.

I recenti dati Istat confermano che dal 2008 al 2016, la spesa corrente delle Pubbliche amministrazioni (al netto degli interessi) è salita del 12%. Lo scorso anno tale spesa ha superato per la prima volta i 700 miliardi di euro, attestandosi a quota 705,7 cioè più di 10 miliardi sopra i livelli del 2015.

Negli ultimi sei anni si sono succeduti diversi governi, accumunati tutti da promesse e proclami di spending review: il risultato è stato l’aumento di 40 miliardi registrato dalle spese correnti al netto degli interessi fra 2011 e 2016 (+5,9%) ma ciò che più infastidisce è che tale aumento è stato finanziato integralmente da imprese e cittadini con tasse e imposte le quali, infatti, nello stesso periodo sono cresciute proprio di 40 miliardi (+5,4%). I conti tornano !

Nel medesimo periodo crollava del 25%, la spesa “buona” – quella che produce ricchezza futura - ovvero quella per investimenti passata da 48,6 miliardi di euro ai 35,048 del 2016. A scendere di più sono stati i lavori pubblici, -36,4% dal 2008, da 28,2 a 17,9 miliardi, -11,8% anche nel 2016.

In qualche modo il bilancio dello Stato ha tenuto a causa (anzi grazie) all’altro segno negativo registrato dalla spesa per interessi, che si è fermata poco sopra i 66 miliardi nel 2016 contro gli oltre 76 nel 2011 e 83,5 nell’anno seguente. La Bce ha contribuito in modo notevole a ridurre lo spread, ma verosimilmente il prossimo anno cesserà il Quantitative easing, cosicché il debito pubblico italiano che nel frattempo è arrivato a sfiorare i 2.218 miliardi di euro (132,6% del Pil a dicembre 2016) contro i 1.898 miliardi (120% del Pil) del 2010 dovrà cavarsela da solo.

Per l’immediato futuro la tendenza va invertita anche alla luce dell’occasione venutasi a creare con l’elezione di Macron in Francia. Occasione da non sprecare poiché è verosimile prevedere in Europa una nuova stagione all’insegna delle politiche per la crescita con riforme incisive e coraggiose in grado di garantire tassi di sviluppo ben più sostenuti di quelli conseguiti finora.

I vari governi europei – sollecitati dalla Commissione Ue che sta valutando i Def e i Programmi nazionali di riforma in vista delle cosiddette “Raccomandazioni specifiche per Paese” – sono più che mai intenzionati a mettere in atto interventi di riduzione della spesa pubblica, di alleggerimento della pressione fiscale, di sostegno all’occupazione oltre ad azioni dedicate a imprese e competitivitàunitamentea misure per rilanciare la crescita e gli investimenti.

In tale quadro l’Italia non può restare indietro: taglio della spesa corrente, meno fiscalità e più investimenti sono misure ormai improcrastinabili.

Il taglio della spesa corrente e l’alleggerimento della fiscalità alle imprese sono due facce della spesa medaglia: più diminuisce l’una più si finanzia la riduzione dell’altra.

Quest’ultima va diminuita in primis nelle aree del Paese con maggiore difficoltà - come nel Mezzogiorno - dove vi sono aziende campioni di industria che scontano disagi infrastrutturali e sociali che creano un ostacolo, più che in altre zone d’Europa, alla loro affermazione nei mercati internazionali.

La copertura necessaria all’eliminazione dell’Irap nel Sud può avvenire dai tagli ai trasferimenti a pioggia alle imprese, alle partecipate dello Stato, alle aziende municipalizzate dei Comuni – queste ultime in non pochi casi permanenti carrozzoni di spesa (inutile) pubblica. Non si tratta di eliminare tout court la spesa dei trasferimenti di Stato ma di razionalizzarla, misurandone scientificamente l’efficacia.

Le variegate forme di elargizione di denaro pubblico alle imprese rendono l’idea della difficoltà di controllo: si va dai crediti di imposta ai contributi a fondo perduto in conto capitale o in conto interessi, passando ai rimborsi a piè di lista, ai servizi gratuiti o semi gratuiti per i dipendenti, all’erogazione di incentivi ai sostegni per la formazione. A ciò si aggiunga la mancanza di un coordinamento nazionale per cui si sovrappongono iniziative che hanno la stessa finalità, ma organizzate da soggetti diversi quali il ministero dello Sviluppo economico, le Agenzie nazionali, le Regioni ed enti locali, come le Camere di Commercio. Sicché molti erogano soldi pubblici ma pochi controllano:è stato stimato che l’importo di tali trasferimenti sia di oltre 35 miliardi di Euro l’anno (cifra simile a quella del gettito Irap), ma quanto al loro contributo alla crescita vi è più di qualche dubbio.

Si deve tagliare alle imprese l’elargizione di denaro pubblico per dare (in cambio) alle imprese medesime la riduzione della fiscalità, detto altrimenti Denaro comunque’ contro ‘Denaro se meritato’: l’impresa efficiente in utile avrà più soldi (da investire) perché dall’eliminazione dell’Irap ne guadagnerà avendo un imponibile positivo, l’impresa in perdita non guadagnerà nulla e tanto basta per renderla più efficiente. Se, diversamente, indipendentemente dal risultato economico continuerà a ricevere trasferimenti dallo Stato l’impresa in deficit non sarà stimolata all’efficienza, anzi il fine della sua esistenza sarà proprio la ricezione di denaro pubblico per il pagamento di emolumenti ad amministratori e manager.

D’altro canto in tale direzione si è già mosso di recente il legislatore (sulla base di quanto già accade in altri paesi d’Europa) con la disciplina del ‘Patent box’ che agevola, con una variazione in diminuzione dall’imponibile, una parte di reddito derivante dallo sfruttamento dell’intangibile (marchio, knowhow, software originale, ecc.). Se non c’è reddito, non c’è agevolazione.

Con riguardo alle partecipate di Stato è necessaria una ricognizione specifica: quante sono, dove operano, cosa fanno, quanto spendono per dipendente, qual’é il fatturato pro-capite, da chi è composta la governance e con quali criteri è stata nominata (spesso nei C.dA. siedono persone senza alcuna professionalità aziendalistica). Gli organi di vigilanza, se previsti, andrebbero sostituiti con il collegio sindacale.

Se la partecipata non soddisfa criteri o regole di efficienza prestabilite (scritte da aziendalisti e non da giuristi o amministrativisti) si "chiude il rubinetto" con il taglio immediato dei trasferimenti.

Altre risparmi possono derivare da una ulteriore razionalizzazione dei costi (in parte ancora incontrollati) della sanità - che dovrebbe essere governata da un rigoroso sistema di ‘costi standard' ed, inoltre, dalla digitalizzazione della P.A.

In conclusione, per far ripartire seriamente il Paese la sfida da affrontare è quella di iniziare dalle zone più critiche - ovvero dal Mezzogiorno, con seri interventi strutturali di politica economica e fiscale.

Gli spazi per procedere ad una graduale eliminazione dell’Irap, muovendo dalle imprese del Sud, ci sono. Si tratta di scegliere se continuare a preferire la politica opaca dei trasferimenti di denaro pubblico ad alcuni (spesso i soliti) a quella trasparente dell’eliminazione dell’imposta per tutti.

Condividi

Scrivi un commento

Diventa il primo a commentare!!

wpDiscuz

Password dimenticata

Registrati